TRA I MUSULMANI E LE MINORANZE CRISTIANE
Siamo una famiglia di tre persone: Roberto, Gabriella e Costanza, nostra figlia, rientrata in Italia quattro anni fa. Siamo partiti da Firenze nel maggio 2000 avendo fatto una scelta di vita e di fede. Accompagnati da un padre gesuita, abbiamo affrontato un cammino di diversi anni che ci ha portato a decidere di lasciare tutto e partire. Sono quasi vent’anni di presenza in Turchia come fidei donum per la diocesi dell’Anatolia.
Richiamati dall’incontro. Abbiamo abitato tre anni e mezzo a Urfa, una città del sud-est del paese, al confine siriano, abitata da arabi, turchi e curdi, mentre ora siamo in un piccolo villaggio nell’est, accanto alla città di Van, ai confini con l’Iran. Van è a 1700 metri, in una zona povera circondata da montagne altissime.
Conoscevamo da molti anni la Turchia, essendoci venuti la prima volta nel 1986 in vacanza. Da allora ogni anno siamo ritornati, richiamati da qualcosa di difficilmente definibile, come l’incontro con il mondo musulmano e con le minoranze cristiane, il contatto con le varie etnie, la realtà dei bambini lavoratori e dei ragazzi di strada.
Sono stati degli anni molto importanti per noi che cercavamo di rispondere a domande come: che senso ha il nostro essere cristiani, come desideriamo esserlo?
Nella prima città, Urfa, abbiamo affittato una casa in un quartiere povero, cominciando col dare lezioni di turco e inglese ai bambini e ragazzi che non potevano andare a scuola o avevano bisogno di un sostegno scolastico. Questo ci ha permesso di entrare pian piano nel loro mondo e in quello delle loro famiglie.
La nostra presenza nasce dal desiderio di vivere insieme e condividere con queste persone la vita di ogni giorno: noi, una famiglia cristiana, in mezzo ad altre famiglie musulmane. Senza troppe parole, senza l’intenzione di “colonizzare” in forza della nostra cultura, della nostra religione o delle nostre possibilità, ma semplicemente condividendo.
Dopo esserci trasferiti a Van, dove ogni giorno arrivano profughi prevalentemente dall’Iran, dall’Afghanistan e in misura minore dall’Iraq e dalla Siria, abbiamo deciso di dedicare in modo particolare la nostra presenza proprio a loro. Arrivano, infatti, dopo aver attraversato a piedi montagne altissime, di oltre 3000 metri, con ogni condizione di tempo, neve e ghiaccio in inverno, sole fortissimo in estate. Sono famiglie, donne sole, ragazzi soli, che desiderano ricominciare a vivere. Cercano un collegamento con l’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) per essere riconosciuti come profughi, nella speranza di essere accolti, dopo lunghi anni di attesa, da qualche nazione in pace.
Abbiamo organizzato una piccola scuola per insegnare loro il turco e l’inglese con corsi tenuti da due insegnanti, che cerchiamo tra queste stesse famiglie, sia per la possibilità che hanno di usare la lingua madre, sia per offrire un salario a persone che ne hanno davvero bisogno.
Forte è il loro desiderio di essere considerati persone e non numeri su un file. Cerchiamo di vivere l’esperienza di essere “noi”, famiglia europea, ad andare “verso” di loro. Queste ed altre attività possiamo fare perché aiutati da amici, vecchi e nuovi, conosciuti durante questi anni di presenza qui.
Siamo felicissimi di questa nostra vita in terra turca e di quanto riceviamo da tutte le persone con cui condividiamo il nostro e il loro vissuto.







