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TORNEREMO A PERCORRERE LE STRADE DEL MONDO / SAGGIO SULL’UMANITÀ IN MOVIMENTO

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Stefano Allievi ritorna ad affrontare la tematica delle migrazioni e delle fallimentari politiche di governance del fenomeno, a livello europeo e italiano, utilizzando un bagaglio culturale e accademico pluriversale, ma scegliendo una forma letteraria che permette a chiunque di approfondire le questioni ancora aperte. 

Il saggio si apre con una retrospettiva della mobilità umana, dalle sue origini, come pulsione incontenibile dei primi ominidi alla ricerca di nuove opportunità di vita esplorando nel tempo ogni anfratto del pianeta. Se il genere umano si fosse fermato in un solo luogo, probabilmente si sarebbe estinto molto presto o vivrebbe ancora in una riserva. La posizione eretta ha fornito la possibilità di guardare lontano, oltre gli orizzonti, e le gambe e i piedi hanno rappresentato le prime conquiste evolutive. L’autore rimanda anche ai classici greci e latini, alla base della nostra civiltà, sottolineando che sono gli “erranti” a portare novità e innovazioni culturali e tecniche. Le figure di Enea, profugo all’origine dell’epopea di Roma, oppure di Ulisse, che approda in ogni angolo del Mediterraneo, apprendendo e consegnando agli ospiti un sapere sempre rinnovato, e una volta arrivato a Itaca riparte. Un buon paradigma per comprendere il Mediterraneo, le sue culture e popolazioni risultanti di un prodotto di continuo scambio e intreccio di relazioni, sia commerciali che culturali. 

Venendo all’oggi, la mobilità ha cause sostanzialmente ben conosciute: il cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse della terra da parte di paesi ricchi, il land grabbing, le guerre e le persecuzioni. Ma una mobilità importante è anche quella delle “classi parlanti”, che “hanno il monopolio del discorso sociale e dettano l’agenda di ciò di cui si parla, quelle trendy, che inventano tendenze che saranno seguite da altri”. La mobilità contemporanea è a zig-zag, circolare, a causa dell’evoluzione delle transizioni demografiche che vedono il vecchio continente in continua decrescita con sistemi di welfare in fase di reflusso. Non da meno intervengono anche le nuove localizzazioni economiche e lo sviluppo economico, che vede Asia e Africa in continua crescita, anche se il Pil positivo sacrifica intere sacche di popolazioni che vivono ancora nella miseria e insicurezza. Uno sviluppo che spinge i perdenti a cercare spazi di vita altrove. Insomma, il pianeta è retto da una “circolarità globale”, di merci, uomini e donne, che non saranno fermati dai circa 40mila chilometri di muri e fossati che cercano di bloccare gli attraversamenti delle frontiere. 

Nel delineare una possibile teoria della mobilità, tra erranza e radicamento, l’autore ricorre all’autobiografia segnata dal desiderio di una carriera giornalistica, seguito da un impegno presso i servizi all’immigrazione di un sindacato, fino alla fruttuosa parabola accademica e all’habitat di un paesino del padovano. Tra “viandanza e restanza”, un nomadismo che struttura e dà innovazione al sé e alla collettività.  “Il mondo si dividerà sempre più tra chi progetta si spostarsi (magari anche senza farlo) e chi prevede di rimanere dove sta (anche se magari sarà costretto o invogliato dalle circostanze a farlo)”.

L’autore, profondo conoscitore di tutte le politiche migratorie dei governi italiani di questi ultimi trent’anni, va oltre l’analisi sociologica e suggerisce, come in precedenti sue pubblicazioni, politiche obiettive corrispondenti all’entità e tipologie dei flussi migratori verso il nostro paese. Ripropone modalità di organizzazione dei flussi migratori e delle strategie di effettiva inclusione sociale dei nuovi arrivati.

Il volume si chiude con un’innovativa bibliografia, non fatta di citazioni asettiche e poco illuminanti per il lettore, ma ben “raccontata”, dando informazioni puntuali, connessioni di pensiero tra i vari autori citati nelle pagine del testo. Personalmente è la prima volta che trovo una bibliografia che va effettivamente a sostegno e chiarifica del testo proposto, senza ricorrere ad uno scarno rosario di nomi di autori e titoli.



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