Edward Schillebeeckx, De-centrarsi in Cristo
“Alla mia età, dopo una lunga e laboriosa ricerca, che non è ancora terminata, vorrei dire sommessamente che la bontà di Dio ha l’ultima parola nella nostra vita, la quale è di fatto un miscuglio di senso e non senso, di salvezza e non salvezza, di disperazione e speranza” (Introduzione, in F. Strazzari, Cerco il tuo volto. Conversazioni su Dio, EDB, Bologna 2005, p. 15). In queste parole può essere sintetizzata la biografia teologica del domenicano olandese Schillebeeckx, ed anche il significato del suo contributo al Concilio Vaticano II. A tale evento partecipò infatti come consigliere del card. Bernard Alfrink, arcivescovo di Utrecht, primate di Olanda, uno dei grandi protagonisti del Concilio e presidente a turno delle diverse sessioni. La sua quindi fu una presenza vissuta a margine dei lavori, ma non per questo meno rilevante per l’evento conciliare.
LA LETTERA PASTORALE DEI VESCOVI OLANDESI
Già quindici giorni dopo l’annuncio del Concilio, nella rivista “De Bazuin”(febbraio 1959), Schillebeeckx scrive due articoli che trattano della portata di questo evento. Evidenziando la relazione papa-vescovi, presenta la questione della collegialità episcopale, sottolineando l’importanza dei laici e la necessità di una rilettura del Vaticano I. Il 24 dicembre 1960 i vescovi olandesi pubblicano una lettera pastorale sul Concilio, un testo coraggioso che, sorprendentemente, fu tradotto e diffuso in varie lingue suscitando reazioni diverse.
Vi si indica una sorta di agenda di temi che il Concilio avrebbe dovuto trattare in modo nuovo: la distinzione tra Chiesa e regno di Dio, la considerazione del sensus fidei e del rapporto con il magistero, il tema del consensus fidelium, l’importanza del ruolo dei laici da considerare non nella distinzione dai chierici ma a partire dalla comunione nel popolo di Dio, l’urgenza dell’unità dei cristiani come testimonianza. Le tesi sostenute entrano nel merito delle questioni della struttura della Chiesa: si propone il decentramento del governo ecclesiale e l’attenzione all’inculturazione della fede nelle diverse regioni. È altresì presentata l’idea che la Chiesa diviene concreta nel luogo, in una determinata cultura e in una situazione storica ben determinata.
Nel testo si elogia esplicitamente il contributo teologico di Schillebeeckx, l’ispiratore e il principale redattore del medesimo.
TEMI DI RICERCA: SACRAMENTALITÀ E RIVELAZIONE
Al Concilio Schillebeeckx entra cinquantaduenne e vi fa confluire la sua ricerca teologica, per la quale fondamentali furono due incontri: il primo, con l’ambiente di Lovanio ed in particolare con il filosofo domenicano Dominicus De Petter, che tentava un rinnovamento del tomismo a partire dalle istanze filosofiche contemporanee; il secondo, con l’ambiente dei domenicani francesi di Le Saulchoir, dove rimase affascinato dalla figura di Marie Dominique Chenu, dal quale acquisì l’impostazione della teologia come comprensione della fede solidale con il proprio tempo.
Negli anni di insegnamento a Lovanio aveva approfondito la struttura della sacramentalità e la questione della rivelazione, scrivendo numerosi articoli. Nel 1957 fu chiamato alla Facoltà teologica di Nimega (Olanda). Tale invito rientrava in un progetto di rinnovamento nella Chiesa olandese, attenta alle inquietudini della secolarizzazione e del dialogo tra le Chiese. Lo testimonia la prolusione di inizio insegnamento, dal titolo Alla ricerca del Dio vivente, dove sostiene la tesi secondo cui la questione centrale del nostro tempo non sarebbe l’esistenza di Dio, quanto la sua assenza che segna la vita delle persone.
IN ASCOLTO DELL’ESPERIENZA UMANA
Il contributo di Schillebeeckx al Concilio può esser letto in questo orizzonte: la sua riflessione si pone in ascolto dell’esperienza umana nelle sue diverse espressioni, a partire da quelle che egli chiama le “esperienze di contrasto”, come la sofferenza, l’ingiustizia, il male. Esse recano in se stesse l’attesa e la ricerca di una liberazione e rivelano un desiderio di giustizia e di salvezza radicato nel cuore dell’uomo. Schillebeeckx assume così profondamente gli interrogativi propri della modernità nella linea della spiritualità dell’Ordine domenicano, sulle orme del confratello francese Henri Lacordaire: “Presenza al mondo è presenza a Dio”.
Lo stile della sua teologia si delinea come confronto con l’esperienza esistenziale ed approfondimento sulla salvezza donata nella storia Egli riflette sulla fede lasciandosi interrogare dalle inquietudini dell’esperienza umana e muovendosi nella ricerca della correlazione tra il dono della rivelazione e la domanda umana. Il Dio al cuore della fede cristiana è il Deus humanissimus che ha instaurato una relazione fondamentale con la sua creazione. Disegno salvifico e storia dell’umanità non sono due vie lontane ma trovano il loro punto di riferimento nell’incarnazione.
L’annuncio del Concilio è vissuto da Schillebeeckx come un impulso fondamentale alla sua riflessione: egli affronta con rigore nella sua ricerca l’intuizione di un “concilio pastorale” e l’esigenza dell’aggiornamento presentate da papa Giovanni XXIII. Non si tratta solamente di attuare un cambiamento di facciata, ma si apre la questione di un recupero dell’intenzionalità reale e profonda della fede.
Si potrebbe sintetizzare il contributo di Schillebeeckx al Concilio come ricerca del centro, che egli articola su differenti livelli di traduzione pratica in una tensione di rinnovamento, soprattutto nel superare la prospettiva ecclesiocentrica dell’autocomprensione della Chiesa. La Chiesa deve de-centrarsi in Cristo, cioè lasciare il primato a Cristo, sia nell’azione pastorale sia in quella di governo (privilegiando la collegialità), ma ancor prima nella comprensione di se stessa. Ciò comporta anche un superamento dell’identificazione tra annuncio cristiano e cultura europea occidentale.
Nel medesimo orizzonte la Chiesa dovrebbe pensare a se stessa non più a partire dalla gerarchia ma a partire dalla considerazione del popolo di Dio.
Anche al di fuori dei propri confini la Chiesa deve saper riconoscere la presenza del Signore e la presenza di elementi cristici e di un soffio dello Spirito in modo implicito o esplicito. Schillebeeckx propone così un cambiamento di orizzonte, diverso dalla posizione esclusivista dell’assioma “Fuori della Chiesa nessuna salvezza”. Poiché la salvezza è dono di Dio che ama l’umanità e la storia umana, Schillebeeckx ne propone un altro: ‘Fuori del mondo nessuna salvezza”.
La Chiesa dovrebbe cioè vivere la testimonianza del Dio della bontà, che ha a cuore la salvezza di ogni essere umano ed ha posto in lui un desiderio insopprimibile di salvezza.
I SUGGERIMENTI SUGLI SCHEMI CONCILIARI
Le sue animadversiones o suggerimenti sugli schemi conciliari, del 1962, offrono una serie di osservazioni critiche riguardo agli schemi sulla rivelazionee sulla Chiesa. Vi compare una critica all’impostazione del discorso sulla Chiesa, descritta come un’essenza astratta.
Schillebeeckx propone un approccio alla Chiesa come realtà concreta. In particolare riguardo alla dimensione missionaria della Chiesa, pone il problema di un ripensamento del modo di concepire la missione tenendo conto delle questioni della libertà religiosa e dei rapporti ecumenici. Soprattutto la tematica del rapporto Chiesa-mondo lo impegna nella riflessione. Nelle sue conferenze al Centro olandese di documentazionea Roma offre una rilettura delle diverse fasi del Concilio.
Partecipa con interventi e scritti alle diverse fasi di redazione dello Schema XIIIpoi divenuto la costituzione Gaudium et spes. Offre così un contributo per respingere una visione dualista di contrapposizione tra Chiesa e mondo e per leggere invece la relazione profonda che esiste tra esistenza della fede e avvenire terreno dell’umanità:
“Attirato interiormente dalla grazia – in cui Dio gli offre la fede – l’uomo è orientato [...], non soltanto verso il Dio creatore, ma verso il Dio vivente, il Dio della salvezza. La creazione, la storia profana e l’incontro degli uomini sono dunque trascinati nell’irraggiamento della salvezza”
- (Rivelazione e teologia, Roma 1966, p. 15).






