SIAMO TUTTI METICCI?
La rivista Time nella sua edizione dell’11 dicembre 1999 aveva proposto il “meticciato” come la grande speranza del nuovo millennio. Poi l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 parve frantumare tutto, almeno emotivamente e mediaticamente.
Eppure le società contemporanee sono sempre più plurali e meticce. Non bastano a fermare i processi di mescolamento i tanti muri innalzati a dividere Stati e territori, per salvaguardare la presunta purezza di identità nazionali e religiose, anche con pretese di esclusività territoriali. Non basta il più contestato dei muri, quello costruito dagli israeliani in Terra Santa, lungo il confine con la Cisgiordania; e nemmeno la frontiera più nota, quella tra Messico e Stati Uniti, simbolicamente definita dal Premio Nobel per la letteratura Octavio Paz la frontiera tra assolute alterità, quella dei popoli preispanici e dei loro eredi in Messico e quella dei bianchi, anglosassoni e protestanti degli Stati Uniti.
Da qui il tema del prossimo convegno di Missione Oggi: “Siamo tutti meticci?” (Brescia, 9 maggio 2015). Una domanda non retorica, che richiama, in positivo, il titolo che Régis Debray ha dato a uno dei paragrafi del suo libro Dio, un itinerario (2002): “Siamo tutti mammiferi”. Con esso il filosofo francese intendeva stigmatizzare tutte le pratiche di segregazione, in primis l’esclusività territoriale, mettendole in parallelo con l’abitudine dei mammiferi che, urinando, tentano di marcare e delimitare il territorio che desiderano occupare in modo esclusivo.
A cinquant’anni, poi, dalla conclusione del Concilio (1965-2015), Missione Oggi si chiede come riscattare e testimoniare il grande lascito del Vaticano II, quello del dialogo, senza contrapporlo ideologicamente alla identità di ogni cultura e tradizione religiosa. In altre parole:
come interpretare l’altro e l’alterità, che ormai abitano la stessa città, lo stesso territorio, lo stesso contesto, senza farci intimidire dalle loro emergenze patologiche? E quale ruolo hanno le religioni in generale e il cristianesimo in particolare nel riconoscimento della differenza e nella promozione di identità multiple?
C’è, infatti, chi pensa che le religioni, specialmente quelle monoteistiche, siano come tali fattori di divisione. Per cui, l’unica soluzione sarebbe la secolarizzazione a oltranza, sperimentata in Europa, neutralizzando così la patologia sociale che esse rappresentano. C’è invece chi le ritiene un fondamentale fattore di pace, di convivenza civile.
Sarebbe quindi un suicidio tenerle separate dalla vita sociale e politica. In buona sostanza, il convegno si chiede se il meticciato sia davvero il nostro futuro o se invece non siamo avviati ad un grande caos della storia umana, come sospettava Samuel Huntington, secondo il quale a distruggere la nostra umanità sarà lo scontro delle civiltà (religiose). A questa questione risponderà, tra gli altri relatori, il teologo messico-americano Virgil Elizondo, che ha introdotto nella riflessione teologica la categoria di “meticciato”, interpretandola come il grembo fertile, seppure dolente, di una nuova umanità, non solo negli Stati Uniti, ma in tutto il mondo.
È anche la testimonianza di uno studente meticcio della Notre Dame University (Usa), raccolta dallo stesso Elizondo:
“Que grandioso es ser Mestizo! Puedes divertirte por partida doble, más que los otros que están limitados a una sola expresión cultural” (Che cosa grandiosa essere meticcio! Ci si può divertire due volte, più degli altri che sono limitati ad una sola espressione culturale).






