Skip to main content

RIVOLTE E SOCIETÀ CIVILE NEL MEDITERRANEO DIECI ANNI DOPO

Condividi su

Le rivolte popolari che dieci anni fa hanno attraversato il mondo, dalla penisola arabica all’Atlantico passando per il Medio Oriente, sono già entrate nella mitologia, tanto inattese e piene di speranze sono apparse all’Occidente. Prima di capire il ruolo che hanno oggi i movimenti che le hanno caratterizzate, è bene sgombrare il campo da alcuni miti di quella che viene impropriamente definita “la primavera araba”.  

I TRE MITI DELLA “PRIMAVERA ARABA”

Il primo mito, quello della “primavera”, si è dissolto ai primi caldi del 2011 quando è apparso evidente che alla caduta dei dittatori era subentrato, o rimasto in sella come in Marocco, un potere non meno deciso a schiacciare le rivendicazioni popolari. 

Il secondo riguarda la qualifica di “araba” attribuita alla rivolta. La componente berbera ha avuto un ruolo importante in Tunisia e Marocco passando per la Libia, perché nessuno più della minoranza berbera conosce il valore della diversità e pluralità, insomma della democrazia. L’etichetta di “araba” appiccicata alla rivolta è, agli occhi dei berberi, inaccettabile, perché cancella ancora una volta la loro identità. 

L’ultimo mito è quello delle origini. Tutti, dai giornalisti agli accademici, si ostinano a vedere l’inizio della rivolta nella protesta del dicembre 2010 in una cittadina della Tunisia, dopo l’immolazione di un giovane disoccupato, e che è risalita fino alla capitale sempre più forte da costringere il dittatore Ben Ali ad abbandonare, con tesoretto al seguito, il paese nel gennaio successivo. La rivendicazione della dignità, karama, che caratterizza le proteste è nata invece nel Sahara Occidentale occupato dal Marocco, a Gdeim Izik, in pieno deserto, non lontano dalla capitale Al-Aiun. Lo spazio di libertà della tendopoli con 20mila sahrawi è durato un mese (10 ottobre-8 novembre 2010), prima di essere raso al suolo dall’intervento brutale dell’esercito di occupazione marocchino, seguito da una forte repressione dei suoi promotori tuttora in carcere. Un segnale premonitore dei destini di altre rivolte.

IL MOTORE DELLE RIVOLTE: I MOVIMENTI SPONTANEI

Il motore delle rivolte sono stati soprattutto movimenti nati spontaneamente. La rapida ripresa in mano delle istituzioni e del potere, non ha dato il tempo a questi movimenti di strutturarsi non solo a causa delle misure di contenimento della protesta ma anche per la mancanza di quadri organizzativi e leadership. In questa situazione, la stragrande maggioranza delle associazioni ha rinunciato a porsi come oppositrice del potere, e si è orientata verso lo sviluppo socio-economico. L’associazionismo religioso invece ne è uscito rafforzato, benché non avesse avuto un ruolo decisivo nelle rivolte, grazie all’egemonia sul piano culturale che già esercitava nella società e nella politica. Complessivamente il contributo della società civile al rinnovamento è dunque contenuto sia per la sua debolezza strutturale, sia per le politiche dei governi.

IL CASO DELL’EGITTO

Il caso più emblematico è quello dell’Egitto, uno dei rari paesi africani con una certa tradizione associativa. Qui, come altrove, i fondamentalisti hanno sfruttato elettoralmente la rivolta. Sotto la presidenza del fondamentalista Morsi le associazioni laiche sono state accusate di promuovere valori contrari all’etica islamica, in particolare i diritti delle donne e la parità di genere. Dopo la destituzione di Morsi nel luglio 2013 da parte dell’esercito guidato da Al-Sisi, la nuova Costituzione del 2014 riafferma la centralità delle forze armate, consentendo al raïs  di essere “democraticamente” eletto. Il tema della sicurezza diventa l’arma principale per accusare le associazioni di essere strumento di interessi stranieri, soprattutto nel campo dell’informazione e dei social, mentre continua l’ondata “moralizzatrice”. Centinaia di associazioni sono state sciolte d’autorità, altre hanno congelato le proprie attività. Implacabile è la repressione delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani. La società civile non è dunque interlocutrice del potere, la possibilità di stimolo è soffocata dalla negazione di ogni dissenso.

LA CAUSA DELLE PROTESTE

La causa comune delle proteste è stata la mancanza di libertà, da quella di espressione e organizzazione a quella di iniziativa economica; le istituzioni, anche quando formalmente esistenti, non svolgevano la funzione di rappresentare la volontà popolare. Dieci anni dopo il bilancio è deludente perché, con la sola parziale eccezione della Tunisia, le istituzioni e i partiti politici non si sono rinnovati. 

Una delle conseguenze immediate delle rivolte, al di là dei loro esiti politici, è l’emergere di nuovi movimenti e l’esplosione delle organizzazioni della società civile. Qual è stato allora il ruolo della società civile “rinnovata” in questi dieci anni? Mi limito ai paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo.

L’associazionismo è un fenomeno recente, scoraggiato dal colonialismo prima e dal sistema dei partiti unici o comunque autoritari poi. Una realtà quindi fragile, o inesistente come nella Libia di Gheddafi. 

La società civile prima delle rivolte pativa un controllo assoluto dei governi, con restrizioni al diritto di associarsi, finanziarsi (proibito ricevere fondi dall’estero), esprimersi. Le associazioni si erano in generale ritagliate ruoli marginali nel sociale, con la sola eccezione di quelle caritative a ispirazione religiosa, mentre quelle più politiche, per la difesa dei diritti umani e dell’ambiente o contro la corruzione, erano vietate o perseguitate. 

LA TUNISIA

Anche in Tunisia il partito fondamentalista Ennahada vince le prime elezioni libere, ma il suo attacco ai diritti delle donne provoca la mobilitazione dell’associazionismo femminile impedendo un clamoroso passo indietro nella Costituzione del 2014. Ed è alla società civile tunisina, rappresentata dal “Quartetto nazionale”, che viene attribuito il Premio Nobel per la pace nel 2015 per il ruolo giocato nel momento di crisi acuta della transizione. Composto dal sindacato (Ugtt), dall’associazione degli imprenditori (Utica), dalla storica Lega per i diritti umani (Ltdh) e dall’Ordine degli avvocati, il “Quartetto” non è diventato però un vero attore politico. 

Il risultato è una transizione democratica che ha messo a dura prova le istituzioni per la debolezza dei partiti, tanto che il nuovo presidente Kaïs Saïed è stato eletto nell’ottobre di un anno fa al di fuori degli schieramenti politici ed è promotore di uno Stato costruito dal basso, e del conservatorismo religioso poiché è contro la parità tra uomo e donna nell’eredità in quanto contraria al Corano. La società civile svolge un ruolo importante più che nel contesto politico-istituzionale nel sociale dove la crisi economica, ben prima di quella provocata dal Covid-19, ha riproposto tutti gli ingredienti presenti al momento della rivolta di 10 anni fa. 

La società civile ha goduto del ristabilimento delle libertà civili negate dal dittatore Ben Ali, ma la sua crescita esponenziale in numero e attività si accompagna a una debolezza organizzativa. Non poche associazioni sono nate come sostituzione delle opportunità di lavoro, e per questo in perenne ricerca di fondi. Dieci anni sono davvero pochi per darsi quadri e strutture all’altezza dei compiti. Ma è indubbio che se la transizione tunisina è ancora aperta lo deve alla società civile più che alla classe politica.

IL MAROCCO

Il movimento che nel febbraio 2010 ha iniziato la contestazione in Marocco si è visto sottrarre il terreno sotto i piedi dall’abile mossa del re Mohammed VI che, con una “riforma” della Costituzione, ha preteso anticipare le rivendicazioni popolari. La società civile ha diritto di esistere solo in quanto non mette in discussione la monarchia e la figura del re. Le rare organizzazioni che osano contestare l’azione del governo subiscono continue forme di repressione, soprattutto nel campo dell’informazione e dei social. 

Nonostante ciò i movimenti riesplodono, come nel caso della protesta dell’Hirak (movimento in arabo) nel nord del Marocco, iniziata nel 2016 nella regione berbera del Rif. Questa effervescenza sociale costringe la monarchia ad un furbo gioco delle parti. Il re si presenta al suo “caro popolo” come interprete della volontà popolare e fustigatore del governo, responsabile della politica inadeguata e dell’azione sporca di repressione, comunque volute dal re. 

LA LIBIA, L’ALGERIA E IL SUDAN

Dove la società civile non riesce a giocare alcun ruolo è in Libia. La guerra civile, il peso schiacciante delle milizie armate e l’intervento delle forze straniere non hanno consentito alla società civile libica di svilupparsi e di svolgere una funzione politica. 

Intanto nell’ultimo anno si sono aggiunti paesi allora rimasti al margine come Algeria e Sudan. Il movimento Hirak in Algeria, dove l’associazionismo è molto sviluppato già prima del 2011, dimostra ancora una volta che sono i movimenti extra-istituzionali che intervengono a colmare la mancanza di una società civile strutturata nel campo dell’azione democratica. E ciò merita una riflessione sui limiti delle politiche dell’Occidente, in particolare dell’Ue, per promuove i processi di democratizzazione attraverso l’associazionismo, di fatto poi ignorato, basti pensare alla gestione dei flussi migratori.



Per scaricare la rivista accedi con le tue credenziali d'accesso o abbonati.

Logo saveriani
Sito in costruzione

Portale Unico dei Saveriani in Italia

Stiamo finalizando la nuova versione del portale

Saremmo online questa estate!

Ti aspettiamo...

Versione precedente del sito