Quale missione per la Chiesa oggi?
LA CHIESA DEL POST-CONCILIO, PUR AVENDO RICONOSCIUTO L’IMPORTANZA DELL’ANNUNCIO, NON NE HA RISCOPERTO SEMPRE E OVUNQUE IL CUORE: IL REGNO DI DIO. QUESTO È IL “PRIMO ANELLO” MANCANTE DELL’ANNUNCIO, QUANDO SI DIMENTICA O MIMETIZZA (SPIRITUALIZZA) IL CUORE DEL REGNO. IL FATTO CHE GESÙ PARLI DI REGNO, BASANDOSI SULLE IMMAGINI DELLA CASA, DELLA CITTÀ O COMUNITÀ, NON LASCIA DUBBI SU CIÒ CHE AVEVA IN MENTE: CHE AL DI SOPRA DEL REGNO DEGLI UOMINI CI FOSSE IL REGNO DI DIO, CON RIFLESSI ANCHE “POLITICI”.
LA MISSIONE DI GESÙ
Gesù frequentava sinagoghe e piazze, dove la gente si riuniva, proclamando: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo”. Egli evangelizzava, cioè annunciava ai poveri, oppressi da cattive notizie, la buona notizia del Regno. All’annuncio aggiungeva cure ed esorcismi. Tale attività animava i poveri, sorpresi da tanta vicinanza del Regno, quasi a portata di mano.
Per i capi, il Regno doveva probabilmente essere una riedizione della monarchia davidica, con l’espulsione degli invasori romani. Per il popolo, esso rimandava chissà all’Eden, a un mondo riconciliato (come la “terra senza mali” degli indios brasiliani).
Dal canto suo, Gesù si presentava come l’icona stessa del Regno, annunciando ai poveri che Dio (Padre) stesso l’aveva inviato in quella terra, la Palestina, già predisposta al Regno, anche se caduta nell’anti-regno, dove anche la religione era strumentalizzata per umiliare i poveri. Gesù non si limitò a denunciare l’anti-regno, ma diede la propria vita per combatterlo e stabilire il Regno. In Palestina (e nel resto del mondo) erano molti, infatti, coloro che vivevano sotto il potere del diavolo. Con l’avvento del Regno, Gesù stabilì un nuovo sistema di libertà. Coloro che accettavano la sua “buona notizia” si convertivano, riconoscevano cioè la propria infedeltà, ricevevano il perdono, si riunivano in comunità (Chiesa) ed erano a loro volta inviati ad evangelizzare. Così nella missione si distinguevano due elementi fondamentali: l’annuncio e il Regno.
L’ANNUNCIO
Si parla di preferenza di “primo annuncio”, come proclamazione esplicita del vangelo di Cristo. Nella “cristianità” (o Chiesa costantiniana) l’annuncio è stato mutilato. Con il mondo rigidamente diviso in paesi cristiani e non, si riteneva che l’annuncio fosse solo per quelli non cristiani.
Nei paesi cristiani esso non era necessario, perché i figli diventavano cristiani all’anagrafe e i genitori chiedevano alla Chiesa di trasmettere loro, con la catechesi, il patrimonio della fede, attraverso un’istruzione di tipo “bancario”. Il resto lo faceva la pastorale con la liturgia, secondo i tempi e le stagioni (aiutava anche la struttura civile). La cristianità offriva vantaggi, ma, secondo il filosofo protestante danese, Sö- ren Kirkegaard, anche svantaggi: “Ahimè, quando si è nati nella cristianità […], quando si vive in un cosiddetto Stato cristiano, allora è immensamente difficile diventare cristiani”.
Oggi, si voglia o no, la cristianità è in via d’estinzione, quindi la Chiesa, grazie anche al Concilio Vaticano II, ha riscoperto l’importanza del (primo) annuncio. Si è capito la catechesi non si riduce a imparare delle formule, ma è soprattutto un incontro con la persona di Gesù Cristo. L’annuncio mette in relazione vitale con Gesù: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona” (Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 1).
In Brasile, l’annuncio serve anche a correggere la mancata evangelizzazione del periodo coloniale, quando ci fu più sacramentalizzazione che annuncio.
IL REGNO DI DIO CRITERIO DELLA MISSIONE
La Chiesa del post-concilio, pur avendo riconosciuto l’importanza dell’annuncio, non ha riscoperto sempre e ovunque il cuore dell’annuncio: il regno di Dio. Questo è il “primo anello” mancante dell’annuncio, quando si dimentica o mimetizza (spiritualizza) il cuore del Regno. Il fatto che Gesù parli di Regno, basandosi sulle immagini della casa, della città o comunità, non lascia dubbi su ciò che aveva in mente: che al di sopra del regno degli uomini ci fosse il regno di Dio, con riflessi anche “politici”.
Kierkegaard scriveva a proposito: “Ciò che Dio si proponeva, era il cambiamento del mondo, s’intende il cambiamento del mondo concreto, del mondo reale”. Nel Regno siamo, sì, “servi” di Dio, cui dobbiamo inchinarci, ma in maniera “eretta” (a testa alta), rispettando tutti gli altri uomini come fratelli “nobili”, senza bisogno di inchini o di esclusioni. Siamo al nocciolo della questione (heart of the matter).
La Chiesa, come comunità, è a servizio del Regno, non fine a se stessa, ma strumento del Regno. Sicché la missione è la vita della Chiesa (come recita il Vaticano II), centrata sull’annuncio del Regno. Qui sta l’equivoco: pensare che tutte le attività della Chiesa siano ipso facto missionarie. “La Chiesa esiste per evangelizzare” (Evangelii Nuntiandi 14), quindi la missione è tutto per la Chiesa, ma non tutto è missione. È il paradigma del Regno che definisce se un’azione è missionaria. Paolo sintetizza il Regno così: giustizia, pace e gioia nello Spirito (cfr. Rm 14,17). La missione, oggi come ieri, è collaborare con Cristo per il Regno. Insomma, dobbiamo prendere coscienza che, alla luce del Regno, rimangono bocciate tutte le attività ecclesiali, anche religiosissime, che sono intimiste e alienanti.
Ci si potrebbe chiedere, con il teologo Henri de Lubac, se tante persone religiose (e “cattoliche”) siano davvero “cristiane”, secondo il paradigma del regno di Dio.
COME “MURO DEL PIANTO”
Da anni ormai lavoro nel Terzo Mondo, dove più crudele è l’anti-regno, prodotto da sistemi sviluppati prevalentemente dall’Occidente cosiddetto cristiano. In questo mondo sento che la mia vocazione missionaria si realizza come “muro del pianto” dei popoli impoveriti e oppressi e “cassa di risonanza” della giustizia negata, dei diritti umani e della dignità violati di tanti figli di Dio! Ma è la Chiesa tutta, a livello mondiale, che deve fare da “muro del pianto” fino ai confini del tempo e dello spazio.
Qui in Amazzonia, ad Abaetetuba, dove ora mi trovo, si celebrano feste religiose a non finire, ma un terzo dell’economia gira attorno alla droga e alle estorsioni; nell’amministrazione comunale una mafia basata sul clientelismo si divide i proventi della corruzione; la gente vive in una povertà alienante, come nella Palestina del tempo di Gesù. Per Gesù evangelizzare col kerygma (primo annuncio) voleva dire rompere il guscio del dominio della struttura religiosa e sociopolitica, instaurando lo spirito del servizio propedeutico al Regno.
Non ho dubbi che qui ci sia bisogno sia del kerygma (primo annuncio) sia della parresia (coraggio) per denunciare l’anti-regno e realizzare il Regno.






