I Saveriani in Thailandia: Quale missione?
PRESENTI DAL 2012
“La nostra presenza qui ha all’origine la decisione del penultimo Capitolo Generale (2007) di aprire una nuova missione in Asia. Per questa ragione, l’attuale superiore generale, padre Luigi Menegazzo, nel marzo 2011 intraprese un viaggio che, oltre ad altri paesi tra cui il confinante Myanmar, lo portò qui, dove ricevette una richiesta di personale dal vescovo di Nakhon Sawan, già in contatto dal 2000 con le missionarie saveriane. Di conseguenza, due di noi – Matia e Thierry – sono arrivati in Thailandia nel gennaio 2012, altri due li hanno seguiti nel dicembre dello stesso anno”, dice Thiago, con i suoi 28 anni il più giovane del gruppo. “Il futuro è di espansione numerica, con l’arrivo il prossimo anno di un confratello indonesiano ordinato presbitero all’inizio di settembre, altri forse in futuro. Essere un buon numero ci aiuterà a vivere in minore dispersione e in maniera comunitaria”.
ESPERIENZA E PROSPETTIVE
“Noi proveniamo da esperienze diverse – sottolinea Matia, che invece è il decano del gruppo, 54enne –. Sono stato vicerettore allo Studentato Teologico di Parma, con molti anni di missione in Bangladesh. Per me è stato più difficile inserirmi in questa nuova missione, in una realtà ancora da strutturare e in un paese tanto diverso, a partire dalla lingua... Capisco quel confratello, che è rientrato dopo un giro di esplorazione”.
La lingua è già per tutti una barriera, che solo dopo oltre un anno di studio stanno cominciando a rimuovere e che li impegnerà per altri due anni. Uno sforzo utile a introdurli in un mondo complesso e contraddittorio, oltre la facciata sorridente e la leggerezza del vivere in Thailandia. Per questo e anche per acquisire sensibilità e capacità operative, tutti aiutano in parrocchia (quelle affidate ai missionari del Pime: Nostra Signora della Misericordia e San Marco) nella stessa area dove vivono, o nelle baraccopoli della metropoli. In contatto, anche con le due comunità delle missionarie di Maria (saveriane) in Thailandia.
Pian piano, iniziano a concretizzarsi alcune prospettive, “in questo sostenuti – dice Thiago – dall’ultimo Capitolo Generale (2013), che ha invocato un ritorno alle sorgenti del carisma saveriano come primo annuncio del Vangelo soprattutto tra i più poveri. Oltre Bangkok, il nostro orizzonte primario è la diocesi di Nakhon Sawan, la più estesa del paese e con meno cristiani, ma stiamo ancora valutando in quali campi. Primo annuncio, profughi birmani, migranti, dialogo interreligioso, impegno pastorale e sociale tra le minoranze etniche, tutte sfide per le nostre capacità e necessità da verificare in futuro. Anche per questo Matia e Thierry il prossimo anno affiancheranno preti thailandesi in quella diocesi per meglio capire che cosa possiamo dare. Chi resterà a Bangkok, proverà qualche altra esperienza missionaria, magari in aree depresse. Anche le necessità del contesto urbano sono tante e ci interpellano”.
“Vediamo la necessità di entrare in campi poco battuti ma importanti, per esempio: giustizia e pace, attività sociale, dialogo interreligioso. La parrocchia di San Marco dove alcuni di noi danno una mano cerca di far partire cose nuove e per noi è un buon esercizio. Per Thierry, l’esperienza di Nakhon Sawan sarà certamente interessante per meglio capire come lavorano i preti locali, capire anche come i tribali e gli emarginati vedono la nostra fede e la Chiesa, mostrare l’unità e la cooperazione tra presbiteri”.
“Quanto a questo – interviene Matia – posso dire che il contesto thai è più difficile da evangelizzare, quello tribale più aperto. Apprezzo l’opportunità che ci viene data dal vescovo di comprendere il lavoro pastorale, con il taglio sociale che gli deriva dall’esperienza precedente alla guida della Caritas nazionale. Siamo privilegiati perché molti campi sono aperti, ma non è facile capire dove possiamo operare più in concreto. C´è anche un gran bisogno nella formazione, catechesi, per fortificare la vita cristiana. Su questo insiste il vescovo di Nakhon Sawan”.
“Esattamente – interviene Thierry –. Tornare a una maggiore presenza della Chiesa, ad esempio nelle scuole. Testimoniare la bellezza della vita cristiana nella sua dimensione comunitaria”.
COMUNITÀ E CONFRONTO
“Rispetto a questo – conferma Alessandro – cerchiamo soltanto di trovare modalità diverse ed efficaci. Ad esempio, è importante capire in che modo possiamo agire meglio come comunità collaborando con la Chiesa locale. Magari prima è meglio entrare in contatto con la gente e poi decidere. Serve per questo, ancor più della conoscenza linguistica, la comprensione di che cosa possiamo fare e dove. Le necessità sono molte. Il modo tradizionale di essere presenza ecclesiale qui è l’educazione, che è anche utile per i finanziamenti che garantisce. Ora, però, sono tante le altre possibilità di azione, forse anche per mostrare una Chiesa al servizio, più coinvolta e vicina alla gente”.
In questo senso, concorda Thiago, “occorre sviluppare un atteggiamento nuovo, che segua anche le indicazioni di papa Francesco. Ad esempio incentivando lo sviluppo delle comunità ecclesiali di base per le quali vediamo che c’è sensibilità”.
LA SFIDA DELLA CULTURA THAI
Alessandro: “Per me non è la lingua la difficoltà maggiore, ma la cultura. I thai hanno modalità diverse di accoglienza, aiuto, che non siamo sempre in grado di capire, ma è bello scoprire la bellezza nascosta di questa cultura”.
Matia: “Più sto qui e più capisco l’estraneità di questa gente, la diversità di questa cultura, ma anche che noi qui siamo estranei e diversi”.
Thiago: “Per me la sfida è entrare nella mentalità thai. La lingua, la cultura sono il risultato di un modo di ragionare, di concepire il mondo ed interagire con esso. Questo processo richiede rispetto, umiltà e docilità, in modo da accogliere il soffio dello Spirito in questa terra”.
Thierry: “Nel poco tempo passato a Singburi o in parrocchia, ho intravisto un nuovo modo di essere accolti e sostenuti, ma anche di amare questa gente. Spesso, a scuola di lingua e fuori, è per me frustrante, ma anche intrigante, vedere come sono accolto in quanto missionario africano”.
ESSERCI DA SAVERIANI, INSIEME
Una domanda spontanea è: come i primi saveriani in Thailandia applicano il carisma della Congregazione in una terra refrattaria al messaggio cristiano e, oltre l’apparenza, chiusa alle influenze esterne o, almeno, molto selettiva?
La sintesi che ne fa Matia è: “Abbiamo risposto alla richiesta dell’Istituto, che ci ha inviati qui a servire la Chiesa locale, in stile semplice, con meno strutture possibile in un campo assai vasto d’azione: per noi una vera sfida missionaria”. Per Alessandro, la chiave è nei rapporti con i thailandesi: “Credo di avere notato che in questa cultura è più facile far passare certi messaggi, se i rapporti interpersonali sono solidi e sinceri. Spesso noi cerchiamo di individuare nei nostri scambi di opinioni un tipo di vita comunitaria aperta alla gente locale. Siamo tutti stranieri, ma forse possiamo avere più chance di collaborare. I thailandesi sembrano interessati. Ad esempio, Matia studia la lingua gratuitamente, con persone locali che si sono offerte per questo. La Congregazione si aspetta da noi quello che normalmente ci si aspetta da un missionario. Per noi però c’è la possibilità di avviare cose che altri non hanno avviato e quindi possiamo applicare con maggiore facilità carisma e capacità, secondo le necessità”.
Il “nodo” della cooperazione e della comunione resta al centro di questa giovane comunità saveriana. “Questa missione non ha tradizione saveriana, non ha strutture. La Congregazione vuole che lavoriamo insieme ad altri soggetti missionari e con la Chiesa locale per cercare di essere Chiesa oggi in modo semplice e concreto” è la risposta corale.







