PER CRESCERE UN BAMBINO CI VUOLE UN INTERO VILLAGGIO… DIGITALE
Le polemiche scatenate dal rapper Junior Cally, a causa dei testi violenti e sessisti, in occasione dell’ultimo Festival di Sanremo hanno acceso i riflettori mediatici su una classica “punta di iceberg”, rispetto al quale, tuttavia, ci si è fermati a considerare la parte visibile, senza occuparsi di ciò che si trova sotto, come evidenziato dall’editoriale di Marco Brusati che – primo in Italia – ha aperto la breccia su questo fenomeno. Siamo infatti in presenza di un’ampia serie di fenomeni mediatici che interessano una platea sempre più giovane e che si sviluppano nella quasi totale inconsapevolezza degli educatori, siano essi genitori, insegnanti, animatori o preti. La proposta di un “patto educativo globale” avanzata da papa Francesco, tesa a ricostruire una comunità educante, attraverso un sistema di alleanze tra persone e istituzioni, è chiamata a fare i conti con questa realtà, se non vuol peccare di ingenuità. È infatti evidente che i processi educativi accadono oggi, almeno in Occidente, in un ambiente che veicola cioè valori e contenuti sempre meno compatibili con la crescita sana delle nuove generazioni. La tanto invocata neutralità dei mezzi di comunicazione, che – si dice – sono solo strumenti e in quanto tali si possono usare bene o male, fa astrazione dal fatto che concretamente essi sono divenuti potenti canali di messaggi preoccupanti. In altre parole, forse non è più tanto ragionevole parlare, soprattutto per i più giovani, di “educare all’uso” di mezzi e piattaforme così caratterizzati da dinamiche e proposte assai dubbie, per non dire perniciose. Tanto più che gli stessi adulti, genitori compresi, sono spesso inconsapevoli di ciò che accade in rete oppure sono essi stessi affetti da qualche patologia mediatica. Siamo alle soglie della doppia generazione mediale, con genitori e figli nati nel nuovo millennio.
La diffusione delle tecnologie portabili (smartphone connessi alla rete) e di sofisticati strumenti di intrattenimento domestico (playstation, PayTv...) tra i bambini e gli adolescenti rende assai poco controllabili i comportamenti dei ragazzi: spopolano i video musicali con testi e immagini aggressivi, sessualmente espliciti e incitanti alla droga e alle sostanze psicoattive, i videogiochi violenti (con meccanismi che tendono a indurre dipendenza), le serie tv con contenuti di dubbia eticità, i social voyeuristi e incontrollabili. Senza contare il fatto che il materiale messo in rete non rimane confinato al pubblico di bambini e ragazzi che lo ha prodotto, ma è a disposizione di chiunque e tendenzialmente per sempre.
Non è questo il luogo per offrire soluzioni, ma un paio di considerazioni vanno comunque fatte.
Per alcuni comportamenti – acquisto di alcolici, guida di automezzi, porto d’armi – esistono limiti temporali, socialmente accettati, prima dei quali tali azioni non sono consentite. Anche in campo mediatico ce ne sono, per certe cose – ad es. l’apertura di un profilo social, l’accesso a siti per adulti – ma vengono sistematicamente ignorati dagli adulti o aggirati dai ragazzi. E per di più si tratta di divieti assai blandi e parziali. Occorre avere il coraggio, da educatori, di stabilire quando è possibile mettere in mano a un bambino uno strumento potente come uno smartphone o consentire a un ragazzo l’accesso a una consolle. Serve la decisione di attuare scelte difficili, dure da sostenere nella relazione educativa. È molto più pratico e comodo, infatti, “parcheggiare” il bambino al tablet, mentre si cena al ristorante, o lasciare che un adolescente si isoli per ore nella sua camera.
La prima dimensione dell’alleanza, per ciò che riferisce all’ambiente mediale, non può non essere questa: decidere dei limiti condivisi e sostenersi nel rimanere fedeli alle scelte fatte.
La seconda considerazione riguarda la consapevolezza, presso gli educatori, di ciò che circola tra i bambini e i ragazzi: servono osservatóri e forse anche osservatòri, che aiutino gli adulti a rendersi conto tempestivamente di ciò che sta accadendo, per individuare risposte efficaci e per segnalare responsabilità.
Non è più tollerabile, infatti, che i produttori di contenuti e i gestori di ambienti mediali, da cui traggono lauti guadagni, si “chiamino fuori” dal compito di far crescere bene le nuove generazioni, rispedendo costantemente la palla nel campo dei genitori, degli insegnanti ed educatori.
Non si tratta di fare crociate, ma di riconoscere che oggi il “villaggio educante” non è più composto solo da persone e istituzioni che agiscono formalmente e in presenza, ma da un ambiente virtuale informale, pervasivo e potente, la cui influenza sui modelli culturali delle nuove generazioni è molto rilevante. Ogni adulto va quindi richiamato alla nativa responsabilità educativa verso i più giovani e, qualora la disattenda, va additato alla pubblica attenzione, perché chi non vuol essere un buon maestro, diventa un maestro cattivo, da cui guardarsi e tenersi a distanza. Si tratta dell’idea di corresponsabilità educativa che poi è la parafrasi del proverbio africano: “per crescere un bambino ci vuole un villaggio”.
A meno di un anno dalla Christus vivit, la conversione pastorale in senso missionario della comunità non può essere autentica, se lascia da parte i linguaggi della virtualità, in primis quello artistico-musicale.







