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PAROLE DI PIOMBO: L'INFORMAZIONE E LE GUERRE

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Forse la prima domanda che uno spettatore non “esperto” o un lettore semplicemente attento dovrebbero formulare agli specialisti della comunicazione di massa, potrebbe essere questa: fino a che punto l’attuale sistema mediatico ci restituisce la realtà degli eventi che ci succedono intorno? Gran parte di noi crede, infatti, che i media non siano altro che uno specchio fedele dei fatti che accadono nel mondo: un vetro di cristallo messo tra noi e la vita reale, nella quale ognuno può assumere il ruolo di testimone oppure di protagonista.

Ciò che vediamo in tv, che ascoltiamo alla radio o che leggiamo sui quotidiani, non è che “il fatto” oggettivo. Ma è davvero così? Purtroppo, no.

Attraverso gli organi d'informazione, assistiamo ad una “rappresentazione” della realtà che i produttori ritengono accettabile per noi, non alla realtà in sé. E come tale, questa rappresentazione non è neutrale, ma dipende dagli strumenti che vengono utilizzati per “catturarla” (la parola scritta o trasmessa via etere, la cinepresa, la macchina fotografica), dalle intenzioni, valori, convinzioni, cultura del giornalista, del fotoreporter, ecc. cioè dai mediatori tra gli avvenimenti e il pubblico, ed infine dagli interessi economici, sociali e politici che controllano o possiedono.

LA REALTÀ, QUESTA SCONOSCIUTA

La tv porta nelle case l’orrore visivo della guerra, anche se ciò che si vede non era il “vero” orrore ma soltanto la sua rappresentazione. Infatti, non è immaginabile pensare di poter mostrare tutto il male di un conflitto sui teleschermi; se ciò fosse tecnicamente possibile, sarebbe molto difficile guardarlo.

Quando i mezzi di comunicazione affrontano i fatti, lo fanno quindi usando il criterio della selettività. Che cosa vuol dire? Che l’inviato o l’agenzia, sceglie un avvenimento e di questo, una volta scomposto, frazionato, evidenzia un solo particolare aspetto. Ad esso viene applicata una logica che non è più quella della realtà in sé, ma una che è propria dello strumento utilizzato per descriverla e riproporcela.

L’essere vicino ai luoghi di una guerra e agli effetti da essa causati - dunque in una condizione drammatica ma, a suo modo, privilegiata - non significa che il testimone dell’evento (l'inviato, il fotoreporter, il cameraman) possa riprodurre ciò che avviene intorno a lui, perché lo strumento che utilizza e le condizioni ambientali entro cui si muove, lo limitano nel tentativo di restituirci la verità dei fatti. Sullo schermo o nella foto, vedi soltanto le azioni immediate che suscitano, quasi sempre, reazioni emotive parziali e contingenti. Paradossalmente, lo scopo del giornalista non è quello di farci capire il fatto che accade, ma di farci assistere al suo svolgimento “in tempo reale”. Ciò che troppo spesso manca per arrivare ad una più ampia e soddisfacente comprensione dell’evento ripreso, è proprio il contesto e il senso di profondità dello stesso.

Esiste quindi una prima selezione data dalla tecnologia. Oltre a ciò si possono individuare altri meccanismi discriminatori, che rispondono però a criteri di merito e che dipendono dalla sensibilità dell’inviato: l'interpretazione del fatto e la sua classificazione. Il primo aspetto dipende dalle capacità professionali dell’operatore, il secondo risponde invece ad una scelta a suo modo “politica”, secondo cui vengono stabilite priorità qualitative e precise scale di valori.  Nel scegliere i propri soggetti, i media si conformano anche alle aspettative del pubblico, assegnando diverse quantità di spazio ai diversi temi trattati. Così l’informazione finisce, in ultima istanza, per riflettere gli stati d’animo, le ansie e le speranze di coloro che ne fruiscono. Ad esempio, far passare una notizia come quella delle bombe all’uranio impoverito dalla prima pagina a quella dedicata alla “scienza e medicina”, significa trasformare la percezione che di quel fatto possono averne i lettori, derubricandola dal suo aspetto diplomatico-militare ad oggetto di indagine epidemiologica.

L’OCCHIO INDAGATORE

Questo principio vale anche per l’inquadratura di una macchina fotografica, il punto di ripresa, ecc. Il mezzo in sé e la volontà dell’operatore, spingono spesso verso una voluta ed artefatta drammatizzazione dell’evento. In questo modo, si accentua lo scarto tra la realtà e la sua rappresentazione. Si compie una vera e propria teatralizzazione della cronaca, che le conferisce sempre più l’aspetto di un film d’avventure, di un “giallo”, o di un romanzo d’appendice piuttosto che il resoconto di un evento vissuto direttamente.

Uno studio recente, condotto tra il 1969 ed il ‘92, il cui obiettivo era di indagare la rappresentazione della guerra e della pace in età evolutiva, ha evidenziato come questa cambi in ragione della percezione che gli adolescenti hanno degli avvenimenti trasmessi dai media. Mentre la rappresentazione del conflitto del Vietnam (1968) tramite la categoria “armi”, è stata descritta attraverso disegni di fucili, bombe, aerei e soprattutto figure umane, nel caso della guerra del Golfo (1991) prendevano il sopravvento i caratteri della cosiddetta "guerra pulita": dalla sua rappresentazione, erano infatti quasi del tutto scomparsi gli esseri umani, mentre predominavano i missili, le bombe atomiche, ecc.

Da un’indagine realizzata fra il 1978 e il 1981 su un campione di sette quotidiani nazionali, è invece emersa chiaramente questa forbice dell’immagine delle armi da guerra: quella estremamente cruda delle armi convenzionali e quella tecnologicamente avanzata e a suo modo “pulita” degli ordigni nucleari.

È dunque sempre più difficile, all'interno del sistema dei mezzi di comunicazione di massa, distinguere tra realtà e finzione, tra un servizio sulla guerra e un film come Top Gun.

La domanda che nasce a questo punto naturale, e alla quale cercheremo di dare alcune risposte, è allora la seguente: quale rapporto esiste tra il sistema dell’informazione e il sistema di guerra nell’epoca di massimo sviluppo delle tecnologie della comunicazione? Come le parole e le immagini ci riconsegnano la “verità” di ciò che sta accadendo?

CHE FARE? ISTRUZIONI PER L’USO

Il Patto internazionale relativo ai diritti politici e civili adottato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 16 dicembre 1966 ed entrato in vigore nel 1976, così come la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale, sono alcuni degli strumenti che possono essere assunti per limitare legittimamente quella “libertà di espressione e d’informazione” dei media, che sostengono esplicitamente l’odio e la violenza.

L’art. 20 dell’accordo precisa infatti che “ogni propaganda a favore della guerra è proibita dalla legge” e che “ogni appello all’odio nazionale, razziale e religioso che costituisca un'incitazione alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza è proibito dalla legge”. Detto tra noi, molti dei quotidiani che non si fanno scrupoli a "sbattere il clandestino in prima pagina”, dovrebbero cadere sotto queste sanzioni.

Il decalogo

C’è stato poi qualcuno, come Johan Galtung, che partendo dalla guerra del Golfo, ha steso una sorta di “decalogo” del buon giornalista, per un'informazione che voglia essere la più libera possibile.

In sintesi, questo manuale si potrebbe riassumere nei seguenti punti:

  • raccontare il fatto da tutti i punti di vista possibili, prendendo in considerazioni le ragioni addotte di tutte le parti in causa;
  • essere sul posto dove si svolgono i fatti per costruire un rapporto diretto con gli stessi, le persone che ne sono coinvolte e i problemi che si pongono;
  • evitare di avere come uniche fonti d’informazione quelle ufficiali dei governi, delle forze militari e dei loro portavoce;
  • relativizzare il peso delle tecnologie nei conflitti (le cosiddette “armi intelligenti”), che vorrebbero accreditare l'immagine di una guerra ”pulita”, senza vittime, sofferenze, distruzioni;
  • raccontare anche le vicende più crude che interessano tutte le parti coinvolte, seguendo il criterio della stretta aderenza ai fatti;
  • dare voce alla gente comune per ricondurre il conflitto alla sua ragione di evento, che interessa in primo luogo gli esseri umani;
  • inquadrare i fatti nel loro contesto storico-politico, culturale ed economico, perché solo così le vicende possono assumere un colore diverso;
  • stare in guardia dalle manipolazioni dei “creatori di notizie”, secondo il sistema del “passa parola”;
  • mantenere un rapporto critico con i vari mezzi di comunicazione, il più delle volte soggetti ad interessi politico-economici di parte;
  • mettere l’accento e promuovere le iniziative civili di pace alternative al conflitto bellico.
Quali alternative?

Ma un sistema politico autenticamente democratico - del popolo, e non solo per il popolo - deve garantire l’accesso alla conoscenza e ai mezzi di comunicazione, il diritto di sviluppare e partecipare a questi, di raccogliere e distribuire informazioni, opinioni ed idee indipendenti dai controlli governativi, politici, miliari e commerciali prevalenti. I media attuali rendono le persone dei consumatori passivi.

L’unico modo per contrastare questa deriva è in primo luogo la ricerca di alternative all’interno degli stessi. Per far questo, il cittadino deve assumersi la responsabilità di promuovere azioni nonviolente come il boicottaggio delle testate che vendono notizie politicamente e culturalmente “sporche”, le denunce pubbliche (volantini da distribuire davanti alle edicole, comunicati stampa ad altri giornali, lettere al direttore sulla stessa testata incriminata), i sit-in davanti alle sedi dei giornali presi di mira, le azioni giudiziarie contro di essi, l’incontro con i giornalisti interessati. Al tempo stesso, è importantissimo sviluppare altri mezzi di comunicazioni, come radio e tv di comunità o cooperative, piccoli giornali di quartiere, ecc. aperti alla reale partecipazione dei cittadini.



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