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Con l’avvento del coronavirus, il vecchio mondo sta gradualmente andando in frantumi, mentre prende forma il nuovo. Questo virus è straordinario, infrange i nostri parametri di riferimento, trasforma la nostra vita quotidiana e cambia il nostro rapporto con gli altri, con lo spazio, con il tempo, con la libertà e persino con il lavoro. Siamo di fronte a ciò che l’accademico e filosofo francese Roger Pol Droit (1949-) chiama “lo tsunami mentale”. Le nostre convinzioni sono scosse e le nostre certezze diventano incertezze. Mi chiedo, come studioso e appassionato di filosofia: “Che cosa c’entra la pandemia con la filosofia?”.

DI CHE COSA S’INTERESSA LA FILOSOFIA?

Nell’antica Grecia, l’obiettivo della filosofia era quello di comprendere e spiegare gli enigmi della vita. La filosofia era interessata al “come vivere” o ancora al “come aiutare gli altri a vivere felici”; in altre parole, la filosofia voleva aiutare gli esseri umani a raggiungere la felicità. Perché l’antichità ha concentrato la filosofia sul “come vivere”? Semplicemente perché la nostra esistenza è scandita da problemi permanenti, come la passione (amorosa), l’ambizione per il potere, la ricerca di denaro (ricchezza), la paura, il timore, l’angoscia, la malattia, la morte ecc. L’essere umano tende a collegare la felicità alla fama, al potere o persino alla ricchezza. Allo stesso modo, collega l’infelicità con il fallimento, con la malattia o persino con la morte. La filosofia è arrivata a placare l’ansia degli uomini mostrando loro che la felicità non dipende dai beni, siano essi materiali o immateriali. Piuttosto, il segreto della felicità va cercato nella quiete dell’anima (atarassia).

Tornando alla domanda iniziale – “che cosa c’entra la pandemia con la filosofia?” – direi che, quando l’essere umano vive un fenomeno nuovo o sperimenta un fatto radicalmente nuovo, sorge in lui lo stupore e, più ancora, la meraviglia. Secondo Platone e Aristotele, lo stupore è all’origine della filosofia. Di conseguenza, la comparsa inaspettata del Covid-19 nel nostro mondo ci ha stupiti e meravigliati tutti. Si capisce, allora, perché il fenomeno attuale della pandemia interessi la filosofia al massimo livello.

IMPARARE A VIVERE NONOSTANTE TUTTO

Poiché la filosofia fa domande più che dare risposte, non aspettiamoci un miracolo dal filosofo. Visto che la filosofia si interessa dell’ars vivendi (come vivere), ci chiediamo: come continuare a vivere nonostante il Covid-19? A questo proposito, mi sembra particolarmente interessante una delle maggiori scuole della filosofia antica, quella degli stoici. Uno dei grandi stoici dell’epoca romana, Epitteto (50-135 circa d.C.), affermava che “ci sono cose che dipendono da noi e cose che non dipendono da noi”. 

Per esempio, non dipende da noi la situazione attuale, il virus diventato pandemico. Dipende invece da noi, per esempio, rallentarne la diffusione, con il distanziamento sociale, con le misure di protezione, con le norme igieniche ecc. Infatti, osservando le persone qui in Mozambico, ho l’impressione che, nell’immaginario collettivo del posto, niente dipenda da noi, ma tutto dagli altri. Per cui, nessuno qui fa niente, perché tutti aspettano tutto da tutti (gli altri). Nel frattempo, il coronavirus si fa strada. Come allora la filosofia può aiutarci a superare le nostre incongruenze, di modo che possiamo prendere il toro per le corna?

Gli stoici enumerano quattro virtù cardinali, che possiamo mettere in pratica nel contesto attuale della pandemia:

1) La sapienza, cioè saper accogliere gli eventi attuali con calma e serenità; non cedere al panico, non cercare a tutti i costi un colpevole (untore). 

2) La giustizia, cioè avere consapevolezza che il nostro comportamento attuale può salvare oppure mettere in pericolo delle vite umane; imparare a seguire le istruzioni. 

3) La moderazione, cioè controllare i nostri impulsi e moderare i nostri piaceri, le nostre passioni.

4) Il coraggio, cioè non aver paura di prendere decisioni che ci costano (quote di libertà individuale, di passioni personali), al momento giusto e per il bene di tutti.

COVID-19, UNA SCUOLA DI VITA

In un mondo diventato villaggio globale, ci può venir incontro un vecchio adagio africano: se la casa del vicino brucia, non posso dormire sonni tranquilli, immaginando che lo stesso fuoco non attraversi la strada e non bruci anche la mia casa. Dovrò piuttosto prendere dei provvedimenti, rafforzando le misure di sicurezza attorno a me e preparando un posto in più in casa mia per accogliere i probabili fuggitivi. Qui in Mozambico abbiamo visto l’incendio del Covid-19 scoppiare in Cina e diffondersi in Europa, prima che in Africa. Quali provvedimenti seri abbiamo preso per metterci al sicuro? La crisi attuale ci insegna molte cose; mi limiterò a proporne tre:

1) Imparare a vivere in compagnia di se stessi. Il grande pensatore francese Blaise Pascal (1623-1662) diceva che “la sfortuna di un uomo è non saper riposare da solo nella sua stanza”. Vogliamo uscire, viaggiare e incontrare persone. A forza di voler andare solo dagli altri, ci dimentichiamo di andare verso noi stessi, insomma ci dimentichiamo di noi stessi, di lavorare su noi stessi.

2) Sapere che il caso fa parte dell’esistenza. Dall’illuminismo l’essere umano ha investito molte risorse ed energie per sradicare dall’esistenza l’incertezza e il caso. Oggi l’esperienza di questa pandemia ci insegna che, volendo eliminarla, si ripresenta sotto forma di un virus imprevedibile.

3) Tenere entrambi i piedi per terra: con la rivoluzione digitale, stiamo perdendo di vista il fatto che il mondo è concreto, reale. Questa epidemia rimette la natura al centro del gioco, ci invita a saper abitare un mondo fragile.



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