MOZAMBICO / LA CHIESA IN UN PAESE IN SVENDITA
“Bisogna bloccare la trasformazione del Mozambico in un supermercato. Bisogna interrompere la svendita del nostro paese e delle sue risorse naturali. Parafrasando le parole di Gesù nel Vangelo (cfr. Mt 16,26), potremmo chiederci: a che serve guadagnare molto denaro vendendo il nostro paese alle grandi e piccole potenze economiche del mondo, se poi perdiamo la nostra identità come popolo mozambicano?” (Costruire la democrazia per preservare la pace 24-25).
Le parole profetiche dei vescovi del Mozambico echeggiano potenti a distanza di quattro anni. Correva l’anno 2012 e il paese dell’Africa australe celebrava i vent’anni degli Accordi di Pace – firmati a Roma il 4 ottobre 1992 – che ponevano fine a una guerra civile che in sedici anni aveva mietuto un milione di vittime.
L’INASCOLTATO APPELLO DEI VESCOVI
Nel documento del Consiglio permanente della Conferenza episcopale mozambicana, Costruire la democrazia per preservare la pace (Maputo 2012), i vescovi, guardando al paese, constatano una democrazia bloccata, per la concomitanza di un insieme di cause che, ad oggi, sono rimaste tali: “Abusi di potere da parte dell’élite politica, idolatria del partito associata al culto del capo, corruzione, disuguaglianza nella distribuzione del potere, della ricchezza e del benessere, che si riflette nell’opulenza ostentata di una piccola minoranza di fronte all’impoverimento della maggioranza della popolazione” (nn. 9-12 e 26).
Ma è sulla questione dell’economia e gestione delle immense risorse naturali che si gioca la partita chiave della democrazia e della pace. “Dio ha benedetto il nostro paese con un’infinità di risorse. Di fatto, oggi stiamo assistendo all’esplosione di scoperte, in qualsiasi parte e di ogni tipo. Ma se nel loro utilizzo vengono a mancare la saggezza, la prudenza e una politica giusta e trasparente, possono trasformarsi in un incubo, in una seria minaccia per il paese o addirittura in una vera fonte di divisione, disuguaglianza, conflitti e guerra” (n. 15).
I vescovi hanno visto bene. Purtroppo il loro appello è caduto nel vuoto. Pochi mesi dopo, nell’aprile 2013, sono ricominciati gli scontri armati tra i due tradizionali avversari: il Frelimo (Fronte di liberazione del Mozambico), filosovietico durante la guerra fredda, ultraliberista in tempo di economia di mercato, al governo dal 1975 – anno dell’indipendenza dal Portogallo –, prima come partito unico e poi come sistema di potere onnivoro che occupa in maniera tentacolare lo Stato, la società, l’economia e la finanza; la Renamo (Resistenza nazionale mozambicana), principale partito di opposizione, che non ha mai rinunciato definitivamente alla lotta armata, compromettendo in tal modo la sua credibilità politica. Da tre anni prosegue questa guerra a bassa intensità, che, tra fasi di maggiore o minore violenza, continua a mietere vittime e nel settembre 2015 ha visto due tentativi di assassinio del leader della Renamo.
SUPERMERCATO MOZAMBICO
Nel frattempo chi fa la spesa, indisturbato, al “Supermercato Mozambico” è il capitale straniero. In chiara connivenza con quella che era un tempo solo élite politica e ora è anche élite economico-finanziaria, complice di svendere un paese benedetto dalle risorse naturali come se fosse una proprietà personale.
Nel Canale del Mozambico c’è uno dei più importanti giacimenti mondiali di gas naturale. Le prime concessioni risalgono al 2006. Attualmente vi operano: Andarko (Usa), Eni (Italia), Statoil (Norvegia), Cnpc (Cina), Galp (Portogallo) e Petronas (Malesia). Si stima che nella sola area controllata dall’Eni ci siano riserve per 2.407 miliardi di metri cubi di gas, sufficienti a soddisfare per oltre 35 anni il fabbisogno italiano.
Nella regione centrale di Tete, Distretto di Moatize, c’è il maggior giacimento di carbone del mondo a cielo aperto. Vi operano: Vale (Brasile), Jindal (India) e Icvl (India), che ha recentemente rilevato le attività della Rio Tinto (Regno Unito-Australia).
Il Mozambico è ricco di legname pregiato. La maggior parte delle concessioni sono in mano ad imprese cinesi. È diretto in Cina il 93% del legname tagliato in Mozambico. Una Ong ha calcolato che il 49 per cento è tagliato illegalmente. Di questo passo nel 2029 termineranno le riserve commerciali di legname.
IL FURTO DELLE TERRE
Il Mozambico è uno dei paesi africani che più soffrono il fenomeno del Land Grabbing (accaparramento di terre): grandi multinazionali dell’Agrobusiness, fondi di investimento, società finanziarie e governi si appropriano, agevolati dal potere locale, di vasti appezzamenti delle terre più fertili, generalmente all’insaputa delle comunità locali che si trovano così espropriate del bene primario di sussistenza.
Un esempio eclatante è il ProSavana, uno dei maggiori affari di Agrobusiness del continente africano. Nel settembre 2009 i governi del Mozambico, Giappone e Brasile firmarono gli accordi di questo controverso progetto, elaborato e mantenuto sotto segreto fino al 2011. Il ProSavana prevede l’acquisizione di un’area di 14 milioni di ettari nel nord del paese da parte di imprese dell’Agrobusiness per impiantare le monoculture di soia, mais, canna da zucchero e cotone: un progetto immenso, che abbraccia 19 distretti di tre regioni diverse e dove risiedono quattro milioni di persone che rischiano di rimanere senza terra nella propria terra.
È il ritorno del sistema coniale: il paese è ridotto a fornitore di materie prime per l’esportazione, mentre le comunità locali sono costrette a diventare manodopera a basso costo.
CRESCITA SENZA SVILUPPO
Negli ultimi dieci anni, l’economia mozambicana ha registrato una crescita annuale del Pil tra il 7 e l’8 per cento. Il Mozambico è diventato una delle tre economie più attrattive dell’Africa sub-sahariana per il mercato internazionale. Ma questo non si traduce in miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Anzi. Se è vero che tra il 1996 e il 2003 la percentuale di mozambicani sotto il livello di povertà assoluta è diminuita dal 69 al 54 per cento, tra il 2004 e il 2015 la percentuale è rimasta invariata, mentre il numero assoluto dei poveri è aumentato di due milioni. E il 43 per cento dei bambini sotto i cinque anni continua a soffrire di denutrizione cronica. A certificare tutto questo è il rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo umano nel mondo, del dicembre 2015, che vede il Mozambico al 180o posto su 188 paesi presi in esame. In sintesi: una crescita senza sviluppo. Il Pil cresce, ma l’economia non è in grado di trattenere e distribuire la ricchezza generata nel paese perché controllata dal capitale straniero. La ricchezza va all’estero (e nei conti in banca dell’élite al potere), mentre la popolazione continua a sprofondare nella povertà.
DUE LINEE D’AZIONE
Che cosa fare come cristiani? Il documento dei vescovi risponde in questi termini: “Non possiamo dissociare l’annuncio del regno di Dio dagli avvenimenti concreti della società che siamo chiamati ad evangelizzare [...]. Dobbiamo crescere nella coscienza che queste questioni del paese interessano tutti, impegnarci seriamente e diventare più partecipativi nella gestione dei problemi che riguardano la convivenza democratica e il bene comune” (nn. 32 e 39).
Un appello alla responsabilità e all’impegno, da cui si possono ricavare due prospettive di azione: una dall’alto e l’altra dal basso. Per quanto concerne la prima, si afferma un principio fondamentale della politica del bene comune. In questa direzione, ad esempio, i vescovi auspicano la revisione e rinegoziazione dei “megaprogetti” – vale a dire gli investimenti superiori ai 500 milioni di dollari come quelli del carbone, del gas e dell’Agrobusiness –, in modo che ci sia un beneficio effettivo per tutta la popolazione e per le generazioni future. Altrimenti i megaprogetti finiscono per generare “megaproblemi”. “Megaproblemi politici, economici, sociali, culturali ed ecologici” (n. 16).
Ma questo non è sufficiente, se manca una presa di coscienza dal basso. Ecco allora che diventano “necessari e urgenti un dibattito e una riflessione inclusivi sulle questioni cruciali del paese che non possono essere lasciati solo ai politici di professione o agli specialisti del settore, ma devono coinvolgere tutti gli strati della società civile” (n. 19). Di una società civile – intesa appunto come sfera di interazione sociale che si pone in maniera critica, libera ed autonoma di fronte allo Stato e al mercato – che purtroppo latita fortemente in Mozambico. Il partito-stato Frelimo ha, infatti, occupato la sfera pubblica creando movimenti e sindacati propri e continua a soffocare con violenza il dibattito e il dissenso democratico.
Tuttavia forme embrionali di società civile stanno sorgendo nel paese proprio a partire da quelle comunità locali che vedono calpestati i propri diritti e la propria dignità per il solo fatto di vivere in aree ricche di risorse naturali. Proprio là dove appaiono i megaprogetti del carbone e del gas, dove la terra è espropriata e intere famiglie sono espulse, dove le imprese cinesi tagliano illegalmente il legname, vi sono comunità che si mettono insieme, si organizzano e creano cammini di resistenza. In questo processo di costruzione dal basso, a partire dalle comunità locali, da una società civile organizzata, la Chiesa gioca un ruolo determinante. In un paese dove i cattolici sono minoranza, circa il 25 per cento della popolazione, la Chiesa è capillarmente sparsa su tutto il territorio nazionale attraverso le parrocchie che, data l’estensione, sono organizzate secondo il metodo delle Comunità ministeriali di base: una Chiesa di base e laicale che esiste in virtù dei suoi ministeri, come il corpo esiste in virtù delle sue membra.
LIBERI SULLA PROPRIA TERRA
Tra le membra più vitali delle comunità ministeriali ci sono le Commissioni di giustizia e pace, che fanno riferimento alle rispettive Commissioni diocesane di giustizia e pace. Particolarmente attive sono le Commissioni delle diocesi di Nampula e Nacala –nell’area interessata dal ProSavana – e la Commissione della diocesi di Beira, nella zona centrale del paese, una delle più colpite dal fenomeno del Land Grabbing e dal taglio illegale del legname da parte di imprese cinesi.
Terra e legname: oggetti di appetiti globali e al tempo stesso fonti di sopravvivenza delle comunità locali. Su queste due materie lo Stato mozambicano si è dotato di due buone leggi che mirano a salvaguardare le comunità e il territorio. Per esempio, sulla questione della terra, la legge afferma che essa appartiene allo Stato e non può essere venduta. Le comunità locali hanno diritto all’usufrutto e nel caso che un soggetto terzo ne manifesti l’interesse, la comunità deve essere coinvolta nel dibattito decisionale attraverso consultazioni pubbliche. Al contrario, accade che il governo ceda la terra alle imprese dell’Agrobusiness e intere famiglie siano espulse senza consultazione pubblica e alcun indennizzo. Analogamente, per la questione del legname, la legge stabilisce che, oltre alle consultazioni pubbliche, il 20 per cento di quanto l’impresa paga di imposte allo Stato sia destinato alla comunità locale per progetti di sviluppo sociale e che il 15 per cento venga usato per il rimboschimento. Nella quasi totalità dei casi ciò non si verifica.
Di fronte all’evidente divario tra una buona legge e una popolazione vulnerabile, che non la conosce, e di fronte agli abusi che ne derivano da parte dell’élite al potere e del capitale straniero, le Commissioni di giustizia e pace divulgano la legge nelle comunità locali affinché esse stesse diventino coscienti dei propri diritti.
Ma c’è un passo anteriore che è più delicato e decisivo. In un contesto nel quale le istituzioni producono una legalità mutilata e nel quale dominano la paura e la sottomissione di fronte all’autorità, le Commissioni di giustizia e pace mettono insieme le persone. Infatti, insieme, le comunità sono più in grado di vincere la paura e la rassegnazione, di alimentare la propria coscienza e identità, di prendere la parola e rivendicare i propri diritti. Primo fra tutti quello di una vita degna, da vivere come cittadini liberi sulla propria terra, e non come merce in liquidazione in un paese-supermercato.







