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CON IL DR. MUKWEGE PER LA FINE DELL’IMPUNITÀ IN CONGO RD / INTERVISTA A JUSTIN BAHIRWE

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Perché questo impegno in occasione del 10° anniversario del Rapporto Mapping?

La società civile si pone sulle tracce dell’impegno civile del dr. Dénis Mu-kwege, perché, secondo le raccomandazioni espresse nel Rapporto Mapping, si giunga all’istituzione di un Tribunale Penale Speciale per il Congo: potranno allora comparire davanti alla giustizia personalità che sfuggono alla giustizia congolese. Il Rapporto mostra infatti che il conflitto armato non è stato solo nazionale, ma regionale. Inoltre, si potrebbero creare Camere miste specializzate, per coprire il campo a livello nazionale. L’esperienza del Tribunale Penale Speciale per il Ruanda e anche quella della Corte Penale Internazionale hanno infatti mostrato che queste giurisdizioni a scala internazionale sono molto costose e non giudicano che le alte personalità che sfuggono alla giustizia ordinaria. 

Accanto alla giustizia ordinaria, noi miriamo alla verità e alla riconciliazione. Come dice il dr. Mukwege, non si può costruire la pace sulle fosse comuni. Bisogna che della gente ci dica perché un giorno s’è svegliata e ha deciso di seppellire vivi i suoi simili, come a Kasika... o di assassinare più di ottanta ufficiali militari a Kavumu. Finché non si sa la verità, non ci si può riconciliare veramente, chiedersi perdono e decidere di rifare la propria vita. E questo aiuterà anche le generazioni future. Una parte della gioventù oggi considera la violenza come un modo di vita, vedendo che i crimini sono rimasti impuniti. Prendiamo il caso di Gatumba, al confine col Burundi, dove circa trecento rifugiati o sfollati che si ritrovano in un campo sono stati bruciati vivi… Non si vuole una giustizia selettiva, di un gruppo etnico piuttosto che di un altro, ma una giustizia che permetta a tutte le comunità di riconoscersi nei loro diritti. 

Accanto alla famosa Commissione Verità e Riconciliazione, che è esistita durante la transizione post-bellica ma che è fallita, chiediamo anche le riparazioni, individuali e collettive. Laddove si è usato lo stupro come arma di guerra per mettere in fuga tutta una comunità e sfruttare le risorse naturali locali, bisogna che si ripari in maniera collettiva. È il caso di Kaniola, nel Sud-Kivu. Infine, vogliamo la garanzia della non ripetizione: dopo essere stati giudicati, dopo aver chiesto perdono, dopo aver spiegato perché si è arrivati a tanto, dopo aver accettato che i propri simili che hanno sofferto hanno diritto di riparazione, la persona si impegnano a non più ripetere tali atti, affinché finalmente il Congo RD possa ricostruirsi.

Non siamo in una logica di vendetta: cerchiamo una giustizia riparatrice, sviluppando meccanismi di giustizia transazionale. Il dr. Mukwege ne ha fatto il suo cavallo di battaglia e questo gli ha causato minacce di morte e una campagna di demonizzazione giunta fino a chiedere che gli sia ritirato il Nobel. Si sente che, da qualche parte, qualcuno ha paura.

Con tali condizionamenti, pensate sia possibile raggiungere il vostro obiettivo? 

Siamo in tanti a impegnarci in questo senso. Non si conosce un altro paese che abbia registrato un così gran numero di uccisi come il Congo RD, a parte gli ebrei nella Shoah. Credo che oggi il Congo RD abbia battuto il record. Occorre far capire a quanti si credono potenti che l’Onu ha formulato il principio della dignità umana: siamo tutti uguali, non solo davanti a Dio, ma anche davanti alla legge e meritiamo di essere considerati tali. Questo Tribunale Penale Speciale sarà anche un mezzo di dissuasione per quanti ancora volessero promuovere ribellioni. Occorre anche un impegno serio riguardo alla tracciabilità dei minerali congolesi, che sono alla base della creazione di gruppi ribelli nel nostro paese, in particolare all’Est. Il conflitto congolese ha così implicazioni regionali, perché la maggior parte dei paesi della regione ha inviato truppe in Congo RD, e internazionali: i minerali congolesi si ritrovano negli smartphone, nelle auto elettriche, nelle batterie...

A un certo punto le autorità congolesi avevano rifiutato l’idea di un Tribunale Penale Internazionale, dichiarando che il paese poteva giudicare da solo i crimini commessi sul suo suolo. La situazione politica è forse cambiata? 

Sì, ci sono state queste prese di posizione a suo tempo, ma poi le autorità hanno cambiato parere. Nel nostro paese, è il quarto anno che il Consiglio Superiore della Magistratura non si riunisce in Assemblea generale, e questo non per mancanza di mezzi: si sente che ci sono interferenze politiche. Stiamo assistendo, a livello nazionale, a una volontà politica di ridare indipendenza alla giustizia, che purtroppo è ancora selettiva, perché ci sono settori politici che non vogliono che si tocchino i loro adepti. Abbiamo visto mandati di comparizione rimasti per questo lettera morta. Si sente ancora il limite del protezionismo e si capisce che non è oggi che la nostra giustizia riuscirà a giudicarli tutti: non ha né i mezzi materiali né l’indipendenza.

Considerando le sofferenze che la popolazione ha vissuto nel decennio 1993-2003, si direbbe che il Rapporto Mapping, pur contando oltre 500 pagine, sia molto povero... Ci sarà la possibilità per i sopravvissuti di testimoniare prima di morire? 

Il Rapporto Mapping è giusto una sintesi del lavoro fatto: non si potevano pubblicare diecimila pagine... Ma una documentazione più ampia esiste. A livello nazionale c’è un movimento di sopravvissute/i che lavora giorno e notte con le vittime. Molti ricercatori hanno scritto sui massacri in Congo RD, come pure altre organizzazioni internazionali. Anche se i magistrati decidessero di fare un’inchiesta complementare, non dovrebbero cominciare da zero. All’epoca del ministro Tumba Lwaba, incaricato dei Diritti umani, e di She Okitundu, è stato prodotto un “Libro bianco” su questi massacri, che è stato alla base delle prime accuse all’Uganda presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’Onu. Nel processo a Hussein Habré, c’era una camionetta di documenti; penso che per il Congo RD, ci saranno due o tre containers.

Stiamo anche chiedendo che, se si crea un Tribunale Penale Speciale per il Congo RD, gli si dia una competenza più larga, al di là del Rapporto Mapping, sul piano territoriale e temporale: un po’ prima del Rapporto e dopo. Ciò è possibile perché i crimini internazionali – crimini di guerra, crimini di genocidio o crimini contro l’umanità – sono imprescrittibili.

Che moviento s’è creato attorno al dr. Mukwege? 

Diverse organizzazioni della società civile, anche se non lavorano specificamente su questioni di giustizia, sono impegnate per chiedere l’attuazione delle raccomandazioni del Rapporto Mapping. Tutti dicono: siamo con il dr. Mukwege. Il movimento è organizzato in ogni provincia del paese ed è anche internazionale.

Intorno a lui c’è tutta una dinamica, direi diverse dinamiche. Anzitutto la “riparazione” delle donne vittime di stupri e violenze sessuali. Mukwege è diventato una personalità internazionale, il che ha permesso di creare, nel novembre 2019, a New York, il Fondo mondiale per le vittime di crimini nel mondo, un fondo globale che sta servendo il Congo RD e la Guinea Conakry; anche la Colombia, l’Iraq e il Centrafrica lo sollecitano. Il suo dinamismo permette alle vittime di ricostituirsi, mettersi insieme e rivendicare i propri diritti. C’è anche la dinamica dei ricercatori che cercano di capire perché durante tutto questo tempo le Nazioni Unite non si sono mosse, mentre lo hanno fatto per altri paesi; e perché altri paesi della Regione non vogliono che il Congo RD sviluppi meccanismi di giustizia transazionale. C’è un’altra dinamica, di tipo sociologico, fondata sui meccanismi locali: non si esclude di avere una struttura locale, un meccanismo di verità e riconciliazione, che permetta alle persone di venire, guardarsi in faccia, dirsi quel che è successo e impegnarsi a non ripetere più queste situazioni macabre. L’obiettivo è sviluppare dei meccanismi di giustizia transazionale in Congo RD, ispirandosi all’esperienza di altri paesi. 

L’esperienza del Sudafrica potrebbe costituire un modello? 

Certo. Su quel modello, dopo il dialogo di Sun-City, nel 2003, si era instaurata la Commissione Verità e Riconciliazione, ma essa non ha funzionato, perché al potere c’erano molte persone implicate nei crimini. Ogni volta che si invitavano, non venivano. Di modelli ce ne sono diversi, l’importante è cominciare, perché non si continui come oggi, che ci si sveglia e si apprende che nuovi gruppi armati sono stati creati. 

Il problema dei mezzi economici necessari per questo processo vi preoccupa? 

Sì, ma i mezzi si trovano. Il Congo RD è membro dell’Onu e paga la sua quota: ragione in più perché l’Onu unisca le forze e metta a disposizione i mezzi materiali necessari. Ci sono organizzazioni che possono contribuire, anche confessioni religiose, che pure sono state colpite. Si possono anche trovare contributi a livello locale: ogni cittadino potrebbe dare un dollaro a questo scopo... La vita dei congolesi e delle congolesi che sono morti a causa della guerra non può essere valutata col denaro. Ciò che occorre è soprattutto la volontà politica, a livello nazionale e internazionale.

In questo percorso, vi date degli obiettivi intermedi? 

Occorre anzitutto che la popolazione prenda coscienza che quanto è successo merita di essere preso in considerazione. Stiamo pensando a una serie di immagini per rendere in termini popolari i contenuti del Rapporto Mapping e a messaggi-chiave, con la speranza che la rivendicazione sarà forte. Occorre che, pure a livello nazionale, le autorità decidano di mettere fine all’impunità. Anche con leggi ordinarie si può frenare l’accesso ad alte funzioni da parte di alcune personalità, presunti autori di crimini di guerra. Si può inserire nella legge elettorale la clausola che impedisce di presentarsi candidati a persone citate in dati rapporti. Aspettiamo con impazienza la materializzazione dell’impegno preso dal presidente di darsi da fare nelle vie della giustizia transazionale. Dato però che la forza maggiore è al di fuori del paese, occorre che la comunità internazionale, attraverso il Consiglio di sicurezza dell’Onu, comprenda, questa volta, che troppo è troppo, che anche la guerra ha i suoi limiti e che ci sono circostanze in cui non aver fatto nulla equivale a fare del male.

IL VOSTRO IMPEGNO IMPATTA SULL’OGGI…

La maggior parte dei presunti autori citati nella lista – rimasta segreta – delle Nazioni Unite sono attualmente nelle istituzioni politiche del paese e godono così dei privilegi di immunità; alcuni di loro hanno beneficiato di leggi d’amnistia per fatti di guerra o di grazie presidenziali, e la giustizia congolese si trova impossibilitata ad agire nei loro confronti. Questo d’altronde fa sì che la guerra si perpetui in Congo RD, perché queste alte personalità sono le stesse che continuano a finanziarla creando ribellioni all’est del paese. L’esercito congolese, che, come succede altrove, dovrebbe essere impegnato per lo sviluppo, rimane così impiegato nella guerra e la parte del bilancio che dovrebbe andare alla scuola e alla salute, è orientata a combattere i gruppi ribelli creati dagli stessi aguzzini di ieri.



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