Novembre, Il valore di certe aggiunto di certe vite
Novembre, mese dei morti. Il pensiero va ad alcuni recenti funerali, che mi hanno inquietato e insieme sorpreso. Mi riferisco ai sei soldati italiani uccisi a Kabul; al missionario di Padova, don Ruggero Ruvoletto, 52 anni, freddato con due colpi d’arma da fuoco a Manaus (Brasile); al padre Giovanni Abbiati, saveriano di Chiuro (Sondrio), 61 anni, deceduto in un incidente stradale a Dhaka (Bangladesh); infine, al padre Giuseppe Crippa, anch’egli saveriano, di Bergamo, 75 anni, colpito da un ictus cerebrale a Luvungi (Congo RD) e deceduto pochi giorni dopo. Quattro funerali, due liturgie diverse.
La prima, quella dei sei paracadutisti della Folgore: un evento nazionale, inevitabile, celebrato in patria, alla presenza delle più alte cariche dello Stato, seguito e ripreso da tutti i giornali e canali televisivi nazionali.
L’altra, quella di don Ruggero e dei padri Giovanni e Giuseppe: una liturgia locale, spontanea, popolare, celebrata lontano dalla patria, sui luoghi della morte, e pressoché ignorata dai media del Paese. Domenica 20 settembre, nella parrocchia di S. Etelvina a Manaus, migliaia di persone, piangendo e cantando, hanno dato il loro ultimo saluto a don Ruggero, colpito da un’arma da fuoco impugnata da sicari del narcotraffico di un quartiere tra i più violenti della città.
Una ragazza spargeva petali rossi attorno al feretro, piangendo e articolando parole sottovoce con lui, sicura di essere ascoltata. Gli anziani si avvicinavano e lo chiamavano “figlio caro”.
Martedì 6 ottobre c’erano cristiani, indù e tanti musulmani alle esequie di padre Giovanni nella chiesa di Muzgunni a Khulna. Tante facce nuove, tutti venuti come a pagare un debito. Donne con le lacrime agli occhi e il singhiozzo alla gola venute a dire grazie a chi le aveva fatte sentire qualcuno nella famiglia e nella società attraverso il lavoro della juta. I bambini di strada a cui padre Giovanni aveva dedicato l’ultimo anno della sua vita. Quelli che, attraverso l’Housing Project, avevano potuto comprarsi un pezzo di terra e costruirsi una casa. Anche l’ambasciatore d’Italia, sig.ra Itala Occhi, ha voluto presenziare a questo momento di lutto in terra straniera. Venerdì 30 ottobre a Luvungi la celebrazione dell’eucaristia è stata un evento pasquale. C’erano più di mille persone che facevano corona al corpo di padre Giuseppe.
A Kamanyola la gente lo aspettava già in strada. Una folla immensa, che camminava cantando ”Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!”. Ciascuno portava un fiore e lo agitava formando un grande bouquet variopinto. Senza nulla togliere a chi ha dato la vita per il proprio Paese, anzi stringendoci attorno alle famiglie dei sei militari italiani colpiti in Afghanistan e partecipando al loro immane dolore, non mi sembra sbagliato, passata l’ora del lutto, chiedersi come mai a nessuno è venuto in mente di proporre i funerali di Stato per i missionari che hanno dedicato non diversi mesi, ma tutta la vita ai più poveri e agli ultimi del mondo, senza alcuna indennità di trasferta o agevolazione, senza brandire armi e godere di protezioni speciali.
È vero, i funerali di Stato non si addicono ai missionari. Sarebbero forse troppo retorici, ne svuoterebbero la memoria profetica!
Lungi da ogni polemica antipatriottica, chissà chi ha dato più lustro all’Italia, chi ha servito meglio la Patria, chi è stato più “eroe”, chi si è sacrificato di più per la Pace nel mondo?






