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MINE ANTIPERSONA: GLI IMPEGNI DOPO OTTAWA

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Come editoriale del mese presentiamo l’intervento del  presidente della Camera dei deputati al Convegno “Dalle mine al cibo” (Roma, 12 dicembre ’97).

Ora gli obiettivi sono due: quello di sollecitare l’adesione di Usa, Cina e Russia al Trattato di Ottawa e quello di intensificare l’impegno italiano ed internazionale per lo sminamento.

Nella stagione della globalizzazione dei mercati, la Convenzione di Ottawa e la legge che abbiamo votato in ottobre sono il segno concreto della volontà di porre al centro dell’azione politica i valori fondamentali dell’uomo.


Con il Trattato di Ottawa, 125 paesi del mondo si sono pronunciati contro la produzione delle mine antipersona e il loro commercio, vincolando i paesi produttori a distruggere i loro arsenali entro quattro anni, e i paesi che le usano a rimuoverle entro dieci.

L’impegno del nostro paese per questo obiettivo è stato straordinario. Associazioni promotrici della campagna italiana per il bando, governo, rappresentanti diplomatici e parlamento hanno operato insieme: il 22 ottobre, la Camera ha approvato definitivamente la legge che mette al bando le mine antiuomo ponendo così l’Italia fra i sei paesi che, avendo deciso unilateralmente di fermare la vendita e l’uso delle mine, hanno potuto sviluppare una forte azione internazionale che ha dato i suoi frutti prima ad Oslo e poi ad Ottawa. In pochi anni, il nostro paese è passato dal triste primato di essere uno dei principali produttori ed esportatori di mine a quello di un paese traino sul piano europeo ed internazionale per il bando definitivo di questi ordigni.

Il parlamento ha varato una legge severa, che non si limita a dichiarazioni di principio. La normativa in vigore non pone solamente il divieto di fabbricazione, di vendita e di cessione di brevetti o tecnologie, ma obbliga le Forze armate alla distruzione delle scorte in loro possesso e di quelle che i privati dovranno consegnare loro. L’unica eccezione riguarda la possibilità per le stesse Forze armate di detenere un quantitativo minimo di ordigni da impiegarsi esclusivamente per esercitazioni di sminamento.

E ADESSO?

Dopo Ottawa si apre una fase nuova e certamente altrettanto impegnativa: assicurato il primo ed importante risultato del bando sulla produzione e il commercio internazionale, ognuno di noi dovrà ora operare per due obiettivi indispensabili alla piena realizzazione di questo accordo internazionale: si dovranno attivare tutti i canali diplomatici e parlamentari per sollecitare l’adesione di Stati Uniti, Cina e Russia al Trattato sottoscritto ad Ottawa e, contemporaneamente, occorrerà intensificare l’impegno italiano e internazionale per lo sminamento.

Non basta infatti smettere di produrre e commerciare questi ordigni. È urgente finanziare ed attivare campagne di bonifica per evitare che nuove vittime si aggiungano ad oltre un milione di persone uccise, agli oltre 300 mila bambini che vivono con una mutilazione, ai 30 mila civili che ogni anno allungano la lista degli invalidi colpiti dall’esplosione di una mina.

L’impresa è enorme poiché siamo di fronte ad oltre 100 milioni di mine attive, collocate in 80 paesi, e il costo per la loro neutralizzazione viene calcolato tra i 300 e i mille dollari l’una. Tuttavia non possiamo fermarci di fronte a questi numeri. Sappiamo che il danno più grave che queste armi producono è costituito, paradossalmente, non dal numero di morti e di mutilati, ma dai disastri sull’economia, sull’agricoltura, sulla stessa possibilità di sopravvivenza di intere popolazioni.

Ciò è ancor più drammaticamente vero poiché i paesi infestati dagli ordigni antiuomo sono proprio i paesi in via di sviluppo, i quali si trovano ad avere sul loro territorio milioni di mine. In Cambogia vi è una mina per ogni abitante, in Afghanistan una ogni due, nell’Africa del sud una ogni cinque ma, nella sola Angola, il rapporto è di 1,3 mine per persona. Lo stesso segretario generale dell’Onu, a margine della conferenza di Oslo, ha sottolineato che è questo il problema centrale, affermando che: “Basta la presenza o la paura di un ordigno per impedire la coltivazione di un campo, depredando una famiglia o un villaggio dei mezzi di sopravvivenza".

IL RUOLO DELL’ITALIA

È con la consapevolezza di questo nesso inscindibile che il nostro paese, il governo e il parlamento debbono attivare tutti gli strumenti predisposti dalla legge varata in ottobre e quelli previsti dalla Convenzione di Ottawa.

In particolare, credo che la Camera dei deputati possa, con la stessa determinazione con cui in questa legislatura ha predisposto e votato la legge per la messa al bando delle mine antipersona, attivarsi perché la Convenzione di Ottawa sia rapidamente ratificata. Subito dopo la Camera dovrà attivare tutti gli strumenti a sua disposizione per sollecitare il governo a dare seguito agli accordi derivanti dal Trattato, in particolare ad intensificare i programmi di bonifica e a dare corso ai piani di collaborazione con i paesi che attuano direttamente programmi nazionali di sminamento.

Ma l’azione di controllo e indirizzo della Camera dovrà soprattutto concentrarsi sulla piena attuazione dell’art. 6 del Trattato, dove sono stabilite le modalità di cooperazione e assistenza tra i paesi firmatari per i programmi di sminamento. Penso in particolare agli obblighi che derivano al nostro paese dal 3° comma di questo articolo che prevede che ogni stato membro, che ne abbia la possibilità, debba fornire assistenza per la cura e la riabilitazione, la reintegrazione sociale ed economica delle vittime delle mine. Questo obbligo, peraltro, trova un’importante convergenza con quello fissato dall’art. 8 della legge italiana che ha specificatamente collegato l’impegno dell’Italia nelle operazioni di sminamento a quello della cooperazione con i paesi in via di sviluppo. L’art. 8 ha infatti stabilito di inserire tra le attività di cooperazione previste dalla legge che le disciplina “il sostegno alle vittime delle mine antipersona tramite programmi di risarcimento, assistenza e riabilitazione”.

Questi due articoli – forse i più qualificanti dei due testi – contengono tuttavia un limite, poiché definiscono vittime solamente i soggetti direttamente colpiti dalle mine. Credo invece che, proprio su questo versante, si debba compiere uno sforzo ulteriore allargando il concetto di vittima a tutte le popolazioni che hanno subito il blocco delle attività agricole, hanno visto impedito l’accesso alle acque dei pozzi e dei fiumi e ai loro stessi villaggi, vedendo in tal modo compromessa la loro stessa sopravvivenza. Su questo credo che si sia un obbligo, anche morale, dei paesi che sono, o sono stati, produttori e venditori di mine.

In primo luogo, essi dovrebbero promuovere una revisione del concetto di vittima e, di conseguenza, anche di quello di risarcimento. Le forme di questo tipo di risarcimento potrebbero poi essere individuate proprio nell’ampliamento degli strumenti e nell’incremento dei finanziamenti delle politiche di cooperazione allo sviluppo verso quei paesi e quelle popolazioni che nel loro complesso hanno subito i danni del posizionamento delle mine antipersona. In questo modo, si coglierebbe pienamente l’indicazione del legislatore italiano che ha individuato nei programmi d’assistenza e sostegno alle vittime una delle attività proprie della cooperazione allo sviluppo.

COME VINCERE QUESTA GUERRA

Occorre anche, ma questo non è davvero l’ultimo punto, che anche il nostro paese sia in grado di individuare nuove risorse da mettere a disposizione delle campagne di bonifica, poiché dobbiamo essere tutti consapevoli che se quei territori non saranno liberati dalle mine antipersona si negherà a centinaia di migliaia di persone la stessa possibilità di sopravvivere.

È su questo fronte che l’Italia e la comunità internazionale potranno vincere davvero la guerra, civile ed umanitaria, contro le mine, contro il loro potenziale di morte e paura che resiste indifferente ai tempi di guerra e ai tempi di pace.

Nella stagione della globalizzazione dei mercati, delle politiche spesso appiattite su criteri economicistici, la Convenzione di Ottawa e la legge che abbiamo votato in ottobre sono il segno concreto della volontà di porre al centro dell’azione politica i valori fondamentali dell’uomo, la tutela sociale, la protezione dei soggetti deboli che vivono o sopravvivono nella società globale.

Occorre porre più giustizia sociale nei nostri programmi, nei nostri criteri di scelta. La pur necessaria attenzione ai bilanci pubblici, rischia di lasciarci sordi di fronte ai bisogni dei poveri, di chi non ha i mezzi economici essenziali per vivere o per curarsi, in Italia come nel resto del mondo.

Il cardinale Martini ha segnalato la deriva dell’insensibilità. Possiamo chiederci, camminando sulla stessa strada, qual è il posto che ha la giustizia sociale nelle attuali politiche del governo nazionale, in quella degli altri paesi della comunità internazionale?

È vero che il risanamento dei bilanci, la lotta contro l’evasione fiscale e l’eliminazione dei privilegi sono la premessa per politiche sociali. Ma dubito che la politica dei due tempi possa reggere di fronte a chi in Italia e nel mondo ha freddo, fame, bisogno. Specie chi ha le proprie radici politiche nel solidarismo, operaio o religioso, deve porsi queste domande e dare risposte politiche, che affrontino i problemi e non si limitino a condividere la denuncia.

E allora occorre che si cominci dalle risposte possibili per attivare in tutti fiducia e speranza.

LUCIANO VIOLANTE, presidente della Camera dei deputati.


LE VITTIME SONO SOPRATTUTTO CIVILI

La deposizione di mine colpisce direttamente soprattutto i civili: in molti paesi in vita di sviluppo sono stati minati i campi agricoli, i territori di pascolo, le sponde dei fiumi, gli accessi ai villaggi.

Le conseguenze di tutto ciò sono evidenti: di fronte all’impossibilità di rifornirsi d’acqua, di praticare la pastorizia e qualsiasi attività agricola si aprono due sole alternative: l’emigrazione in massa verso le città dove i servizi e le infrastrutture sono già insufficienti, e spesso ancora devastate dalla guerra, o la concentrazione in territori già di per sé poveri di risorse naturali ed agricole che verranno così definitivamente depauperati.

Le campagne di sminamento dunque non sono solo operazioni vitali per chi abita nelle zone direttamente colpite, ma sono necessarie per assicurare la sopravvivenza di intere popolazioni che vedono, e vedranno, altrimenti scardinato il loro già precario equilibrio agro-alimentare.

L.V.



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