"La Missione" non è così
Oltre che con questo “Comunicato stampa” a proposito di uno sballato film, che per rispetto dell’Africa e della missione speriamo non abbia seguaci, ritorniamo sul tema nella rubrica “Chiama l’Africa” e con una riflessione nella terza parte.
È in programmazione su Canale 5, per il 4 e 5 febbraio, un film intitolato La missione. È una fiction che prende spunto dalla situazione del Burundi, in questi anni tragicamente toccato da una guerra civile che, a detta di tutte le agenzie internazionali, ha provocato negli ultimi tre anni dai 150 ai 200 mila morti, nell’indifferenza quasi totale della comunità internazionale e dei media.
Il protagonista del film è un missionario e il titolo lascia pensare a una presentazione più generale della “missione”. Tra l’altro, benché si parli di fiction, nel fascicolo dato ai giornalisti nella conferenza stampa del 30 gennaio a Roma, si dice che “la sceneggiatura è in gran parte ispirata a fatti realmente accaduti nel 1995 durante la guerra civile in Burundi” e il 16 gennaio ne Il giornale Fausto Biloslavo scrive che “il film è ispirato all’eccidio nell’autunno del 1995 di due missionari saveriani e di una volontaria laica in Burundi, tutti e tre italiani”.
I missionari saveriani sentono quindi il dovere di fare alcune precisazioni e riflessioni su questo film. Prima di tutto, se i suoi ideatori dicono di essersi ispirati all’uccisione dei missionari saveriani in Burundi, deve trattarsi di una ispirazione molto remota, dal momento che nulla nella storia trattata nel film coincide con la vicenda dei tre italiani uccisi a Buyengero il 30 settembre 1995. Approfittiamo anche per rettificare quanto scritto da Il giornale, dove si parla di 53 saveriani che opererebbero in Burundi, quando invece sono attualmente solo 17.
Ma quello che più ci preme sottolineare è che la figura del missionario presentato ne "La missione" è molto lontana dall’autocomprensione che il missionario ha oggi di se stesso, anche se non mancano missionari che potrebbero avvicinarsi a quello descritto nel film.
- il missionario, oggi, non è più un Rambo (come il nome di P. Ramboni potrebbe facilmente suggerire). Oggi è finito il tempo mitico del missionario esploratore, maestro, portatore di una civiltà superiore, onnipotente, guaritore, eroe… Oggi al missionario si addice di più, soprattutto nella regione dei Grandi laghi, l’impotenza, la vicinanza con la gente, l’umiltà, la sofferenza di fronte ai risultati a volte contraddittori dell’opera stessa di evangelizzazione.
- il missionario non è più il primo ed unico protagonista della missione. Questo poteva essere vero nella missione di 50 anni fa, quando ancora i territori cosiddetti “di missione” erano affidati ad un istituto missionario. Oggi il missionario è a servizio di una chiesa locale, ormai dovunque costituita e ne condivide il cammino, le lotte, le debolezze, a volte il peccato e, come nella regione dei Grandi laghi, l’impotenza e la calunnia. È a fianco di queste chiese, dei suoi pastori ma anche della sua gente, che il missionario si pone, cercando di offrire il servizio dell’universalità della chiesa, ma senza sterili fughe in avanti, senza atteggiarsi a giudice.
- Per quanto riguarda poi la situazione del Burundi nella quale il film vorrebbe ambientarsi, il missionario resta in quel paese non per un suo progetto politico o per una scelta di parte, pro o contro una fazione, ma per condividere la situazione della gente, di tutte le etnie. Il missionario non desidera la vittoria di nessuna della parti in lotta sull’altra, perché questo allo stato attuale sembra significare sempre più eliminazione degli uni da parte degli altri, ma crede che la convivenza pacifica di tutti i Barundi nella giustizia è ancora possibile.
Crede, insieme alla chiesa del Burundi, che “solo il dialogo tra tutti i Barundi porterà alla pace” (Messaggio dei vescovi del Burundi 6-2-1996) e per questo opera, spera, soffre e, se occorre, è disposto anche a morire.
p. Rino Benzoni - Roma, 2 Febbraio 1998.







