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Luigi Sartori, Teologo del dialogo

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Avevo già abbozzato una sintesi del pensiero di L. Sartori (1924-2007) a conclusione del volume offertogli in occasione del suo 60° compleanno: Venti anni di Concilio Vaticano II. Contributi sulla sua ricezione in Italia (a cura di S. Dianich ed E.R. Tura), Roma 1985, pp. 215-230. Per completare questa sintesi sono utili: Una mentalità ecumenica. Luigi Sartori a colloquio con Giampie tro Ziviani, Milano 2006; Il Dio di tutti. Intervista e scritti inediti (a cura di L. Tallarico), Molfetta 2007. In questo profilo mi limito ad evocare le linee guida della sua teologia missionaria, soprattutto a partire dalla partecipazione del teologo patavino al Concilio Vaticano II in qualità di esperto.

SEMPRE OLTRE

Se Sartori fosse stato eletto vescovo, probabilmente avrebbe scelto come motto “Sempre oltre”. Immer weiter è tuttora il sottotitolo della rivistina del suo borgo natio, Roana, in ricordo dell’antica parlata cimbra. L’impulso per l’oltre gli venne senz’altro dalla natura alpina dell’Altopiano di Asiago e pure dall’esperienza di migrazione di molti suoi compaesani e parenti. Fu però l’evento impareggiabile del Concilio ad offrirgli l’input maggiore.

Come esperto della Conferenza episcopale italiana Sartori, ormai sui quarant’anni, doveva seguire il dibattito in aula conciliare, prendere appunti e, immediatamente dopo, nel primo pomeriggio, tradurre in sala stampa ai giornalisti, specie italiani, le varie posizioni teologiche emerse in concilio. Si trattava di uno sforzo notevole di testa e di cuore per mostrare concretamente una Chiesa in dialogo con il mondo contemporaneo, traducendo in linguaggio parlato anche questioni teologiche apparentemente lontane, che i giornalisti volevano capire e far capire alla gente.

Lo sforzo maturò in Sartori una ricezione anticipata e profondamente personalizzata di documenti come Gaudium et spes, Nostra aetate, Ad gentes, oltre alla costituzione-base Lumen gentium. Di tale maturità si accorse più d’uno nel dopoconcilio.

Sentendolo parlare al proprio clero di Vittorio Veneto, il vescovo Albino Luciani (poi patriarca di Venezia e per trentatrè giorni Papa), ricordando l’orografia di Roana scherzosamente affermava: “Prima del Concilio don Luigi alloggiava all’osteria Al Ponte incassata nella val d’Assa; dopo il Concilio ormai alloggia sul monte Verena, su Cima Dodici e l’Ortigara, da dove lo sguardo spazia sereno per chilometri e chilometri”?

LA CATEGORIA DELLA RELAZIONE O DEL DIALOGO

La categoria fondamentale sottesa al suo pensare va individuata facilmente nella relatio che gli antichi Padri usavano per far luce nelle controversie trinitarie e cristologiche e che Sartori traduce in ecclesiologia come sinonimo di correlazione e dialogo: così intesa, la relatio è in grado di proporsi come correttivo contro possibili assolutizzazioni di se stessi e stimolo alla crescita con tutti e in tutto. La conseguente solidarietà storica invita a fare la strada insieme con l’intera umanità, superando la paura del nuovo e vivendo la missionarietà in un dialogo con le positività dell’altro, prima di proporre nelle fessure altrui il lievito evangelico di Cristo Signore.

LA MISSIONE PIÙ DA VICINO

Nel pensiero di Sartori si può cogliere la fisionomia di una Chiesa che deve attrezzarsi per diventare missione, minoranza dinamica ma influente: detto teologicamente, sacramento di salvezza disegnato sul prototipo solidale di Cristo, dono del Padre nello Spirito per l’umanità. Le due “missioni” divine, del Figlio e dello Spirito, invitano la Chiesa a percepirsi dono per diventare in tutti i suoi membri impegno e responsabilità per l’intera umanità: non solo un’arca di Noè dove stare al sicuro, ma un “sacramento” nativamente aperto per l’umanità.

Nei contributi più espliciti sulla missione (Dimensione missionaria della Chiesa, conferenza all’assemblea nazionale dei Direttori diocesani delle PP.OO.MM., Roma 1974; “Ripensare la teologia della missio ne partendo dalla Redemptoris missio”, in Il Verbo nel mondo 1992 dei Missionari Verbiti di Varone/TN. Questi due testi sono ripresi in Per una teologia in Italia, vol. I, pp. 353-390.

Poi tre contributi per la rivista “Credere oggi”: Quale Chiesa per la missione? del 1985; Spiritualità e missione, dell’anno precedente; I nodi teologici della missione futura. Fede in Cristo, Chiesa locale del 1994: i tre scritti appaiono in Per una teologia in Italia, vol. III, pp. 337-369) Sartori ribadirà, contro la tentazione del protagonismo, la necessità di lasciarsi evangelizzare per poter evangelizzare, imparando dai fatti della storia, letta con fede nello Spirito Santo e attraverso un discernimento induttivo che lascia spazio ai laici più immersi nella ferialità e “monaci delle cose”. Così si può sperare di coniugare strettamente insieme la pastorale, che privilegia il “già” esistente, con la missionarietà disponibile a forme nuove del “non ancora”.

Sartori ritornerà più volte a commentare tre “paroline” (in – con – per l’uomo e la storia) come programma ecclesiale, onde riuscire a disegnare parabole significative e incisive del regno di Dio nella nostra storia sempre travagliata e bisognosa di speranza.

LA MISSIONE COME AMICIZIA

Delle tre “paroline” commentate, Sartori privilegia il “con” e su questa linea, negli ultimi mesi di vita, Sartori riprendeva il tema della missione come stimolo alla conoscenza amicale, lasciando intuire nella capacità di amicizia un grande dono dello Spirito, quasi un sacramento ecumenico fondamentale da invocare.

Ricordava il gesuita Matteo Ricci nella sua missione in Cina condensata nel libretto De amicitia. Una vera novità, diceva, può accadere se si allarga la fessura umana dell’amicizia, in grado di intuire la ricchezza dell’implicito vissuto concretamente dagli altri. Ricci, da buon gesuita, si preoccupava anzitutto del ponte su cui far transitare l’annuncio di Cristo e del suo Vangelo, eliminando pregiudizi bloccanti e valutazioni parziali. I domenicani e i francescani dopo Ricci cambiarono stile missionario puntando sull’immediato annuncio cristiano, senza preoccuparsi del ponte amicale: e la missione si bloccò.

Da parte dei gesuiti non si trattava di semplice tattica missionaria:

era piuttosto il recupero della creazione come base unitaria comune e come legame che resta comunque nella storia umana, pur distorto dal peccato.


I NODI TEOLOGICI DELLA MISSIONE FUTURA

In un mondo divenuto grande villaggio i nodi teologici della missione futura (la fede in Cristo e la Chiesa locale) rivelano soprattutto due rischi: un livellamento in orizzontale che riduce Cristo a uno dei tanti salvatori e una riduzione della Chiesa locale a un nido caldo che diventa fine a se stesso.

La veritas facienda, che è la persona del Signore Gesù, impone una fede più pura e più intensa, da verificare spesso, onde purificarla da inevitabili elementi spuri; sollecita ogni Chiesa locale perché diventi sorella effettiva delle altre Chiese in una “sororità” che sa percorrere la via della persuasione e del convincimento per far nascere altri cristiani e altre comunità; una rinnovata Pentecoste invita a capire lingue diverse: l’io cristiano punta sempre verso il noi di molti fratelli.

Allargando l’orizzonte alle altre religioni, sulla linea della Redemptoris missio, Sartori valorizza gli spermata tou logou di patristica memoria, dando tuttavia al termine sperma un significato di pienezza: pur in forma di seme, tutto vi è già precontenuto. Questo “tutto” delle altre religioni, pur nella sua radicale provvisorietà, lascia intuire la speranza di “vie” con cui dialogare per assumere, purificare e lanciare al di là di tutti i valori positivi intuiti.

Tra i paradigmi della missione, Sartori, recuperando la nota escatologica del regno di Dio, sceglie quello “nascente ecumenico”, intendendo la missione come “Chiesa con gli altri”, non contro gli altri.

In tale paradigma sono presenti tanti aspetti come la missio Dei, l’evangelizzazione, la ricerca della giustizia, l’inculturazione, la liberazione.



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