I MIEI 60 ANNI DI PRETE, SOPRATTUTTO TRA I FUORI CASTA DEL BANGLADESH
Il 25 ottobre 2024 p. Antonio Germano, saveriano, da oltre 47 anni in Bangladesh, celebra il 60° di ordinazione presbiterale. In questa “lettera” racconta com’è stata la sua parabola missionaria e perché dal 10 dicembre 2006 ha preso anche il nome di “Das”, schiavo in bengalese.
I MIEI 60 ANNI DI PRETE, SOPRATTUTTO TRA I FUORI CASTA DEL BANGLADESH
P. ANTONIO GERMANO DAS
PARMA, 3 SETTEMBRE 2024
Il profumo della rosa. Per celebrare questi 60 anni, prendo spunto da un aneddoto letto nella famosa rivista indiana di teologia Vidyajyoti Journal of Theological Reflection poco più di un decennio fa. «I discepoli erano tutti presi dalla discussione sul detto di Lao-Tzu: “Quelli che sanno non parlano, quelli che parlano non sanno”. Quando il Maestro entrò, i discepoli gli chiesero il significato di quelle parole. Il Maestro rispose: “Chi di voi conosce la fragranza di una rosa?”. Tutti la conoscevano. Allora il Maestro riprese: “Esprimetela in parole!”. I discepoli rimasero in silenzio». L’aneddoto dice bene la mia situazione, mentre mi accingo a percorrere a ritroso questi 60 anni: l’esperienza non si racconta, si vive!
Missione fa rima con passione. Così secondo il motto di san Paolo: “Caritas Christi urget nos” (2Cor 5,16), a cui si ispirò anche l’arduo progetto del fondatore san Guido M. Conforti. Se è vero che oggi la parola missione trova spazio in molte tavole rotonde teologiche, la spinta missionaria, come intesa da Paolo e dal nostro Fondatore, sembra molto affievolita, se non addirittura spenta. Era proprio la passione per Cristo che mi teneva inchiodato sulla riva del fiume Kopotokko in balia delle intemperie e dei cicloni: 12 anni senza corrente, telefono e mass media.
Missione come esodo. La chiamata alla missione ci colloca sulla scia di Abramo, padre di quelli che credono e si affidano: è anzitutto un uscire dalla propria terra. Il primo esodo, dalla terra dove si è nati, fa soffrire all’inizio, di una sofferenza che viene subito assorbita. Il secondo esodo invece, dalla terra del nostro io e del nostro modo di pensare e agire, non finisce mai e ci accompagna tutta la vita.
Missione ad gentes. Sull’orizzonte della missione una volta figuravano solo i popoli che non conoscevano Gesù. Oggi l’orizzonte si è accorciato, perché i popoli dell’ad gentes sono a casa nostra e si dice che non c’è bisogno di uscire per trovarli. Ma, come missionari ad gentes, dovremmo avere una posizione chiara e netta: il problema riguarda la Chiesa locale, che, come dice il Concilio, è per sua natura missionaria. Ma, come saveriani, dobbiamo conservare intatta l’identità del carisma ad gentes, che richiede l’uscita dalla propria terra e cultura.
Missione come identificazione col popolo a cui si è inviati. Nel 1979 tracciando un breve profilo di p. Serafino Della Vecchia, Mucider Father (il padre dei Muci), scomparso a soli 52 anni, scrivevo: “Il fatto fondamentale della vita missionaria di Serafino è stata l’identificazione con la sua gente”. Ebbene, il 10 dicembre 2006, Giornata mondiale dei diritti umani, celebrata con enfasi dalla nostra gente Das, fuori casta, della zona di Chuknagar, quando venne il mio turno, esordii dicendo: “Celebriamo la Giornata dei diritti umani, orbene, dopo tanti anni con voi, penso di aver acquistato anch’io un diritto”. Ci fu un momento di silenzio, in cui sembrava che la gente mi domandasse: “Sei di pelle bianca, quale diritto ti manca?”. Continuai: “Sì, ho acquisito il diritto di chiamarmi come voi, Das”. Gli occhi di tutti si illuminarono di gioia e fui accolto con un grande applauso.
Missione ad vitam. Fino all’ultimo respiro per la missione! Forse noi saveriani dimentichiamo che la nostra vita consacrata è scandita, oltre che dai voti di povertà, obbedienza e castità, anche da quello di missione. Da giovani si corre, affrontando con entusiasmo anche situazioni difficili, con il rischio di sbagliare. Con l’età matura, più disincantati, si frena un po’ la corsa. All’arrivo della quarta età, che mi riguarda, c’è bisogno di una terza gamba, il bastone, per muoversi. Si vorrebbe correre come una volta, ma la terza gamba non lo consente! Allora ci si rende conto di essere entrati nella fase finale della missione, il cui apice è la kenosis, un graduale scomparire, per l’invocazione finale: Maranatha, Vieni, Signore Gesù!







