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La guerra civile in Libia non si è fermata neppure al tempo del coronavirus, grazie anche all’intervento straniero che spalleggia l’uno o l’altro dei due principali contendenti. Da una parte Fayez al-Serraj a capo di un Governo di accordo nazionale con base a Tripoli, riconosciuto dall’Onu e sostenuto soprattutto dalla Turchia e dal Qatar, dall’altra il generale Khalifa Haftar, a capo di un Esercito nazionale libico basato a Bengasi (Cirenaica, est del paese) sostenuto da Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Francia, Turchia e Russia, queste ultime le più attive al momento, continuano in Libia lo scontro-incontro che li ha visti su fronti opposti in Siria.

USCIRE DALLA CRISI SAREBBE SEMPLICE

Uscire dalla crisi sarebbe semplice: rispettare l’embargo dell’Onu sulle armi decretato nel febbraio 2011, attuare un cessate-il-fuoco, mettere attorno al tavolo le componenti politiche, sociali ed economiche per un accordo su una transizione che porti a istituzioni legittime dopo regolari elezioni. Peccato che questa soluzione oggi in Libia non sia praticabile. Perché?  

L’intervento miliare straniero, con la partecipazione dell’Italia, sotto il comando Nato, ufficialmente per proteggere la rivolta popolare scoppiata nel febbraio 2011, lascia dopo mesi di bombardamenti e con l’uccisione di Gheddafi da parte dei “ribelli” (ottobre) un paese senza Stato. L’interesse internazionale è dettato naturalmente non da sentimenti umanitari, ma dalle enormi riserve petrolifere del paese (al primo posto in Africa, al 10° nel mondo) e dalla sua posizione geostrategica. Affacciata sul Mediterraneo, la Libia confina con sei paesi africani, proiettandola nel cuore dell’Africa, anche per ciò che riguarda i flussi migratori.

IL MOSAICO DI TRIBÙ È STATO SCOMPOSTO

Con il crollo dello Stato, il mosaico delle tribù (circa 140 di diverso peso), tenuto insieme da Gheddafi col pugno di ferro e un abile equilibrio, si scompone nelle antiche rivalità, alimentate dallo smembramento dell’esercito e del suo arsenale, lasciando il campo libero a molteplici milizie armate. La strategia occidentale è stata allora quella di ricostruire le istituzioni. In meno di un anno si è andati alle prime elezioni libere nel luglio 2012, due anni più tardi nel giugno 2014 all’elezione del primo Parlamento. In un paese dove non esistono una cultura e una pratica della democrazia era impossibile formare una classe politica in grado di far funzionare un Parlamento ed esprimere un governo con poteri reali. Ne è nata una situazione confusa, con la coesistenza di due parlamenti, di due governi, con le sedi delle istituzioni spesso sotto assedio delle milizie. 

Queste, con i loro diversi interessi e orientamenti ideologici, sono il vero soggetto forte. Costituite su base tribale, le milizie sono armate dal contrabbando e dagli stessi Stati che hanno votato l’embargo. Rifiutano qualsiasi accordo politico che non riconosca la loro potenza di fuoco o che conceda spazio ai rivali. Si alimentano con contrabbando, traffico di essere umani, gestione di centri di detenzione per migranti, sequestri. Il petrolio è fonte di scontro, per il controllo dei pozzi, dei gas/oleodotti e dei terminali sulla costa, anche se il riacutizzarsi della guerra negli ultimi mesi ha quasi paralizzato questa risorsa. Ufficialmente solo il governo riconosciuto e la compagnia statale Noc (National oil corporation) possono esportare, e i proventi sono fatti confluire alla Banca centrale che li divide tra i due governi, che ricevono le pressioni delle milizie.

I DUE CONTENDENTI

Il generale Haftar, che ha sostenuto Gheddafi per poi diventarne oppositore in esilio, è l’unico che riesce a riunire progressivamente attorno a sé, a partire dal maggio 2014, un buon numero di queste milizie. Per prima cosa sconfigge lo Stato islamico, installato nel golfo di Sirte, per poi partire dall’aprile 2019 all’assalto di Tripoli e del rivale al-Serraj. La tempistica non è casuale: 10 giorni dopo si sarebbe dovuta tenere a Ghadames la Conferenza nazionale libica, promossa dall’Onu. Doveva disegnarne il nuovo assetto, e poiché non gli sarebbe stato riconosciuto il peso che ha sul terreno militare, Haftar ha preferito giocare d’anticipo, avendo ricevuto assicurazioni dagli alleati.

Al-Serraj guida un governo di unità nazionale dal marzo 2016, a seguito dell’accordo di Skirat (Marocco) organizzato dall’Onu nel dicembre 2015 per rispondere soprattutto al pericolo islamista. È un governo debole, costretto ad appoggiarsi anche a milizie fondamentaliste, privo di legittimità poiché non ha mai ricevuto la fiducia del Parlamento, lacerato al suo interno. Al-Serraj fonda la propria legittimità sulla designazione da parte dell’Onu e su una petizione firmata dalla maggioranza dei deputati di un Parlamento di cui la Corte Suprema ha in seguito annullata l’elezione. Controlla una minima parte del paese attorno a Tripoli. Haftar non avendo trovato nel governo di al-Serraj la misura delle sue ambizioni lo combatte con ogni mezzo.

In questo contesto al-Serraj è utile più che al paese alla comunità internazionale cui fornisce l’alibi di un interlocutore “riconosciuto”. Haftar fa figura di uomo forte, controlla infatti la maggior parte del paese e dei pozzi petroliferi, e per questo è corteggiato da numerosi governi. Così i due rivali continuano a fronteggiarsi nella speranza, finora vana, di eliminarsi a vicenda.

LE ASPIRAZIONI DI RUSSIA E TURCHIA

Due potenze con aspirazioni egemoniche sul Mediterraneo sono entrate pesantemente in campo. Dopo che la Russia ha inviato i propri mercenari privati a sostegno di Haftar fin dal 2017, la Turchia ha risposto con un nuovo accordo con al-Serraj a fine novembre scorso. Erdogan ha subito pesanti perdite nella prima fase dello scontro, malgrado lo spiegamento di miliziani siriani pro-turchi, ed ora ha impiegato una nuova generazione di droni che, al momento in cui scriviamo, ha fermato la zampata di Haftar su Tripoli. Poiché Mosca e Istanbul hanno tuttavia interessi comuni, quella che si prospetta è una divisione del paese e delle zone di influenza nel Mediterraneo.

E LE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI?

L’Onu ha dapprima coperto i bombardamenti Nato, poi ha tentato di mettere in piedi una missione (Unsmil) e un percorso di pace corrispondente più ad una mitizzazione della democrazia occidentale che alla realtà sociale libica. Ben sei inviati speciali si sono affannati a portare a casa un risultato, l’ultimo, il libanese Ghassan Salamé, ha gettato la spugna all’inizio di marzo quando ha capito che diversi membri del Consiglio di Sicurezza gli remavano contro. Indebolita già da anni sui molti fronti caldi, a cominciare dalla Siria, l’Onu non è in grado, per volontà del Consiglio di Sicurezza, di inviare una forza di polizia internazionale per disarmare progressivamente le milizie e far rispettare i diritti e la dignità della popolazione. 

L’UNIONE EUROPEA

L’Ue si è limitata soprattutto al vergognoso balletto dei respingimenti dei migranti, dopo aver via via depotenziato e ostacolato i salvataggi in mare. La “Guardia costiera libica” le è servita da alibi, al-Serraj come figurante di un governo che non c’è per concludere accordi improbabili sulle migrazioni che, anche se annullati, cosa che la furba Italia si è ben guardata dal fare, lascerebbero le cose sostanzialmente come prima. L’ultima vergogna l’Ue ce l’ha proposta con la fine della missione Sophia e l’avvio da aprile di quella Irini per imporre l’embargo sulle armi, ma non per fare salvataggi. Che il comando operativo della missione sia a Roma, e sia affidato ad un ammiraglio italiano non ci deve particolarmente inorgoglire.

IL PROBLEMA MIGRAZIONI            

Le migrazioni internazionali che giungono dalla Libia sono parte di una catena in cui si intrecciano diverse reti: contrabbando di merci e di armi, reti di terroristi fondamentalisti, organizzazioni di trafficanti di esseri umani e di scafisti, istituzioni locali corrotte che speculano sulla presenza di stranieri. Le migrazioni internazionali sono dunque una delle fonti economiche dell’illegalità e della corruzione in Libia. Salvare vite umane in pericolo nel Mediterraneo e accogliere coloro che aspirano alla sponda sud dell’Europa è doveroso ma fa pur sempre parte della catena appena descritta. La soluzione per i migranti, per la Libia e per l’Europa è una sola: consentire ai migranti economici, di cui comunque l’Europa ha bisogno, un ingresso legale, e ai profughi nuove modalità d’accesso al diritto d’asilo, inclusa la possibilità di fare domanda in un consolato di un paese europeo anche nelle zone, o in quelle vicine, di conflitto e di gravi violazioni dei diritti, compresa l’evacuazione con corridoi umanitari.  In questo modo si tolgono importanti risorse economiche alla criminalità organizzata e al terrorismo, si smantellano i campi di internamento degli stranieri, si evitano sofferenze immani e perdite di vite di migranti e profughi, si assicura un lavoro dignitoso e l’inclusione sociale dei migranti e delle loro famiglie. La soluzione non sta ovviamente in Libia, dove tutti hanno interesse che le cose continuino come adesso, ma nell’Ue.



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