CONVEGNO, DOMANDE A MARGINE DEGLI INTERVENTI / MATTINA
Un dibattito vivace. È quello che ha seguito l’esposizione del testo di Lidia Menapace e Nanni Salio. Ecco alcuni degli interrogativi e delle considerazioni fatte dai partecipanti.
Non penso ci possa essere vera pace senza un lavoro deciso e quotidiano contro le cause della miseria: l’Europa conta oltre 60 milioni di poveri e il loro numero nel mondo è in continuo aumento.
Pubblichiamo qui di seguito alcune delle domande che il pubblico ha rivolto ai due relatori.
Domanda. Ho sentito molte riflessioni stimolanti e necessarie per la nuova cultura di cui c’è oggi grande bisogno e a cui dovremmo collaborare tutti. I problemi sociali citati sono complessi, per cui richiedono un enorme lavoro e molto tempo per essere risolti, anche perché lunga è la strada percorsa dalle forze del neoliberismo oggi dominanti nel mondo. Forse inseguo un’utopia, ma credo sarebbe bello che un gruppo di noi si mettesse insieme a costruire una nuova società, fatta di vita semplice e fraterna. Don Zeno Saltini, fondatore di Nomadelfia, diceva che il primo comandamento era quello dell’amore reciproco. Sono cristiano, anche se non pratico da quasi mezzo secolo, e credo che la figura di Gesù sia troppo grande perché ci limitiamo a mettere delle toppe alla nostra società; dovremmo costruirne un’altra fondata sull’amore e sulla collaborazione tra le persone. (MARCO LUZZI)
Domanda. Quello che abbiamo ascoltato stamattina è stato molto interessante, ma mi chiedo come riuscire a realizzarlo in concreto. L’analisi storica di Lidia Menapace mi è parsa illuminante, ma non credo che venga studiata a scuola, dove si fa sempre più fatica a coniugare lo studio della storia con i temi della pace e della giustizia. Anche quanto detto da Nanni Salio mi fa sospirare, perché se guardiamo la televisione in prima serata vi troviamo modelli fondati sulla seduzione per le femmine e la forza fisica per i maschi. Se scuola, famiglia, oratori non svolgono più una vera funzione educativa, come si può parlare ai giovani? (ANTONIO MENEGHELLO)
Domanda. A Lidia: potresti approfondire il tema dell’ingresso dei paesi dell’est nell’Unione europea e dell’eventuale necessità di proteggere le minoranze, visto che, come Alexander Langer, vivi in una terra di minoranze (Bolzano, ndr)?
A Nanni: che cosa pensi della governance, di cui si sente parlare spesso? Potresti poi approfondire la riflessione di Ivan Illich?
A entrambi, infine, domando qualche parola sulla questione dei kamikaze, che mi pare riduttivo liquidare come criminali. (GABRIELE SMUSSI)
Domanda. A Nanni: a proposito di stili di vita e di semplicità, a volte mi trovo in difficoltà, quando vado nelle botteghe del commercio equo e solidale, perché lì dovrei comprare molte cose inutili, che contraddicono uno stile sobrio. La stessa cosa mi capita coi sindacati che appoggiano produzioni “usa e getta” che incentivano il consumo “perché così l’economia va avanti”. (RINA PASSERA)
Domanda. A Nanni: Lei ha detto che il mondo è governato da pochi e gli altri sono sottomessi e obbediscono. Questo avviene perché non si è preparati o perché si è indifferenti? Recentemente ho ascoltato che in alcune aree del mondo, ad esempio in Africa, si sta tornando indietro nei livelli di alfabetizzazione. Se questo è vero, come si può pensare di essere preparati a un governo condiviso del mondo?
Domanda. Credo sia importante il punto di vista femminile proposto da Lidia. Mi è venuto in mente, leggendo di recente un bellissimo libro di un’intellettuale femminista marocchina, Fatema Mernissi, intitolato L’Harem e l’Occidente, come l’islam sia sempre rappresentato al maschile, quasi le donne non esistessero, mentre questa sociologa invita noi occidentali a partire dalla storia delle donne se vogliamo capire l’islam. Basta vedere come sia stato stravolto in Occidente il messaggio originario delle “Mille e una notte”, tra l’altro legato anche al non uso della violenza. (MIMMO CORTESE)
Domanda. Oggi abbiamo sentito più volte parlare di pace in rapporto alla “complessità”, termine che mi pone molti problemi, perché significa antagonismo, disordine, concorrenza, competizione. Chiedo quindi come si possa convivere con questo paradosso. Rispetto al problema della reversibilità, forse non ho capito bene, ma mi chiedo poi come possano esistere scelte, se poi sono reversibili. (ANDREA)
Domanda. Nonostante in apertura p. Meo avesse sottolineato che la pace non significa solo assenza di guerra, nelle due relazioni le considerazioni, le proposte e le priorità erano legate alla guerra, ai conflitti e alla violenza. Ma per me è importante ricordare che una delle cause maggiori della guerra è la miseria. L’Europa conta oltre 60 milioni di poveri e il loro numero nel mondo è in continuo aumento. Perciò non penso ci possa essere vera pace – e credo sia un impegno prioritario per i cristiani e gli operatori di pace – senza un lavoro deciso e quotidiano contro le cause della miseria, che produce polveriere e suscita quella che Paolo VI chiamava “la collera dei poveri”. (GRAZIANO ZONI)
CHI SONO GLI OPERATORI DI PACE?
Vorrei dei chiarimenti sugli operatori di pace, che dovrebbero contrapporsi agli operatori di guerra. Come concretamente si configurano? Lo chiedo perché il nostro gruppo a Como fatica a condividere questa proposta per varie ragioni: innanzitutto pensiamo che chi si impegna per la pace operi nel proprio territorio, avendo un proprio lavoro e contagiando con la loro azione gli altri.
Si tratta di non delegare a qualcun altro il compito di prepararsi per la pace; in secondo luogo, c’è l’enorme problema dei finanziamenti, perché si parla di 250 milioni per 3-4 persone; consideriamo assolutamente sbagliato cercare denaro da chi poi potrebbe legare le mani a persone e gruppi; infine non condividiamo l’idea di creare un movimento per la pace uniforme, ci piace di più una composizione multiforme di associazioni e gruppi, che si uniscono su alcuni obiettivi nel rispetto della diversità e senza coordinamenti che finiscono per ingabbiare. (ANNA)







