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LE MATRIARCHE CHIAMATE PER PORTARE ALL’ESISTENZA / OLTRE LA CONSUETA LETTURA PATRIARCALE

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L’itinerario biblico di quest’anno sarà in compagnia delle matriarche: Sara, Rebecca, Lia e Rachele. Sono le madri di Israele, le progenitrici del popolo di Dio, le cui vicende sono narrate nella Genesi. Potremmo chiederci cosa hanno a che fare con la missione, e la prima risposta è che queste donne bibliche hanno anzitutto la missione di educare il nostro linguaggio.

PROTAGONISTE TANTO QUANTO GLI UOMINI

Siamo abituati a parlare di racconti di “patriarchi”, ma sarebbe più corretto riferirsi alla seconda parte di Genesi come a racconti di “progenitori”. Se riusciamo a prendere le distanze dalla consueta lettura patriarcale della Scrittura, ci accorgiamo che le prime madri di Israele sono protagoniste della storia della salvezza tanto quanto gli uomini.

Il loro ruolo è legato alle promesse di Dio, discendenza e terra, in modo imprescindibile, anzi prioritario rispetto ai loropartner maschili. Per quanto riguarda la discendenza, Genesi ci mostra che la benedizione è ereditata non dal primogenito del patriarca, ma da quello della matriarca (come per Isacco, primogenito di Sara, non di Abramo, il cui primo figlio è Ismaele); oppure dal figlio preferito dalla matriarca (nel caso dei due gemelli Esaù, pupillo del padre Isacco, e Giacobbe, favorito di Rebecca); o ancora, in modo straordinario, da tutti i dodici figli avuti non solo dalle due mogli di Giacobbe (Lia e Rachele), ma anche dalle loro due schiave (Bila e Zilpa).Se la posizione delle matriarche è fondamentale per il tema della discendenza, le cose non sono da meno per quanto riguarda la promessa della terra. Il primo lembo di terra promessa viene acquistato da Abramo per potervi seppellire l’amata moglie Sara (Gen 23). È la morte di Sara e la necessità di un sepolcro per lei – che sarà il luogo di sepoltura per tutti i patriarchi e matriarche (ad eccezione di Rachele) – a diventare l’occasione per entrare in possesso di una primizia della terra promessa.

DUE METRI DI MISURA

A fronte di questo loro ruolo determinante non si è avuta una lettura che le tenesse nella debita considerazione, come spesso per tutte le donne bibliche. La lettura patriarcale, con cui ancora oggi affrontiamo questi testi, ci porta a un doppio sguardo: come fa notare I. Fischer a proposito di Gen 12-50, i racconti in cui gli uomini sono protagonisti vengono interpretati come narrazioni storico-politiche, mentre quelli con personaggi femminili sono considerati in modo letterale, come racconti ameni di questioni domestiche più o meno edificanti. C’è una sproporzione nell’interpretazione dei testi che va corretta perché il loro studio approfondito mostra che episodi letti come fatti riguardanti la sfera privata e casalinga – in quanto legati alle donne – hanno invece un ruolo fondamentale nella formazione dell’identità del popolo d’Israele e rappresentano momenti cruciali della storia della salvezza. Occorre, dunque, non aver più due metri di misura per racconti al maschile o al femminile, ma un unico criterio che metta in luce la nascita progressiva del popolo eletto per l’azione di Dio in collaborazione con patriarchi e matriarche.

“La tradizione esegetica, che prendeva letteralmente le storie femminili nei racconti dei progenitori, le interpretava in maniera fondamentalistica: viceversa, le storie sugli uomini venivano esaminate sotto l’aspetto storico-critico e considerate come storie di alta teologia sulla fondazione d’Israele e dei suoi vicini. Essa assumeva la categoria del sesso come unico e più importante criterio per l’interpretazione del testo, usando, nella valutazione dei sessi, due differenti metri di misura. O noi leggiamo le narrazioni di Gen 12-36 come letteratura banale, oppure, come d’uso in antico Oriente, tutti i testi sono scritti sotto forma di storie di famiglie e di storia politica dei popoli d’Israele e dei suoi vicini” («Il significato dei “testi sulle donne” nei racconti sui progenitori d’Israele», in I. Fischer, M. Navarro Puerto (edd.), La Torah, il pozzo di Giacobbe 2009, p.245).

PARTNER DI DIO NELLA STORIA DI SALVEZZA 

La parola di Dio ci mostra quindi una via per nominare le donne in modo giusto, per portarle alla luce e ritrovare la giusta dimensione in cui Dio stesso le ha viste e pensate: partner della sua storia di salvezza con l’umanità. È quello che emerge, ad esempio, in Gen 17, dove troviamo un passaggio fondamentale. Qui Dio compie due gesti cruciali nei confronti del patriarca: cambia il nome di Abram in Abramo e gli chiede di dare un segnale di adesione all’alleanza imprimendolo nella sua carne, attraverso la circoncisione. La circoncisione segna l’appartenenza esclusiva a Dio, non solo con le parole ma tradotta in pratica, in modo che tutti possano riconoscere questa diversità e accoglierla: nel progetto di Dio la benedizione di Abramo passa anche a coloro che lo riconoscono benedetto, dunque non è un possesso geloso, ma un dono che si trasmette (cfr. Gen 12,3)! Ma la circoncisione riguarda anche la relazione con Sara: è il segno che ricorderà sempre ad Abramo di non essere intero, autosufficiente, proprio al cuore della sua capacità generativa, e questo potrà portarlo a vedere la sterile Sara non come un ostacolo al realizzarsi della promessa, ma come una compagna segnata anche lei da fragilità e mancanza, su un piano di parità. E anche per Sara Dio comunica un cambiamento di nome, ma in modo leggermente diverso. “Non ti chiamerai più Abram [il padre è esaltato], ma ti chiamerai Abramo [padre di moltitudini], perché padre di una moltitudine di nazioni ti renderò” (Gen 17,5). “Quanto a Sarài tua moglie, non la chiamerai Sarài [miei principi?], ma Sara [principessa]. Io la benedirò e anche da lei ti darò un figlio; la benedirò e diventerà nazioni, e re di popoli nasceranno da lei” (Gen 17,15-16).

LA CONVERSIONE DELLO SGUARDO 

L’elemento comune è che entrambi i progenitori sono chiamati a diventare ceppo da cui verranno generate nazioni. Ma per Abramo il cambiamento di nome sembra generalizzato (“ti chiamerai”) e l’accento viene posto sul suo essere padre. Nel caso di Sara il cambiamento di nome coinvolge esclusivamente Abramo (“non la chiamerai”) e si sottolinea la regalità della sua discendenza. Dio sta forse ribadendo il legame di possesso del marito nei confronti della moglie: “Tu la chiamerai”? O sta invitando Abramo ad entrare in una diversa comprensione della compagna, che si manifesta anche nel diverso modo di chiamarla? Il nome nuovo dovrebbe segnare la conversione dello sguardo del marito, per vederla finalmente nella sua natura di “principessa”. Ma possiamo fare un altro passo: se è vero che Sarai e Sara sono varianti dialettali dello stesso nome, sappiamo anche che il testo biblico fa spesso giochi semantici e fonetici con una certa libertà. Sarai potrebbe essere letto come “miei prìncipi”, mentre Sara “principessa”: abbiamo così il passaggio da un nome che metteva in luce la dipendenza della donna da altri capi maschi, a un nome che riconosce la sua individualità e dignità, prospettandole anche un futuro come madre di re. Dio fa capire ad Abramo che Sara è la sua compagna indispensabile nell’alleanza e dunque nella procreazione della discendenza, e gli annuncia esplicitamente la nascita di un figlio attraverso di lei. 

LA MISSIONE DI DARE UN NOME AGLI ESCLUSI DELLA STORIA

Gen 17 e, più in generale, la vicenda delle matriarche ci mostrano quanto sia importante nominare qualcuno nel modo giusto, ossia nel modo in cui Dio chiama. Dare un nome è portare all’esistenza, nel caso di Dio, ma spesso anche nel caso degli umani: se non nomino o sottintendo qualcuno, qualcuna (uomini per dire uomini e donne, fratelli per dire fratelli e sorelle), non lo faccio esistere, lo nascondo al mio sguardo, ma anche alla mia considerazione, stima, relazione. È un modo terribile e sottile per marcare la mia superiorità, o addirittura il mio potere. Lo sa bene Dio e per questo ci insegna, attraverso le matriarche, a farci carico di questa missione: portare alla luce e all’esistenza, nominando nel modo giusto e rispettoso, anzitutto le donne, e insieme a loro tutti gli esclusi e i marginali della storia, società, politica, cultura, Chiesa, o persino delle nostre famiglie.



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