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LE CONFESSIONI DEL PARROCO IMBRUTTITO / TRA FATICA E SPERANZA

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Prendere in mano Le confessioni del parroco imbruttito di Manuel Belli provoca una sensazione immediata e onesta: “Queste cose le abbiamo pensate tutti”. E forse qualcuno le ha anche dette. Ma Belli le racconta con lucidità, libertà e ironia, rendendo il libro allo stesso tempo serio e capace di strappare un sorriso. E il fatto che faccia sorridere mentre dice cose importanti non è un difetto: è già un modo di fare teologia. Il “parroco imbruttito” non è un prete stanco. È un segnale ecclesiale. È l’immagine di una Chiesa in transizione: le forme tradizionali di trasmissione della fede iniziano a non funzionare più, e le nuove forme non sono ancora chiare. Non siamo di fronte a una crisi passeggera, ma a un cambiamento di paradigma. Per secoli la fede cristiana si trasmetteva quasi automaticamente, sostenuta dalla società e dalla cultura. Oggi la fede non si eredita più: si propone, si accompagna. Questo cambia tutto: catechesi, parrocchia, sacramenti, seminari, eventi, ministero presbiterale e la stessa idea di comunità. Uno degli aspetti più incisivi del libro è lo scarto tra teoria e vita concreta. Anni di studio teologico si confrontano con la gestione quotidiana della comunità, con compiti umili e spesso poco “nobili”. Da qui nasce una domanda fondamentale: dove si dà oggi la Chiesa? Dove lo spirito la raduna? Non quella pensata, ma quella vissuta nella realtà concreta. La teologia pastorale, se vuole essere onesta, deve abitare questo scarto. Tra le immagini più potenti proposte da Manuel Belli c’è la parrocchia come “bagni pubblici del villaggio”, contrapposta alla poetica “fontana” di papa Giovanni XXIII. Non elegante, forse, ma profondamente evangelica: i bagni pubblici accolgono chiunque, senza filtri. Allo stesso modo, le comunità sono luoghi mescolati e contraddittori, dove la fede si manifesta nella preghiera, nell’ascolto e nell’accompagnamento quotidiano. La tentazione di “alzare il livello” è forte, ma forse il Vangelo passa proprio attraverso questa mescolanza, dove piccole azioni nascono silenziosamente e generano vita spirituale. Il libro intercetta con chiarezza il contesto attuale: non siamo più in una cristianità sociologica. La fede non è più ovvia, l’appartenenza non è automatica, la trasmissione non è garantita. Le strutture tradizionali restano, ma in un mondo che è cambiato, generando fatica, senso di inefficacia e frustrazione. L’“imbruttimento” nasce proprio qui: non come cedimento, ma come sforzo di tenere in piedi una Chiesa che deve reinventare le forme della generazione della fede. Non si tratta di difendere il passato, ma di fare un passaggio più esigente: abitarlo, accompagnarlo, generare nuova vita. Manuel Belli affronta anche la sproporzione tra compiti e risorse: troppe opere, poche persone, preti sovraccarichi, comunità affaticate. Questo non è solo un problema organizzativo: è un problema spirituale. Quando la Chiesa consuma le persone e svuota di senso le pratiche, non è più una forma evangelica. La domanda più difficile diventa: cosa siamo chiamati a lasciare, per aprire spazio a ciò che deve nascere? Così, l’“imbruttimento” diventa un luogo teologico: il momento in cui cadono le illusioni, dove le semplificazioni e le idealizzazioni non funzionano più, e si è costretti a fare i conti con la realtà. È in questo spazio che nasce la possibilità di una Chiesa più essenziale, concreta e viva. Nonostante tutto, nelle comunità, tra fatica e frammentazione, continuano a succedere cose decisive: qualcuno prega, ascolta, accompagna. Ed è lì che la Chiesa sta già cambiando. Le confessioni del parroco imbruttito non offre soluzioni immediate, ma invita a guardare la realtà con verità e libertà. Ci accompagna in un racconto ironico, sincero e profondamente pastorale di una comunità che si imbruttisce, ma non smette di sperare. È un invito a discernere e a riconoscere i gesti invisibili ma fondamentali che mantengono viva la comunità cristiana.



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