UNA RELAZIONE DA BUKAVU
Una testimonianza di sofferenze, di saccheggi e di uccisioni, ma anche di speranza.
Il mese di ottobre è stato per noi di grande prova spirituale e di serio discernimento, perché bisognava decidere se restare in Zaire o partire. Sono rimasto e sono contento della mia scelta. Durante l’“uragano” e soprattutto adesso la mia presenza è veramente utile, essendo l’amministratore economico della diocesi (Bukavu).
La diocesi di Uvira era già stata occupata dai tutsi. C’era stata una grande dispersione. Tre nostri confratelli saveriani, considerati dispersi per 25 giorni, erano rimasti a Uvira ma senza alcuna possibilità di comunicazione...
Da noi, nella diocesi di Bukavu, da un giorno all’altro ci si aspettava il peggio. Quei giorni erano veramente difficili perché i militari zairesi, invece di organizzarsi per difendere la città, si erano organizzati per saccheggiarla e così passavano in tutte le case e rubavano di tutto.
Non pochi si sono trovati il mitra puntato al cuore, e ci si chiedeva chi fossero i nemici, i nostri o gli altri.
Il 29 ottobre è cominciata l’occupazione: nel primo pomeriggio si sente sparare. Di ritorno da una riunione, anche l’arcivescovo di Bukavu è ucciso. L’abbiamo saputo l’indomani. Io per radio gridavo a tutte le comunità di non muoversi di casa. I nuovi occupanti sparavano su tutto ciò che si muoveva. Dopo cinque giorni chiusi in casa, i “nuovi” sono venuti di casa in casa a “rassicurarci”. Le strade erano piene di cadaveri.
Quello che era successo in città succedeva pure nelle altre missioni, con alcune varianti. Il saccheggio era effettuato prima dai militari zairesi, subito dopo passavano i rifugiati rwandesi aiutati dai loro militari che erano stati armati dagli zairesi, e in alcuni posti anche i ladri locali. Tutte le missioni erano organizzate con scuole, centri sanitari e altre attività sociali per tutti, anche per i rifugiati. Il passaggio di tutti questi saccheggiatori non ha lasciato che le mura, hanno rubato anche porte e finestre.
La delusione più grande è venuta dai rifugiati che per due anni erano stati aiutati e nutriti da noi e dalla popolazione locale.
Panzi: poco fuori dalla città di Bukavu. I saveriani avevano costruito il loro noviziato africano. All’arrivo dei rifugiati diamo oltre metà della casa per accoglierli e farne un ospedale per feriti e ammalati. Il P. Simone forniva riso e fagioli e le donne delle comunità cristiane, a turno, preparavano per loro il cibo. Era stata un’accoglienza esemplare. Il mese scorso, un giorno che i novizi erano partiti per Kinshasa, i rifugiati hanno saccheggiato la casa, divelto finestre, svuotato le stanze di tutto. Iniziata la guerra sono scappati.
Bugobe: a 30 km. da Bukavu. C’era un grande campo di rifugiati. Quattro Fratelli Maristi spagnoli vivevano con loro. Erano molto zelanti. Avevano costruito anche la scuola elementare per i bambini. I militari rifugiati hutu li hanno uccisi e li hanno buttati in una fossa profonda 10 metri usata come gabinetto.
Burhale-Walungu-Kanyola: sulla stessa strada a 60 km. A Burhale, come in altre parrocchie, abbiamo accolto vari preti rifugiati hutu. L’abbé S., che viveva con i preti di Burhale e lavorava nel campo di Cimanga, è stato proprio lui a organizzare il saccheggio delle tre parrocchie. A Walungu, la gente era organizzata e non sono riusciti a far molto. A Kanyola sono andati a più riprese. Volevano uccidere i preti della parrocchia ed hanno puntato il mitra in bocca ad una suora. Il saccheggio non è riuscito del tutto perché la gente è accorsa in gran numero.
Murhesa: sulla strada verso Goma. C’erano i campi di Kashusha e Inera, che contenevano più di 300.000 rifugiati. Hanno saccheggiato la casa delle Suore zairesi della risurrezione, che vivono del loro lavoro nei campi e piccoli allevamenti. Hanno portato via tutto. A Murhesa c’è anche il convento di clausura delle Trappistine. Dopo i militari zairesi che erano entrati per rubare veicoli e carburanti, sono entrati i rifugiati e non è rimasto più niente. Alcuni militari hutu hanno sparato su tutti i vetri e sventrato tutte le porte. Sono entrati a diverse riprese durante due giorni. Le 23 suore sono rimaste sempre i cappella. Il centro agricolo di Murhesa ha avuto la stessa sorte. Quello che non riuscivano a portar via doveva essere distrutto. Hanno distrutto gli unici due mulini della zona, che fornivano farina di mais a tutti i rifugiati e a tutti i centri sanitari.
Nella parrocchia successiva di Kavumu, sono rimaste solo le mura. A Irambo e Kelehe le Suore della misericordia hanno dovuto nascondersi in un villaggio della montagna. I rifugiati non hanno potuto fare come altrove grazie alla popolazione. Tra Kelehe e Nyabibwe, a 100 km. verso Goma, i rifugiati non si accontentavano più delle parrocchie e centri sanitari, ma entravano nei villaggi e nelle capanne e uccidevano quelli che rifiutavano di dar loro tutto...
Mentre i “nuovi occupanti” avanzavano verso l’interno, le strade diventavano più sicure, e così ho cominciato a visitare le missioni dell’interno portando un po’ di viveri alle comunità e mostrare che eravamo tutti vivi e che anche loro potevano uscire. Era un modo per rassicurarli e vedere anche tutti i disastri della diocesi.
Due commercianti a Bukavu non erano stati saccheggiati e avevano del riso. Ho comprato tutto il riso che avevano e tutti i fagioli e con il camion ho cominciato a fare viaggi nelle diverse missioni per farli distribuire alla gente, che adesso non ha più niente da mangiare. I prezzi sono alle stelle. Immaginate che un sacco di riso di 50 kg. costa l’equivalente di 100 mila lire...
Siamo riusciti a salvare dal saccheggio la farmacia diocesana, che adesso sta assicurando le urgenze, ma fino a quando? I nostri falegnami già stanno facendo porte e riparando le finestre, costruendo letti... Insomma, la vita ha ripreso con tutti i lavori di riorganizzazione e di ricostruzione.
Oggi, 29 novembre, trentesimo giorno dall’assassinio del nostro vescovo, abbiamo celebrato la messa in cattedrale che prima non si era potuto fare. Alcune “nuove autorità” erano presenti. Hanno visto una chiesa di Bukavu unita, compatta, forte anche se ferita. In cattedrale c’erano più di 100 preti tra missionari e sacerdoti locali, e attorno alla chiesa c’era un gran numero di gente, perché all’interno non c’era più posto. Tutti cantavano come una voce sola. La chiesa si è presentata con tutta la sua forza dell’amore, sostenendo con chiarezza i valori della vita, della riconciliazione e della pace, nel nome di Cristo e del nostro vescovo che fino all’ultimo giorno era l’unico a gridare, a tutti, questi valori contro ogni discriminazione.
AMATO SEBASTIANO, 29 novembre.







