LA CULTURA MENTAWAIANA / IL “TESTAMENTO SPIRITUALE” DI P. TONINO CAISSUTTI

P.Tonino Caissutti, missionario saveriano, ha vissuto nelle Mentawai (Indonesia) dal 1966 fino alla morte, nel 1998. Trent’anni di missione e di attente osservazioni etnografiche sui popoli delle isole, sul loro stile di vita, le credenze, i riti.
Il testo La cultura mentawaiana è organizzato in cinque capitoli che riguardano origine, lingua, religione, famiglia, vita quotidiana, ornamenti, riti e feste. Nell’introduzione si descrive la geografia e l’orografia delle Mentawai. Autodidatta, come viene presentato da Fernando Abis, p. Tonino mostra però grande attenzione alla cultura e grande cura dei particolari: non si limita, ad esempio, a descrivere l’istituzione della dote ma fa l’elenco puntuale dei beni che vengono versati (p. 47), descrive le fasi della cerimonia del matrimonio (pp. 52-65) e quelle del complesso rito funebre che dura settimane (pp.138-147), l’arte di tatuarsi il corpo (pp. 113-116) e l’insieme degli spiriti venerati o temuti dai mentawaiani (pp. 30-43), la coltivazione della palma da sago e il suo uso culinario (pp. 88-90).
Il volume conserva la struttura del testo di appunti (sappiamo, dall’introduzione, che p. Tonino non riuscì nell’intento di pubblicarlo corredato da fotografie) per cui molti temi sono ripetuti, e sembra dettato dalla necessità di dare notizie il più possibile complete e certe di un popolo sul quale pochi hanno scritto (cita, in alcuni casi, testi coi quali non concorda, e anche l’opera di un altro saveriano, p. Stefano Coronese). Pur non dando informazioni sulle sue fonti (mentre cita spesso i classici della scienza antropologica, come Edward Burnett Tylor o Bronisław Malinowski), si comprende che molte delle notizie raccolte vengono da lunghe conversazioni con i nativi, oltreché dalle sue osservazioni nel corso degli anni.
P. Tonino è, anzitutto, preoccupato di dare un’immagine positiva dei mentawaiani. Se (alle pp.18-19) riporta un elenco di caratteristiche psicologico-sociali alcune difficili da sostenere (scrive che il mentawaiano è viscerale, manca di pensiero logico, riecheggiando, forse inconsapevolmente, il pensiero di Lucien Levy- Bruhl), egli aggiunge poche pagine dopo che “nonostante questi e altri aspetti personali negativi, il mentawaiano come gruppo, ha sviluppato dei valori morali altissimi, valori che raramente si incontrano in quelle culture cosiddette civili”. E questi sono, a suo parere, il grande senso di uguaglianza, la democrazia, la monogamia, lo spirito di amicizia e di condivisione dei beni. Dunque, conclude, è un popolo che ha “raggiunto il rispetto massimo dell’uomo” (p. 21).
P. Tonino si sofferma dapprima sulla mentalità religioso- magica: nota che i mentawaiani “sono religiosi ma non amano la religione” soprattutto perché passano la loro vita a compiacere coi riti gli spiriti buoni e a tentare di salvarsi da quelli cattivi o dal malocchio. Descrive tutti gli aspetti della vita quotidiana: il matrimonio, l’esercizio della giustizia (con l’istituto della sanzione), l’arte dell’abbigliamento e dell’ornamento, il cibo e la sussistenza, la malattia e la sua cura, la morte, il senso della festa. Fatto singolare (poiché queste informazioni sono, di regola, nascoste ai maschi) egli conosce nei dettagli anche le pratiche del parto, dell’aborto e della vita sessuale. Della cultura dei mentawanesi p. Tonino coglie le contraddizioni: la libertà sessuale alla quale corrisponde una mentalità rigidamente puritana e un numero enorme di tabù durante la gravidanza, lo spirito positivo che regola le relazioni ma anche la pratica della vendetta, dell’uccisione dell’omicida, la difficile condizione della donna ecc.
Tutto è raccontato con stile semplice e pacato, senza giudizi moralistici ma anche senza censure, mettendone piuttosto in risalto le caratteristiche positive. Parlando della sessualità, ad esempio, scrive che i mentawaiani non ne hanno una concezione semitico-cristiana e quindi “non la considerano come un qualcosa di sporco o di peccaminoso, quanto piuttosto come un aspetto ludico, come un qualcosa di piacevole, iobu tubukku cioè come ciò che il mio io (corpo) vuole e quindi come qualcosa di cui beneficiare” (p. 73). E, infine, pur con discrezione, coglie alcuni aspetti problematici della presenza dei bianchi (e dei missionari) nelle Mentawai, ad esempio nel rapido declino della tradizione. Un volume etnografico, che offre un affresco prezioso del recente passato delle Mentawai.







