CAMBIARE MODELLO DI CHIESA
Ritengo necessario che, nel contesto attuale, noi come comunità ecclesiale ci fermiamo a riflettere sul nostro rapporto con il mondo circostante. Si corre il rischio che il maltempo infuri e dalla barca di Pietro si comincia a tagliare una cima dietro l’altra. Le corde si stanno sfilacciando, si stanno rompendo, forse perché nel tempo il nostro legame con la società si è indebolito. Per la nostra convenienza, abbiamo continuato a far uso delle vecchie cime.
Certamente, il nostro impegno per fabbricare altre corde affinché la barca rimanga legata al molo non è una sfida indifferente. Ciononostante, sono del parere che se continuiamo ad adoperare gli strumenti del passato e ci ostiniamo a fare sempre le stesse cose, non vedo alcun avvenire per la Chiesa nella nostra società. Abbiamo bisogno di una forte dose di coraggio per uscire dalle nostre “zone di comfort”. È urgente che ci fermiamo a riflettere e compiere delle scelte azzardate come ha fatto Gesù uscendo fuori dagli schemi, dal nostro abitudinario, dalla solita prassi pastorale.
Nella Chiesa si avverte la necessità di un cambiamento di paradigma per poter entrare in dialogo con il mondo d’oggi. Questo implica uscire da una Chiesa ritualistica, da una Chiesa che predilige la religiosità al posto dell’esperienza della fede. Dobbiamo uscire da una Chiesa che passa il tempo nell’aula liturgica o nella sacrestia, verso una Chiesa che non teme l’agorà – non per imporre il nostro pensiero, ma per dialogare con l’uomo contemporaneo.
Urge il bisogno di passare da una Chiesa che si presenta come un’agenzia della morale verso una Chiesa che crede e dice quello che crede, convinta che la sua ragion d’essere è Gesù Cristo. Invece abbiamo chi considera la Chiesa come un’istituzione, se non perfino un controaltare alle istituzioni civili, o forse pretende che la Chiesa debba convivere e identificarsi con qualche partito politico.
Se vogliamo presentare noi stessi come una comunità di fede, allora dobbiamo essere uomini e donne dello spirito. Il rischio è quello di ridurci a funzionari. Deve essere chiaro per noi che la nostra principale inquietudine è quella di parlare su Gesù Cristo. Se innestiamo nel cuore dell’uomo il desiderio di quel Gesù che noi gli presentiamo, allora tante cose si chiariranno di conseguenza con la potenza della Parola. Se manca la testata d’angolo sulla quale poggia tutto l’edificio, allora assistiamo a quello che stiamo vivendo nella nostra epoca. L’uomo sta prendendo delle iniziative che appaiono come l’acquisto di nuove libertà, eppure queste stesse iniziative stanno svuotando l’uomo dalla sua umanità.
Questo non dovrebbe scoraggiarci; piuttosto ritengo che stiamo vivendo un’epoca bella della storia, dove tocca a noi annunciare con coraggio la gioia del Vangelo. Affinché questo si realizzi, dobbiamo fare un cambiamento del modello di Chiesa che abbiamo. Se non facciamo questo passo avanti c’è il pericolo che l’edificio morale della Chiesa crolli come un castello ci carte – come spesso ci ha ricordato Papa Francesco – e allora la gente cercherebbe invano che da noi promani la freschezza e la gioia del Vangelo.
Questo cambiamento comporta il nostro divenire Chiesa missionaria. Sull’esempio del suo Maestro e Sposo, la Chiesa deve uscire nelle strade, andare perfino nei crocicchi più oscuri ed essere una Chiesa appassionata di Gesù Cristo e del Suo Vangelo sine glossa, e non c’è bisogno di tante elaborazioni intellettuali perche’ talvolta succede che presentiamo la teologia ma senza aver parlato di Dio e di Gesù Cristo!
Cambiare le cime che ormeggiano la barca al porto – è questo che dobbiamo fare; dobbiamo impegnarci per fabbricare una nuova prassi pastorale, anche se questo comporta una discontinuità con ciò che si è fatto fino a oggi. Solo così potremmo entrare in dialogo con la nostra società post-cristiana.







