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LA CHIESA NOMADE / PER UN’ANTROPOLOGIA DELL’EVANGELIZZAZIONE DEI ROM E SINTI

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Non è del tutto inusuale lo sguardo incrociato fra l’ambito della missione e le scienze antropologiche, a maggior ragione quando la versione meno recente e più classica di queste ultime – quella etnografica –, ha trovato talvolta autori che venivano dal mondo missionario. Decisamente innovativa la ricerca di cui si dà qui conto, per varie ragioni: l’antropologo studia il “missionario”, rendendo ragione di una documentazione storica e archivistica che sfugge per lo più agli operatori pastorali, ma anche utilizzando la metodologia più fine della sua scienza, che fa tesoro accanto alle fonti scritte dell’esperienza personale, dei colloqui amichevoli, delle intuizioni confidate. Altro elemento di originalità è l’oggetto dello studio di Piasere: si tratta dell’evangelizzazione cattolica di rom e sinti, della quale fino a ora esistevano narrazioni degli attori, ma non letture di questo tipo e livello. Una delle chiavi di lettura dell’intero percorso è desunta da uno studio di Maria Andrea Nicoletti dedicato alla storia delle missioni salesiane in Patagonia: «La storica argentina definisce l’immaginario per l’evangelizzazione come quell’“insieme di immagini” intrecciate che i missionari costruiscono sopra gli indigeni che dovevano evangelizzare. Tali immagini si sviluppano a partire da una visione dell’altro (l’indigeno) come distinta, marcatamente etnocentrica e centrata sulla propagazione della fede cattolica come fonte unica di verità. Distingue quindi tra un “immaginario che precede” l’esperienza […] e un “immaginario in situ”, cioè quello che, riformulando l’immaginario di partenza, fa proporre al missionario nuove azioni» (p. 15).

Credo che una visione del genere risponda alle istanze presenti nel variegato mondo ecclesiale che si riconosce in evangelizzazione/testimonianza/missione – terminologie non identiche, ma tutte afferenti a un medesimo orizzonte –. Imparare a discernere gli spostamenti, talvolta impercettibili talvolta enormi, dei propri immaginari è fondamentale e implica una serie di dimensioni, dalla capacità di far spazio alla novità e all’Altro fino agli orizzonti teologici e pastorali. Lo sguardo che legge tutto questo dall’esterno è un aiuto prezioso, capace di portare a consapevolezza elementi non sempre facilmente percepibili dall’interno.

Piasere, la cui competenza nell’antropologia culturale e specificamente negli “studi rom” è nota, si muove agilmente anche nella selva dei linguaggi ecclesiastici, complessi come una lingua straniera per i non “nativi”, attraversando concili e sinodi, strutture ecclesiali nazionali e impianti centrali vaticani, note di diari e riflessioni teologiche, senza perdere l’assunto di base, quello di narrare come osservatore implicato una storia di storie, traducendo spesso il lessico degli “operatori” anche nella lingua degli antropologi. Come quando compara il binomio spessore/estensione (p. 132) a quello che Clifford Geertz chiama “forza” e “raggio d’azione” di una religione; o quando affronta le letture della missione “pentecostale” anche sulla base delle categorie etic (lo sguardo dello studioso) e emic (lo sguardo dell’attore sociale).

Con questa impostazione ricostruisce contesti e soggetti spesso dimenticati, raccogliendo, anche sulla scorta di Carlo Stasolla, echi dei secoli passati, ricordando esperienze precoci in Francia, portando alla memoria il lavoro delle donne, come quello di Agar Pastorello, protagonista a Padova negli anni ’20 del secolo scorso di un’attività pionieristica, rimossa per lo più dalle narrazioni degli inizi di questa pastorale.

Gli ultimi capitoli sono dedicati a recensire e interpretare una forma peculiare di condivisione della vita di sinti e rom che, sfuggendo decisamente a protagonismi e “testimonialismi”, è stata disconosciuta e guardata con sospetto anche in ambiti missionari che non le riconoscevano valore ad gentes/ad extra (il latino è spesso un buon rifugio) e infine, negli ultimi anni, considerata obsoleta anche dalla stessa Fondazione Migrantes, cui aveva tanto contribuito. Una lettura attenta, partecipe – ma capace di mostrare anche i limiti di tali comunità, fra cui lo scarso ricambio generazionale –, che in certo senso rende giustizia di una dimensione importante, straordinariamente vicina ai criteri oggi proposti per tutta la Chiesa da Evangelii gaudium e dall’intero pontificato di Francesco. Interessanti a questo proposito i documenti in Appendice, tra cui una lettera aperta al papa.

Il rigore scientifico si svela comunque capace di levità e perfino di poesia nel ricordo “di Pinuccia e della sua erre moscia”, ripreso nella IV di copertina e in una nota rivelatrice: “in lei l’assenza di integralismo è sempre stata totale e alla sua memoria questo libro è dedicato” (nota 3, p. 14; la dedica è a p. 8).



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