LE INVISIBILI VIOLENZE DEL LINGUAGGIO
Parlare di un certo tipo di violenza nella Chiesa forse non fa più tanto scalpore. Purtroppo. Ci siamo un po’ rassegnati a vedere in prima pagina uno scandalo di pedofilia, un abuso sessuale o di potere perpetrato da qualche membro, più o meno famoso, della gerarchia. Certamente anche la società civile ne è strapiena e non consola affatto costatare che lì ce ne sia di più che in un ambiente che si definisce “religioso”. Ma proprio a questo ambiente vorrei guardare perché, sebbene la Chiesa non si identifichi con il regno di Dio, dovrebbe almeno cercare di esserne in terra un segno credibile. E allora “Chiesa e violenza” è un binomio che fa davvero rabbrividire. Non v’è nulla che calpesti tanto la vita umana e vanifichi l’annuncio del Vangelo, quanto la violenza.
LE VIOLENZE INVISIBILI
Inquisizione, streghe ed eretici mandati al rogo, conversioni forzate, benedizioni di cannoni e guerre sante sono orrori che vorremmo appartenessero al passato. Le grandi violenze fanno molto rumore, soprattutto dopo che son passate, le piccole no. Stentiamo a cogliere la continuità che c’è tra le violenze invisibili e quelle che esplodono nella pedofilia o negli olocausti. Detto in altre parole: un abuso non è quasi mai un incidente isolato, prodotto di una scheggia malata, di un mostro. Si sostiene su un reticolato di linguaggi, di simboli, di norme e strutture che gli fanno da humus e da scudo, reticolato tanto più difficile da smascherare quanto più nascosto dietro valori sacri. Anche chi ne è vittima spesso non riesce a riconoscerli e ancor meno a ribellarvisi.
UN SILENZIO CHE FA TANTO MALE
È interessante notare che il sesso e l’aggressività hanno seguito un po’ le stesse sorti. Freud aveva intuito il sottile nesso tra eros e thanatos, tra il desiderio dell’altro e l’istinto di distruggerlo. Un tempo, in ambienti ecclesiali, non si potevano neppure nominare. Oggi, invece, di eros si discorre e se ne vede fin troppo. Così dicasi dell’istinto distruttivo, almeno nei suoi risvolti più tragici quali le guerre, gli omicidi, gli stupri. La piccola violenza, invece, pare non far rumore. È semplicemente elusa. Raramente ho trovato nei programmi formativi di comunità religiose, di seminari e parrocchie, nei documenti della Chiesa, un riferimento all’aggressività come una realtà che ci riguarda da vicino. Si parla molto di gioia, amore, affettività, sessualità, ma resistiamo a credere che l’aggressività intacchi profondamente i nostri rapporti, le strutture ecclesiali, tant’è che neppure chi ne è vittima riesce a percepirla. Questo silenzio fa tanto male.
IL TABÙ DELL’AGGRESSIVITÀ
Se dunque degli scandali si parla con relativa facilità, e non certo senza sdegno, non così delle mille forme di aggressività impalpabile che si infiltrano nei diversi tessuti ecclesiali e nell’intimo di ciascuno di noi. Viene da dire che l’aggressività sia il grande tabù che abita la Chiesa e, in particolare, una certa spiritualità diffusasi con successo nella vita consacrata. Si potrebbe pensare che era così un tempo, ma adesso non più. Forse, ma non ne sarei così sicura. Tempi addietro il provare emozioni era visto con sospetto perché poteva intaccare la purezza delle intenzioni nel perseguire la virtù e la santità, oppure allontanare pericolosamente da tal fine. Emozioni piacevoli, quali la gioia, il gusto, l’attrazione, non è che fossero del tutto censurate, ma andavano dosate con moderazione. Quasi che sentire troppo piacere tradisse sempre un qualche attaccamento a se stessi. Poi è arrivato il vento primaverile del Concilio, l’entrata in campo delle scienze umane e qualcosa è cambiato, almeno nel linguaggio. La gioia è diventata il sigillo della bontà, ha condito un po’ tutto e ci ha condannati a essere sempre felici e solari. Emozioni meno piacevoli, quali il dolore, la tristezza, hanno goduto in passato di molta più fortuna. Venivano elogiate, perfino perseguite, come segno della partecipazione alla vita di Cristo, garanzia del premio futuro. Ai nostri giorni assistiamo invece a un grande rifiuto della sofferenza. Si fa molta fatica a coglierne il valore e si cerca di eliminarla in tutti i modi possibili. E così è quasi scomparso anche il diritto di sentirsi amareggiati o tristi.
Per quanto riguarda l’aggressività le cose si complicano. Almeno razionalmente ammettiamo che tutti possiamo essere abitati da ogni tipo di emozioni, dalle più sublimi alle più riprovevoli. Non ci dovremmo più scandalizzare di fronte a reazioni emotive che appartengono all’essere umano in quanto tale, dono superbo del Creatore alla sua creatura. Sul sentire non si possono esprimere giudizi morali, sulle azioni susseguenti sì. Detto questo i problemi non sono risolti, soprattutto nei confronti dell’aggressività. Al riguardo troviamo moltissima ambivalenza.
SIMBOLI, IMMAGINI E METAFORE
Chi non si è sentito meravigliato di fronte alla bellezza di un simbolo, ma anche alla sua ambiguità? Un fiore donato può esprimere amore quanto manipolazione e dominio. Il suo significato dipende dal contesto, da chi è coinvolto. E quando un significato si cristallizza nell’immaginario collettivo, diventa spesso un macigno impossibile da scalfire. Il discorso è complesso e non può ridursi a qualche riga. Mi limiterò ad alcuni esempi che toccano di più la mia sensibilità di donna, che segnano un dolore, una domanda.
NOI ESULI FIGLI DI EVA
“Noi esuli figli di Eva”. Cioè del peccato. E non è che aggiungendo “di Adamo” le cose migliorino, almeno per quanto riguarda la complicata dottrina del peccato originale. È la donna che con il suo corpo seduttore avrebbe indotto un Adamo piuttosto ingenuo a spalancare le porte alla rovina del genere umano. Eva, la femme fatale, la genitrice che, castigata dal dolore, assicura la vita al mondo. Interpretazioni troppo letterali e semplicistiche, fatte fino a poco tempo fa da soli uomini, funzionali a strutture ecclesiali asimmetriche e maschiliste. Siamo di fronte a un divino che per secoli ha parlato soltanto al maschile, un masso erratico, difficile da smuovere. Da sempre la mariologia è stata l’antidoto che ha riscattato Eva dal suo veleno, ma non così la cristologia e l’ecclesiologia. Donna sposa e madre, donna vergine, relegata allo spazio privato, obbediente e silenziosa, come Maria di Nazareth, ma mai donna di pari dignità dell’uomo – non del suo simulacro –, donna bella perché “è” e basta. Che contorsioni teologiche, che archeologie bibliche per immaginare una donna discepola, diacona, predicatrice o alter Christus!
DIO, SPOSO TRADITO
L’alleanza tra Dio e il suo popolo è espressa, soprattutto in alcuni profeti, attraverso il simbolo nuziale. Dio, come marito geloso, si sente tradito da Israele perché non si comporta più come sposa amata, ma come adultera e prostituta.
Attratto da idoli stranieri e da alleanze politiche che sembrano più allettanti di quelle offerte dal proprio Dio, Israele vende il suo corpo al miglior offerente. La rottura dell’alleanza è coniugata attraverso i termini di una femminilità impudica, in preda a un desiderio erotico insaziabile, e il castigo della donna corre sul filo della sessualità femminile. Il corpo della donna/popolo viene denudato e oltraggiato (cfr.Is 47,3; Ger 13,22.26; Ez 23,40).
Tali metafore non vogliono certo legittimare il potere e la violenza dell’uomo sulla donna. Andrebbero lette dentro al più ampio linguaggio profetico e in concomitanza con altri testi dove Dio assume anche i tratti di una donna che partorisce e allatta i suoi figli, che perdona e consola (cfr. Dt 32,28; Is 42,13-15; 46,3ss; 49,15). Purtroppo la mentalità patriarcale si è rafforzata attraverso un immaginario che identifica sempre Dio con l’uomo degno e giusto, mentre la donna, infedele e peccatrice, ne diventa la vittima.
PASTORI E PECORE, CHE EMANANO ODORE
L’immagine di Gesù buon pastore, una delle prime icone dell’era cristiana, ha avuto nel tempo molta fortuna. E da una metafora dal forte sapore polemico nei confronti dei capi religiosi che avevano usato la religione per angariare la gente e vivere a sue spese, ben presto è diventato il titolo tout court per distinguere i ministri ordinati dal resto del popolo di Dio.
Le metafore però sono polivalenti e devono essere reinterpretate non solo a partire dal contesto in cui furono create, ma anche dal mutare delle sensibilità. Perché dire “pastore” per secoli ha voluto dire maschio, chierico, e, da un certo punto in poi, celibe. L’infelice espressione “riduzione allo stato laicale”, per indicare la dimissione dallo stato clericale, fa vedere bene quanto appartenere al gregge sia creduto un castigo, una perdita di prestigio. Privilegiare il titolo di pastore, rispetto ad altri presenti nelle Scritture, potrebbe anche insinuare che un pastore non sarà mai pecora, né la pecora pastore. Se poi alle pecore sono attribuiti odori speciali, si fa davvero fatica a sentirsi una di esse. Eppure nel Quarto Vangelo e nell’Apocalisse si parla anche di un agnello che è stato immolato, segno di una separazione ormai infranta.






