LA PIETÀ POPOLARE TRA VANGELO INCULTURATO E FORZA EVANGELIZZATRICE
Negli ultimi giorni di febbraio sono stato invitato a predicare la novena per la festa della Madonna delle lacrime a Treviglio, centro principale della Gera d’Adda, trentamila abitanti in provincia di Bergamo, ma in diocesi di Milano, una ventina di chilometri a nord della mia diocesi di Crema. La festa ricorda un evento accaduto nel 1522, quando la cittadina fu minacciata di saccheggio e distruzione da un’armata francese ai comandi di Odet de Foix, conte di Lautrec, i cui soldati erano stati insultati da alcuni abitanti di Treviglio. La mattina del 28 febbraio, mentre si incominciava l’assalto, un’immagine della Vergine Maria, dipinta sul muro del monastero delle Agostiniane, incominciò a trasudare e lacrimare: la cosa andò avanti per sei ore, finché Lautrec – dopo aver in vario modo verificato che il fenomeno non poteva essere spiegato per cause naturali – desistette, deponendo ai piedi dell’immagine sacra elmo e spada, tuttora conservati nel santuario che i trevigliesi eressero in onore della Vergine, e dove, nel 1619, fu trasportata l’immagine prodigiosa.
Da più di un secolo, Treviglio si prepara a questa festa con una grande novena, predicata da un vescovo. Per nove giorni, dal 18 al 26 febbraio, dalle sei del mattino fino a sera, il santuario si riempie di popolo che partecipa ai vari momenti di liturgia e preghiera: messe, rosario, momenti per i bambini, la compieta con una predicazione più distesa... E poi, naturalmente, le devozioni più personali, e alcuni altri gesti, come l’offerta della cera, nel pomeriggio della domenica che cade all’interno della novena, quando per ore la gente sfila – singole persone, coppie, famiglie, gruppi... – per presentare al vescovo i ceri che poi saranno accesi nel corso dell’anno e, soprattutto, per affidare a Maria le proprie intenzioni di preghiera, di ringraziamento, di supplica… Il tutto sfocia nella festa vera e propria, che incomincia alla vigilia, con la messa vespertina della “velazione” (così chiamata perché l’immagine della Madonna viene appunto velata fino al mattino successivo) e culmina, la mattina della festa, con la grande messa che rievoca il miracolo.
Non pensavo di incontrare un’esperienza del genere nel cuore della Lombardia del XXI secolo; e non mi è successo molte altre volte di sperimentare così la pietà popolare. È stata un’occasione per capire meglio le riflessioni che vi ha dedicato papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium: come quando scrive che «nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi. In alcuni momenti guardata con sfiducia, è stata oggetto di rivalutazione nei decenni posteriori al Concilio. È stato Paolo VI nella sua esortazione apostolica Evangelii nuntiandi a dare un impulso decisivo in tal senso. Egli vi spiega che la pietà popolare “manifesta una sete di Dio che solo i semplici e i poveri possono conoscere”» (EG 123).
Francesco scrive ancora che “per capire questa realtà c’è bisogno di avvicinarsi ad essa con lo sguardo del Buon Pastore, che non cerca di giudicare, ma di amare. Solamente a partire dalla connaturalità affettiva che l’amore dà possiamo apprezzare la vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri” (EG 125).
Ho cercato di dire questo a un giovane che mi esponeva i suoi dubbi – frutto di una riflessione seria, non superficiale – su questo tipo di manifestazione della fede. Anche nei Vangeli si vedono persone che si avvicinano a Gesù a partire dalle motivazioni più diverse, in qualche caso anche superstiziose. Gesù non respinge nessuno; né, d’altra parte, si accontenta semplicemente di prendere le cose come vengono, perché a tutti propone di confrontarsi con il Vangelo. Si tratta, in definitiva, di imparare a cogliere tutte le occasioni per annunciare la Parola, per insistere “al momento opportuno e non opportuno” (cfr. 2Tm 4,2).
A ragione papa Francesco nota ancora che “nella pietà popolare, poiché è frutto del Vangelo inculturato, è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo... Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione” (EG 126). In effetti, non posso che ringraziare i cristiani di Treviglio per avermi offerto questa occasione evangelizzatrice.







