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L’ECUMENISMO TRA PANDEMIA E GUERRA

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Dal 31 agosto all’8 settembre 2022 si celebrerà a Karlsruhe (Germania) l’XI Assemblea generale del Cec (Consiglio ecumenico delle Chiese). L’Assemblea, che normalmente ha scadenza settennale – l’ultima si è riunita a Busan (Corea del Sud) nel 2013 –, è stata rinviata a causa della pandemia, che ne ha condizionato l’agenda e le stesse modalità di svolgimento. Si tratta comunque di una tappa fondamentale per il cammino delle Chiese verso la comunione, così profondamente segnata sia dalla crisi sanitaria, sia dalla guerra che infuria tra Russia e Ucraina, come all’inizio del Novecento, quando il sogno ecumenico, acceso dalla Conferenza missionaria internazionale di Edimburgo (1910), si infranse nella tragedia della prima guerra mondiale, nella quale paesi che si ritenevano cristiani si aggredirono barbaramente trascinando nella loro guerra anche paesi non cristiani. Oggi un’altra guerra “mondiale”, tra Russia e Ucraina, sembra mandare in frantumi addirittura un secolo di innegabili progressi ecumenici, in cui anche la Chiesa cattolica, grazie al Concilio Vaticano II (1962-1965), è scesa in campo collaborando con quasi tutti gli organismi del Cec e partecipando a tutte le sue Assemblee generali – da Uppsala 1968 a Karlsruhe 2022 –, pur non facendone parte come Chiesa-membro. Un flusso vitale di incontri a tutti i livelli, dialoghi teologici bilaterali e multilaterali, accordi pastorali, visite reciproche, preghiere insieme, che hanno nutrito il sogno – secondo qualcuno, l’illusione – che la riconciliazione e la pace fossero a portata di mano, perlomeno nel vecchio continente. Ma questo flusso vitale non basta se le Chiese, davanti a una guerra, di cui non si sono ancora comprese le ragioni, rinunciano al dialogo di comunione e si riconsegnano alle loro antiche e nuove divisioni, disubbidendo sfrontatamente al comando evangelico dell’unità (ut unum sint) e giustificando lo scandalo della separazione con improbabili ragioni “metafisiche”, addirittura benedicendo le armi dei rispettivi eserciti in nome del principio “una lingua, un esercito, una Chiesa”. Una tragedia per le Chiese, che rischiano di tradire – almeno a livello di leadership – un secolo di ecumenismo, non solo, ma lo stesso amore di Cristo, che è la fonte, il cuore e il centro della loro identità e missione. Come potranno le Chiese spingere il mondo verso la riconciliazione e l’unità, se si lasciano arruolare dai disegni populisti, nazionalisti e imperialisti, dei potenti di turno? A questa cruciale domanda cercherà di rispondere anche l’Assemblea di Karlsruhe con il tema “L’amore di Cristo muove il mondo verso la riconciliazione e l’unità”. Purtroppo le tensioni e i dissidi inter e intra-ecclesiali stanno indebolendo l’identità e la missione di tutte le Chiese. Per questo Karlsruhe chiede un cambio di passo nel cammino ecumenico, un mutamento di paradigma rispetto ai decenni precedenti, come suggerisce il documento preparatorio: “Molti nelle Chiese raccomandano che la nostra ricerca dell’unità non sia solo intellettuale, istituzionale e formale, ma anche fondata sulle relazioni, sulla preghiera comune e, soprattutto, sull’affetto e l’amore reciproci”. L’illustrazione del tema da parte degli organismi del Cec parla di un “ecumenismo del cuore”, capace di ascoltare “un mondo che grida amore profondo, comunità, giustizia e speranza” e che ha più che mai bisogno di “Chiese visibilmente in comunione, desiderose di unità dove c’è divisione e di un nuovo futuro per l’umanità e tutta la creazione”.



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