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Per elaborare questo profilo mi sono servito essenzialmente dell’opera di J.-P. Messina – J. Van Slogaren, Histoire du christianisme au Cameroun. Des origines à nos jours (Karthala, Yaoundé 2005), J.-P. Messina, Jean Zoa, prêtre, archevêque de Yaoundé 1922-1998, Yaoundé 2000), e dell’articolo dello stesso J.-P. Messina, “Mgr. Jean Zoa père du Concile Vatican II” (Centre d’Etudes Redemptor hominis, Yaoundé, 1999, pp. 33-58), considerato un grande esperto dell’arcivescovo Zoa.

Nato nel 1924 nel Sud del Camerun, Zoa viene ordinato prete nel 1950 e consacrato vescovo nel 1961. Il suo modo di parlare era persuasivo e profetico: “Il Camerun è come un uomo abbandonato nelle mani dei banditi”, dirà nell’omelia dell’Assunta del 15 agosto 1997, per manifestare la sua delusione per il malgoverno del paese. Questa presa di posizione gli varrà diversi attacchi da parte di giornali locali vicini al potere, che però non riusciranno ad intimidirlo. Un mese prima di morire, il 22 febbraio 1998, nell’omelia in memoria dei morti di Nsam Efoulan (quartiere di Yaoundé devastato da un incendio provocato dal deragliamento di un treno-cisterna, causando centinaia di morti), affermerà, sì, che la povertà e la miseria sono responsabili della tragedia, ma che esse hanno a loro volta dei responsabili, alludendo così in maniera indiretta alle autorità della capitale.

Negli ultimi tre anni del suo ministero episcopale, Zoa farà dell’eliminazione della povertà il suo cavallo di battaglia: “Il Camerun e l’Africa – diceva – devono capire che la povertà e la miseria sono contro il piano di Dio. Dio vuole la condivisione”.

IL RAPPORTO CON IL POTERE

Circa il controverso rapporto con il potere politico, Zoa amava dire: “Io devo rispettare le legittime autorità di questo paese, ma il pastore cristiano ha dei precisi doveri”. Sull’uso del denaro dichiarava: “Se fossi miliardario, la Chiesa di Yaoundé sarebbe multimiliardaria, ma la ricchezza dell’arcivescovo è soprattutto quella della generosità intellettuale della sua gente”. In occasione della presa di possesso, il 7 gennaio 1961, commentando il suo motto episcopale Adveniat regnum tuum (Venga il tuo regno), si chiedeva quale fosse questo regno. Anzi tutto, il rispetto e l’instaurazione dell’ordine voluto dal Creatore per la felicità di tutti gli uomini; quindi, il rispetto della vita, della giustizia, della verità, della libertà di ogni persona.

Senza il culto di questi valori, continuava, non si sarebbe data una vera società umana.

Zoa contribuì in maniera determinante a costruire il nuovo progetto pastorale dell’arcidiocesi camerunese, secondo l’ispirazione del Concilio, cui collaborò attivamente soprattutto nella stesura del decreto sulle missioni Ad gentes e della costituzione pastorale Gaudium et spes.

Il suo progetto pastorale si può riassumere in quattro punti:

  • a) conoscenza di Gesù Cristo e della sua Chiesa;
  • b) annuncio di Gesù e slancio missionario;
  • c) impegno nelle sfide dello sviluppo;
  • d) autonomia finanziaria ed economica.

SULLA SCENA DEL CONCILIO

Zoa non prese parte ai lavori preparatori del Concilio, in quanto non era ancora vescovo. Dirà, infatti, che il Vaticano II è stato il suo noviziato come vescovo. Allora l’episcopato camerunese era formato da vescovi missionari; i camerunesi erano appena due, Etoga e Mongo. L’entrata in scena di Zoa cambia la prospettiva dell’episcopato: “Attendiamo, afferma, che il Concilio ci aiuti a trovare una pastorale adatta al mondo moderno e attenta ai valori africani. L’Africa avverte il proprio ritardo e si preoccupa di recuperarlo. La società sarà inspirata dal Vangelo o dal materialismo? Questa è la nostra preoccupazione. Se non ci si aiuta, l’Africa rischia di cercare il suo progresso senza Cristo.

Speriamo che, grazie al Concilio, l’episcopato nel suo insieme prenda coscienza della situazione di emergenza dell’Africa nera”.

Zoa propone la creazione di un gruppo tra i padri conciliari africani, che verrà chiamato l’Episcopale panafricana, con lo scopo di dar voce alle Chiese africane. Il 20 ottobre 1962 Zoa viene eletto nella Commissione sulle missioni con il maggior numero di preferenze (1403) e perciò suo presidente. Zoa verrà nominato vicepresidente dell’Episcopale panafricana e segretario della sezione francofona; presidente sarà Laurean Rugambwa (Tanzania), all’epoca unico cardinale africano.

ZOA E LA MISSIONE

Nella Commissione sulle missioni si rivelano diversi orientamenti: uno tradizionalista, che conferma il ruolo degli Istituti missionari; uno innovatore, che universalizza il concetto di missione; uno moderato, che apre la missione ad altre sensibilità, facendone un luogo di vero dialogo, “l’incontro del dare e del ricevere”.

Il contributo personale di Zoa sulla questione delle missioni riguarda tre aspetti:

  • a) la teologia missionaria;
  • b) i soggetti della missione;
  • c) il quadro giuridico della missione.

La missione è un dovere per la Chiesa, ma occorre evitare che sia un’imposizione o una conquista. Il missionario, messaggero di Cristo, deve sapere che si rivolge a uomini liberi che possono ricevere o rifiutare il messaggio. Zoa preconizza la mobilitazione di tutto il Popolo di Dio, la comunità dei battezzati, affinché la parola di Dio sia portata, con forza e convinzione, ai quatto punti cardinali della terra. La missione, diceva Zoa, pur non essendo ambasciatrice d’una ideologia di sviluppo, non potrebbe non impegnarsi nella lotta per migliori condizioni di vita del popolo al quale propone la salvezza in Cristo. Nei confronti della missione così com’è impostata dagli Istituti missionari, in rapporto al clero diocesano, Zoa sarà favorevole ad una continuità, ma secondo una nuova prospettiva.

UNA NUOVA PENTECOSTE PER L’AFRICA

In conclusione, alla fine del Concilio, Zoa è la figura emblematica dell’Africa, che rappresenta la fierezza delle Chiese africane. Ne è una prova il fatto che, nel periodo postconciliare, molte Congregazioni romane lo interpelleranno.

Zoa ha fatto del Concilio “una nuova Pentecoste” nel seno della Chiesa africana e specialmente della Chiesa del Camerun.


I QUATTRO INTERVENTI CONCILIARI

Prendere la parola al Concilio non era facile. La parola non veniva data a chiunque. Zoa riuscì a fare quattro interventi di cui riassumiamo il contenuto.

Il primo intervento, del 17 novembre 1962, è imperniato sulle fonti della Rivelazione, una questione di teologia biblica. Zoa critica lo schema preparatorio in quanto distingueva troppo drasticamente - tridentinamente - Scrittura e Tradizione. Il Concilio, infatti, dirà che scaturendo dalla stessa divina sorgente, ambedue “formano in un certo modo una sola cosa”.

Il secondo intervento, del 26 novembre 1963, riguarda l’ecumenismo. Zoa si fa appassionato promotore dell’unità dei cristiani, senza la quale l’attività missionaria è minacciata di inefficacia.

Il terzo intervento, del 28 novembre 1963, è una richiesta all’assemblea conciliare di proclamare la libertà religiosa, come principio fondamentale della dottrina cattolica. Senza questa dichiarazione, i Padri conciliari avrebbero rischiato di fare solo una piccola concessione al pensiero moderno. Zoa chiede anche la soppressione del passo che riguarda la tutela di certe religioni da parte degli Stati, in nome della laicità della politica e della diplomazia.

Il quarto intervento, del 4 novembre 1964, riguarda la Chiesa nel suo rapporto con il mondo moderno. Pur riconoscendo il diritto alla differenza, Zoa sostiene che ogni cultura ha qualcosa di universale, in quanto in tutte e in ognuna si trovano dei valori umani. Ma nessuna cultura è perfetta in quanto l’uomo stesso è per definizione imperfetto. È solamente “in Gesù Cristo che si realizza la sintesi delle culture”.



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