IL CONCILIO A TAIWAN / SINIZZANDO IL CRISTIANESIMO
I cambiamenti socio-politici che hanno caratterizzato la Chiesa cinese negli ultimi 60 anni rendono quasi impossibile una concisa valutazione della recezione e della contestualizzazione del Concilio. Anzitutto, è importante menzionare alcune date e alcuni eventi:
- nel 1946, Thomas Tien Genxin divenne il primo cardinale cinese e il membro di grado più elevato della Chiesa cinese.
- Nel 1949, la sconfitta del Kuomintang (il partito nazionalista) e la nascita della Repubblica popolare cinese diedero inizio a un periodo di martirio per i cattolici, culminato nell’emigrazione di un considerevole numero di fedeli e di leader della Chiesa a Taiwan. Tra questi vi erano il card. Thomas Tien e gli eminenti vescovi Paul Yu Pin e Luo Kwang.
- Nel 1957, l’Ufficio per gli affari religiosi della Repubblica popolare cinese diede vita all’Associazione patriottica dei cattolici cinesi con lo scopo di instaurare uno stretto controllo sulle attività dei cattolici, sia di quelli registrati o ufficiali, sia di quelli clandestini.
Fuori dalla Cina, specialmente da Taiwan, Hong Kong e Macao, i vescovi continuarono a sostenere e lottare per quella Chiesa martire che avevano dovuto abbandonare. Fu questa poliedrica Chiesa locale cinese a ricevere l’invito di Giovanni XXIII al Concilio.
IL CONTRIBUTO DEI VESCOVI LOCALI AL CONCILIO
L’apporto della Cina al Concilio fu di grande qualità. Nonostante i limiti imposti dalla Repubblica popolare cinese, in media parteciparono alle quattro sessioni del Concilio 60 vescovi, tra i quali Luo Kwang, uno dei dieci vescovi cinesi autoctoni, fu tra i più in vista. Fece parte, infatti, della commissione per le missioni, il cui lavoro fu tra i più discussi al Concilio.
Dopo la bocciatura della stesura iniziale del documento sulle missioni, fu eletto vicepresidente della commissione, ricevendo l’incarico di stenderne una nuova versione. Il documento divenne noto come Ad gentes, un testo che rivoluzionò la teologia e la prassi della missione.
IL CONCILIO “IN-FORMA” LA CHIESA LOCALE
Va sottolineato che, tra i vescovi cinesi, il Concilio ispirò un senso di appartenenza a un’unica Chiesa che doveva affrontare prove comuni da trattare collegialmente. Parlare con una voce comune per l’intera Chiesa cattolica cinese era un dovere. Con questo consenso tacito, i vescovi riuscirono veramente a far pervenire al Concilio l’importanza della “presenza assente” della Chiesa locale cinese. Durante la quarta sessione, Paul Yu Pin – a nome della Conferenza dei vescovi cinesi – richiese una discussione aperta sul quarto capitolo della Gaudium et spes.
Lo scopo era di mandare un chiaro messaggio ai regimi dispotici che limitavano le libertà individuali, in particolare il maoismo.
L’inculturazione costituì un altro motivo di preoccupazione. Iniziò come una discussione fuori argomento che rapidamente coinvolse 17 vescovi di Taiwan, Hong Kong e Macao. Volevano era una “Messa cinese”, cioè l’uso della lingua cinese nelle celebrazioni liturgiche. Ciò costituì la premessa di un’intera serie di adattamenti che favorirono l’inserzione di espressioni locali – linguistiche e culturali – nella liturgia e nella teologia.
SUI PASSI DEL CONCILIO
Dopo la conclusione del Concilio, i vescovi da un lato continuarono a chiarire la struttura della cosiddetta “Conferenza dei vescovi cinesi”, dall’altro definirono strategie efficaci per un’attuazione contestuale del Concilio. Nel 1967 fu creata la Conferentia regionalis episcoporum sinis. Le sue dodici commissioni furono strumenti strategici per incoraggiare un’attuazione decentrata del Concilio. Le commissioni sono istituti centralizzati con una vasta rete di operatori e di collaboratori a livello diocesano e/o parrocchiale.
La Conferenza dei vescovi guarda alle congregazioni religiose come partner e forze speciali della dimensione missionaria della Chiesa locale. Gli incontri periodici con le Associazioni regionali dei superiori maggiori religiosi (maschili e femminili) accertano i bisogni della Chiesa locale e valutano le risposte delle Congregazioni basate sulla ricchezza dei loro rispettivi carismi.
È attraverso queste task force che la Chiesa locale mantiene un alto profilo e può continuare il suo apprezzato impegno in settori come l’istruzione, l’assistenza medica, i servizi sociali ecc.
Mantenere il contatto e i servizi con la Chiesa nel continente era un compito vitale ma delicato e impegnativo. L’assistenza comprendeva aspetti diversi e la creazione della Commissione per il servizio-ponte alla Chiesa nel 1988 contribuì a strutturare il settore. La Commissione vaglia i bisogni e propone le soluzioni. Ma il suo servizio più prezioso è consistito nel produrre traduzioni autorizzate in cinese di testi liturgici e di documenti ufficiali per tutte le comunità che parlano cinese. Questo servizio fornisce un riferimento all’ortodossia per tutti i cinesi cattolici.
IL CONCILIO NELLA VITA QUOTIDIANA DELLA CHIESA
L’inculturazione è stata la strategia che ha direttamente influenzato la vita della Chiesa e del singolo cristiano.
In questo, il linguaggio aveva giocato un ruolo importante. In primo luogo, tutti i documenti del Concilio furono tradotti in cinese, rendendoli così disponibili a tutti i lettori cinesi. In secondo luogo, la traduzione è diventata norma. Tutte le congregazioni straniere sono tenute a diffondere le traduzioni in cinese dei loro testi di riferimento.
Per quanto riguarda l’inculturazione della liturgia, la traduzione dei testi liturgici spianò la strada alla “messa cinese”. Gesti culturalmente incomprensibili vennero rimpiazzati e canti locali furono aggiunti agli innari. Inoltre, verso la fine degli anni Sessanta, Yu Pin e poi Luo Kwang tentarono di inserire il culto degli antenati nella celebrazione eucaristica, specialmente durante le festività del Nuovo anno cinese e del Giorno della pulizia delle tombe (festa di Qingming). I tentativi non ebbero successo. Tuttavia il culto degli antenati fu conservato come rito separato alla fine della messa.
Era necessario pensare alla gente comune, alla catechesi per i matrimoni misti e alle indicazioni per i riti funerari. Perciò, nel proporre una versione cristiana dei riti funerari, la commissione per la liturgia aveva affrontato uno dei bisogni più sentiti. Il trasferimento della Facoltà Teologica Fu Jen a Taipei nel 1968 e il completamento della traduzione della Bibbia in cinese marcarono l’inizio di una teologia che usava categorie di pensiero locali.
Tuttavia, la contestualizzazione della teologia ha svelato altre dimensioni che richiedevano ulteriori indagini. Il 40% dei cattolici di Taiwan provengono dalle comunità aborigene. Le loro lingue e le loro culture sono diverse dalla maggioranza del popolo Han, che è stato il principale punto di riferimento del processo d’inculturazione finora intrapreso.
CHE DIFFERENZA HA FATTO IL VATICANO II?
Si potrebbe dire molto altro sul tema della contestualizzazione del Concilio a Taiwan. I sommari sono sempre difficili da fare, ma sono ancora più ardui quando si ha a che fare con un dilemma che può essere percepito sotto diversi profili. Che differenza ha fatto il Concilio Vaticano II?
Il mio anziano taiwanese cattolico, la cui nuora è presbiteriana, ha risposto: “Mi è stato consentito nuovamente di ricevere la comunione, senza che fosse richiesto a mio figlio di divorziare né costringere sua moglie a convertirsi”. Altri cattolici sottolineano la mitezza e il rispetto con cui la loro fede tratta la loro cultura, specialmente il luogo per i loro antenati. Anche i non-cristiani riconoscono questo aspetto.
Questi commenti possono apparire insignificanti, ma svelano che si possono ottenere molte risposte, a seconda dell’interesse e della consapevolezza dell’osservatore. Essi inoltre confermano l’esistenza di un grande sforzo per localizzare lo spirito della Chiesa cinese scoperto nel corso del Vaticano II. Quello spirito si estende ben oltre i 16 documenti del Concilio in quanto scaturisce dall’innovazione che papa Giovanni XXIII desiderava per animare la Chiesa odierna.







