Il meglio del Concilio
La seguente riflessione è stata offerta al direttore di Missione Oggi da mons. Loris Francesco Capovilla domenica 2 settembre 2012, in occasione di una visita a Sotto il Monte in compagnia del missionario verbita p. Stephens B. Bevans (docente di Teologia della missione presso la Catholic Theological Union di Chicago e autore, con Roger P. Schroeder, di Teologia della missione. Costanti nel contesto, Queriniana, Brescia 2010), che in quei giorni era in Italia per partecipare al Seminario di studio della rivista Ad Gentes (Lo Spirito Santo e la missione oggi, Pesaro 3-6 settembre) e aveva espresso il desiderio di visitare i luoghi dei papi del Concilio. Si tratta di un’intervista concessa alla rivista El Ciervo di Barcellona il 16 luglio 2012, che abbiamo adattato per la nostra rubrica [n.d.r].
UN CONCILIO PER DIVINA ISPIRAZIONE
Tenuto conto della mia condizione sacerdotale, ossequiente alla legislazione della Chiesa, testimone del grande evento, tuttavia non protagonista, a chi mi domanda “qual è il meglio del Concilio?”, di solito rispondo come segue. Anzitutto, per evitare malintesi, ricordo a tutti che la parola “concilio” si può tradurre anche con “chiamata”, dal verbo latino calare: chiamare a raccolta, ad ascoltare (shemà), a pregare e ad esultare (come si legge nel discorso inaugurale di Papa Giovanni XXIII, Gaudet Mater Ecclesia), a valutare i doni ricevuti dalla Provvidenza “per l’utilità comune” (1 Cor 12,7). La chiamata è di Dio.
L’ha affermato anche Paolo VI, alla ripresa dei lavori conciliari, il 29 settembre 1963: “Caro e venerato papa Giovanni. Siano rese grazie, siano rese lodi a te che, per divina ispirazione, è da credere hai voluto e convocato questo Concilio aprendo alla Chiesa nuovi sentieri e facendo scaturire sulla terra onde nuove di acque sepolte e freschissime della dottrina e della grazia di Cristo Signore”.
II meglio del Concilio, pertanto, è la divina ispirazione accolta da Giovanni XXIII, che ha convocato i vescovi di tutto il mondo: divina ispirazione, pronta obbedienza, annuncio, finalità precise (cfr. la bolla di indizione del Natale 1961, Humanae salutis). Quattro sessioni. Conclusione sull’altare dell’apostolo Pietro. Sedici documenti sottoscritti dal papa e dai padri conciliari. Ma Giovanni XXIII non è rimasto solo nella risposta all’ispirazione nell’intenso periodo preparatorio, che ha accumulato incalcolabile somma di scritti e dibattiti.
Nulla è stato buttato via. Tutto serve alla storia. A ciascuno dei padri l’onore, il merito e il premio.
AUDACE SEMPLICITÀ EVANGELICA
Dopo l’annuncio dell’evento e nell’imminenza della sua celebrazione il papa scrisse nel suo Giornale dell’anima: “Mi sento in obbedienza in tutto e constato che il tenermi così, in magnis et in minimis, conferisce alla mia piccolezza tanta forza di audace semplicità che, essendo tutta evangelica, domanda ed ottiene rispetto generale ed è motivo di edificazione per molti” (§ 933). Così è stato. Detto questo, nulla costa ammettere che noi tutti, padri e popolo di Dio, osservatori invitati “ad unirsi amabilmente in questa ricerca di unità e di grazia” (25 gennaio 1959), lettori dei segni dei tempi, donne e uomini del mondo intero siamo ciascuno nella sua parte responsabili del cammino più o meno felicemente compiuto.
IL MEGLIO NELLE QUATTRO COSTITUZIONI
Dalla recezione delle quattro costituzioni fondamentali, il cristiano può stabilire cos’è il meglio e, per contrasto, che c’è il peggio del Concilio, che non è stato compreso ed attuato. La Lumen gentium rivela la provenienza, l’itinerario da percorrere, le mete da conseguire non singolarmente soltanto, ma comunitariamente; rivela inoltre il senso di comunione e di corresponsabilità. Con la Dei Verbum il cristiano ha netta la visione antropologica, teologica, apostolica della propria esistenza, ed è sempre illuminato. Con la Sacrosanctum concilium apprende a pregare meglio di prima e di più, e a scongiurare l’Onnipotente di concedergli i doni di saperlo ascoltare, pregare e annunciare. Con la Gaudium et spes, il cristiano, “fattosi alunno di Dio” (cfr. Gv 6,45), avvia colloquio fraterno con i suoi simili, convinto finalmente che la strada verso l’unità è una sola: l’amore, quello cantato dall’Apostolo Paolo nel cap. 13 della Prima Lettera ai Corinzi.
LA FEDELTÀ DEI PAPI AL CONCILIO
Nessun dubbio circa la fedeltà dei Papi e della gerarchia all’impegno originario, con piena convinzione che “il Concilio ha indicato nuovi sentieri e fatto scaturire sulla terra onde nuove di acque sepolte e freschissime” (Paolo VI). Giovanni Paolo II si è spinto più in là asserendo che, col Concilio, “Giovanni XXIII ha aperto una nuova pagina di storia della Chiesa” (3 settembre 2000). Il Concilio è vivo e operante. Esso reca il sigillo dell’anello del pescatore: cinque Papi. Secondo l’oracolo profetico l’universalità è l’ambito dell’evangelizzazione: “Allarga lo spazio della tua tenda, stendi i teli della tua dimora senza risparmio” (Is 54,2). “Le tue porte saranno sempre aperte, non si chiuderanno né di giorno, né di notte, per lasciare entrare in te la ricchezza delle genti” (Is 60 11). Sì. Porte aperte. Lo affermo con lo stesso amore professato alla Chiesa quando decenne fui ammesso tra gli aspiranti dell’Azione Cattolica che mi rese fiero di essere cristiano e mi pose in trepida attesa di volontario servizio. Mi si diceva allora: “Non sei membro attivo del movimento. Lo diverrai a 14 anni se rimarrai solidale col Papa, col tuo vescovo, col tuo parroco”.
Credo alla grazia di stato. In modo singolare il Papa ne è ampiamente provvisto. A Pietro, Gesù ha rivelato: “Io ho pregato per te perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32). Venero i Papi della mia lunga vita e provo nei confronti di ciascuno qualcosa che va al di là della fede e dell’amore ed è inesprimibile.
Custodisco il ricordo intimo e sacro del primo incontro di Giovanni XXIII con mons. Guglielmo Carozzi, familiarmente chiamato don Gelmo, suo conterraneo, compagno di studi a Bergamo e a Roma sino alla laurea. Senza alcuna fretta, solo tre mesi dopo l’elezione, Carozzi viene all’appartamento pontificio. Si butta in ginocchio e bacia i piedi al suo antico compagno. Il Papa lascia fare, allarga le braccia e visibilmente emozionato sussurra lentamente: “Don Gelmo, che fai? Ricordi le nostre mamme in parlatorio, in visita a noi seminaristi, i loro sguardi, le parole, le raccomandazioni?”. Don Gelmo congiunge le mani come un bimbo, mette i suoi occhi negli occhi del Santo Padre e balbetta con incantevole candore: “Tu es Petrus. Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18).
Proprio per ringraziare Benedetto XVI e tutti coloro che ne condividono il servizio e la croce in quest’epoca meravigliosa e tormentata del post-Concilio, anch’io, vecchio pellegrino prossimo all’approdo, nonostante ore di pena e quasi di angoscia, ripeto convintamente e gioiosamente: “Tu sei Pietro. In te Cristo ha stabilito il principio e il fondamento perpetuo e visibile dell’unità della fede e della comunione” (Lumen gentium 18).
I TRE PRINCIPALI CAMBIAMENTI DELLA CHIESA CONCILIARE
- [Redazione Missione Oggi]
1. Anzitutto la medicina della misericordia, “sapendo che l’azione di Dio sull’uomo non viene mai meno” (Pacem in terris 159).
2. Poi la certezza che i semina Verbi sono già presenti in tutto il mondo. Compito del cristiano è di individuarli, onorarli, coltivarli (cfr. Ad gentes 11). L’avventura di Pietro nell’incontro col centurione romano Cornelio è perenne lezione e indirizzo di servizio pastorale: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia a qualunque nazione appartenga” (At 10,34-35).
3. Frutto del Concilio è anche l’espandersi del volontariato con tale slancio di donazione da meritare la cifra dell’autenticità cristiana.







