IL DISAGIO DELL'«ALTRO»
Nel dibattito corrente sull'immigrazione, si parla continuamente di clandestini, di espulsioni, di “rischio criminalità” e, quando tale fenomeno si incardina su soggetti che arrivano da Paesi islamici, di “pericolo terrorismo”. Mai lo sguardo viene rivolto sulle condizioni di sofferenza, sulle cause di tali situazioni né sugli interventi strutturali e culturali in grado di affrontarle, se non risolverle.
Certo, la rabbia degli esclusi, il loro sentirsi “in mano” a forze di cui non conoscono i meccanismi di funzionamento, le consuetudini, possono assumere differenti connotati, e non sempre riescono ad essere incanalate in un processo di liberazione, nella riscoperta orgogliosa di un “sé” che superi le velleità di un conflitto puramente rivendicativo.
In questo senso il disagio dell'«Altro», l'immigrato, il “clandestino” rischia di essere nascosto ai nostri occhi e orecchie, così come alle nostre intorpidite sensibilità, lasciando spazio alle urla e al frastuono dei razzisti caldi o tiepidi di turno.
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