IL CONCILIO IN GIAPPONE / QUALE RECEZIONE?
Qualche tempo fa un professore della Waseda University che ha studiato in Germania, mi diceva, durante un seminario di studio, che in alcune Facoltà teologiche tedesche avevano smesso di parlare di Trinità e di incarnazione, perché così facendo il dialogo con l'ebraismo e l'islam sarebbe stato più agevole. “Anche voi cattolici dovreste avere più coraggio e tentare questa via”, aggiungeva.
Ecco, in estrema sintesi, la comprensione che alcuni intellettuali giapponesi hanno del Concilio.
LA QUESTIONE DEL NOME DI DIO
Facciamo alcuni passi indietro per vedere come si è arrivati a tanto, guardando ai momenti salienti della recezione. Il primo momento importante è stato senz'altro la traduzione dei testi liturgici in giapponese, del 1972, che è a tutt'oggi in uso. Questa traduzione presenta parecchi punti problematici dal punto di vista liturgico e pastorale, ma quello più gravido di conseguenze è la scelta di parole per esprimere "Dio".
Messa da parte quella di ascendenza confuciana (ancora usata in Cina, Corea e Vietnam) che aveva ricevuto una robusta caratura trascendente da Matteo Ricci, si è optato per una parola di carattere più taoista, perché è quella più usata nella parlata corrente. Questa operazione si basava su una scommessa: l'uso nella liturgia avrebbe portato questa parola ad avere gradualmente una connotazione sempre più biblica e monoteista.
Cosa dire dopo quasi mezzo secolo? La liturgia ha aiutato a cristianizzare la società oppure la liturgia è stata “taoizzata”, assumendo cioè sfumature taoiste? Come si sa, le scommesse si possono anche perdere. Le risposte dei vescovi giapponesi al questionario del Sinodo sulla famiglia (pubblicate in parte anche in italiano su Il Regno-doc. 9) registrano il cedimento dei cattolici al "pensiero unico" dominante.
Dalla descrizione che ne fanno i vescovi si ricava un profilo di Chiesa tutt'altro che da "minoranza creativa" in terra di missione. Una Chiesa molto ripiegata sulla gestione dell'esistente. Molto vicina al profilo medio di quel cattolicesimo residuale, fortemente secolarizzato, simile a quello dell'area mitteleuropea. È una sorta di confessione esplicita di resa, da parte di coloro che pur hanno in sorte di guidare questa piccola Chiesa tra i moderni "pagani".
QUALE ECUMENISMO?
Possiamo vedere senz'altro un secondo momento di recezione nella traduzione interconfessionale della Bibbia, del 1986. Un avvenimento reso possibile dalla spinta ecumenica del Concilio. Anche questa traduzione presenta molti aspetti problematici, tra cui il fatto che la parte cattolica ha fatto qualche “concessione” di troppo alla tradizione protestante, ma lo spazio non ci consente di scendere nei dettagli. Basti un solo esempio.
Il pastore protestante di Kawanishi mi dice che nella sua comunità hanno deciso di aumentare, in solidarietà con i cattolici, le celebrazioni della "cena del Signore". Di riflesso alcuni parroci cattolici hanno deciso di introdurre le "celebrazioni della Parola” (in assenza di presbitero) come alternativa alla messa domenicale.
Questo tipo di ecumenismo è molto apprezzato in Giappone in cui il sincretismo è considerato una virtù.
Non importa se poi la fede e la devozione eucaristica cominciano a scricchiolare. Senza decisioni dogmatiche o senza struttura sacramentale, la Bibbia può essere letta anche alla luce della "pratitya-samutpada" (causalità interdipendente) come un qualsiasi sutra buddhista. In questo senso, come ho argomentato più ampiamente altrove (“Inculturazione e dottrina della fede nelle teologie asiatiche”, in Sacra Doctrina 56/2011/3), più che una recezione del Vaticano II, qui si sente il bisogno di una recezione del Concilio di Nicea.
Visto che il Giappone ha le risorse per ospitare le Olimpiadi, perché non si candida anche per ospitare magari un Congresso eucaristico internazionale?
Potrebbe essere l'occasione per cristiani e non di accorgersi che la fede e la devozione eucaristica possono andare d'accordo anche con i più alti livelli scientifici.
QUALE APERTURA ALLA SOCIETÀ?
Il terzo avvenimento attinente alla recezione lo possiamo individuare nella Convenzione nazionale per l'incentivazione dell’evangelizzazione (Nice) del 1981 e protrattasi per oltre un decennio. Nella mente degli organizzatori questa doveva essere l'applicazione del Concilio alla realtà giapponese. Per capire il senso di questa operazione, conclusasi sostanzialmente con un nulla di fatto, dobbiamo rifarci ad una distinzione operata da Benedetto XVI in uno dei suoi ultimi discorsi.
Il Concilio svoltosi nella basilica vaticana e sfociato nei documenti conciliari e nel magistero postconciliare avrebbe avuto un suo "parallelo" svoltosi soprattutto sui mass-media e sfociato in una sorta di magistero alternativo. Se per comodità chiamiamo il primo “Concilio A” e il secondo “Concilio B”, pare che la già menzionata Convenzione per l’evangelizzazione abbia recepito soprattutto il secondo. Infatti, la preoccupazione prevalente era quella di una Chiesa aperta alla società, intendendo con questo una Chiesa meno sensibile alle problematiche dottrinali e più incline a collaborare con tutti gli uomini di buona volontà sui temi di una società più giusta.
In questo campo un aumento di attività lo si è potuto vedere. Si tratta di capire quanto di protagonismo sociale si rifletta nelle numerose iniziative promosse dalla Chiesa e quanto invece di testimonianza evangelica. Nel progetto di rinnovamento conciliare della diocesi di Osaka (Shinsei Keikaku) si invitano i laici a fare molte attività, ma non si parla mai della "universale vocazione alla santità" (un intero capitolo degli otto complessivi della Lumen gentium, punto cruciale quando si parla dei laici), quasi che i laici non abbiano bisogno di santificarsi e di santificare il mondo. Papa Benedetto ha richiamato a più riprese l'attenzione su questo problema, anche papa Francesco sembra essere molto guardingo su questo punto e ha più volte criticato la clericalizzazione dei laici.
LA DIFFERENZA DELLA RIVELAZIONE CRISTIANA
Se è vero, come è stato detto (Pierangelo Sequeri), che la parte più innovativa del Concilio è stato il rinnovamento del trattato De revelatione (La rivelazione), su questo aspetto non si sono visti progressi di nessun tipo. Se la Chiesa per aprirsi alla società deve smettere di parlare di Trinità e di incarnazione, vuol dire che la Chiesa del Concilio ha finalmente accettato di essere una religione tra le tante, ed è questo quello che il professore della Waseda intendeva, e si meravigliava addirittura che si fosse impiegato così tanto tempo per arrivare ad una conclusione a cui loro sono già arrivati da secoli.
Come Hans Urs von Balthasar ha acutamente segnalato, "visioni del mondo pre-cristiane e coscientemente post-cristiane possono essere strutturalmente simili, ma nella loro più profonda intenzionalità rimangono essenzialmente differenti, perché oggi il lievito del cristianesimo è penetrato in tutta l'umanità. Per questa ragione, nel villaggio globale di oggi, è diventato molto difficile trovare qualcosa che sia semplicemente pre-cristiano, perfino in visioni del mondo (in Asia per esempio) che apparentemente sono rimaste le stesse da tempi pre-cristiani.
Molto spesso esse hanno assorbito elementi di cristianesimo (o almeno biblici) per mostrare che non hanno bisogno del cristianesimo per mantenere la loro pretesa di totalità" (H.U. Von Balthasar, Epilogue, Ignatius Press, San Francisco 2004, p. 18, mia traduzione).
IL GIAPPONE: UN’ECCEZIONE?
Se la Chiesa postconciliare deve fare un servizio alla società, questo non può essere che quello di aiutare quella società ad essere aperta alla rivelazione (ebraico-cristiana). Non si vede come possano esserci altri modi.
È stato così per i greci, i romani, i galli, i celti, gli anglosassoni, gli slavi, i cinesi e i coreani negli ultimi venti secoli, non si vede come possa darsi un’eccezione solo per i giapponesi del XXI secolo.







