IL CONCILIO IN CINA / IL CORAGGIO DELLA FEDE
Recentemente l’amico e maestro Fang Zhi Rong, gesuita cinese, novantenne, uno dei primi dottori in Sacra Scrittura al Biblico di Roma, profondo conoscitore dei classici cinesi, alla mia richiesta di condividere un pensiero sulla recezione del Concilio in Cina, rispose subito indicando nella Dei Verbum, in Nostra aetate e Unitatis redintegratio la radice del cambiamento del volto della Chiesa cinese. Con uno sguardo sereno mi disse: "Mian Mao" (che in cinese significa: aspetto, fisionomia, lineamenti, volto).
Questi tre documenti hanno contribuito a rendere la Chiesa cinese più luminosa e credibile:
- a) la natura della divina rivelazione, espressa nella Sacra Scrittura, affinché il mondo intero ascoltando creda, credendo speri, sperando ami;
- b) il ristabilimento dell'unità fra tutti i cristiani, come uno dei principali compiti;
- c) il rapporto con le religioni non cristiane: il suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, anzi tra i popoli.
UN PO' DI STORIA
Nella ricerca condotta dall’apprezzato sinologo Angelo Lazzarotto, missionario del Pime, vengono riportati alcuni dati molto utili (cfr. The Chinese Church at the Second Vatican Council, Holy Spirit Study Center, Tripod, N. 100, July-August 1997). Al momento dell’apertura del Concilio, in Cina c’erano 114 sedi episcopali e 31 prefetture apostoliche, ma solo 58 prelati “provenienti dalla Cina”, ma di diverse nazionalità, presero parte alle quattro sessioni del Concilio. Solo tre anni prima dell’insediamento della Repubblica popolare, nel 1946, la Santa Sede aveva istituito la struttura gerarchica cinese (20 arcidiocesi, 79 diocesi, 38 prefetture apostoliche e una missione sui iuris).
Le relazioni diplomatiche, infatti, risalgono al 1943. Nel 1945 Pio XII creò il primo cardinale cinese e asiatico (Thomas Tian Kenghsin), un chiaro segno di apprezzamento per la crescita della Chiesa locale. Nel 1946 c’erano 31 prelati cinesi (24 vescovi e 7 prefetti apostolici). Una decina d’anni dopo il numero arrivò a 53.
IL CONTESTO RIVOLUZIONARIO
Il cammino verso una gerarchia pienamente cinese si rivelò però troppo lento, soprattutto di fronte alla montante repressione di Mao Zedong nei confronti degli elementi “stranieri” della Chiesa missionaria, giudicati strumento dell’imperialismo occidentale. Nel 1951 il nunzio apostolico Antonio Riberi venne espulso. In pochi anni quasi 6mila missionari dovettero lasciare il paese. Nel 1955 la comunità cattolica contava circa 4 milioni di fedeli, provati e stremati dalle violente campagne politiche. Prima di essere espulsi, molti vescovi missionari incaricarono semplici sacerdoti di farsi responsabili di vasti territori. Questi, assieme a una ventina di vescovi cinesi e alcuni prefetti apostolici, patirono sofferenze indicibili e gravi difficoltà: prigionia, deprivazione, persecuzione.
La testimonianza di amore a Cristo e alla nazione di molti fedeli laici e del clero locale portano ancora oggi abbondanti frutti.
Nel 1955 venne arrestato il vescovo Ignatius Kung Pin-mei di Shanghai, segnando così il peggioramento della situazione e palesando il piano del governo di stabilire una Chiesa remissiva, subordinata e autonoma. Nel 1957 fu ufficialmente approvata l’Associazione della Chiesa patriottica cinese. Nel 1958, per la prima volta, alcuni vescovi furono costretti ad accettare l’elezione e consacrazione senza il mandato pontificio (nel 1962 c’erano già 6 vescovi “democraticamente eletti” dall’Associazione). Nel 1958, pochi mesi prima di morire, Pio XII cercò invano di dissuadere le autorità cinesi dal costituire strutture ecclesiali alternative con l’enciclica Ad apostolorum principis. Nel 1958, nel suo primo discorso ufficiale, Giovanni XXIII parlò apertamente della situazione della Chiesa in Cina.
Menzionò l’eroismo di molti fedeli e avvertì circa il pericolo di uno scisma, ma i primi segnali dell’imminente Rivoluzione culturale erano già stati lanciati.
NESSUN DELEGATO DIRETTAMENTE DALLA CINA
Non deve, quindi, meravigliare il fatto che dei circa 2.500 padri conciliari, nessun delegato provenisse direttamente dalla Repubblica popolare cinese. C’erano, sì, presenti dei vescovi che conservavano ancora la giurisdizione, ma non erano più in Cina da quando il regime comunista giunse al potere e i contatti con le Chiese d’origine erano complicati. Nella celebrazione d’apertura, dei 58 rappresentanti della Chiesa cinese (per lo più vescovi missionari in diaspora), solo 10 erano cinesi.
Ricordiamo alcuni dei volti più noti: Paul Yupin, Thomas Niu, Yuan Qing-Ping, Joseph Kuo, Vitus Chang, Stanislaus Lo Kuang. Una ventina di vescovi cinesi con diritto di partecipazione, a motivo delle restrizioni imposte dal regime comunista e dalla prigionia, non poterono arrivare a Roma.
L’ESPERIENZA CONCILIARE
L’esperienza conciliare fu anzitutto una preziosa scuola in cui i vescovi osservarono più attentamente le loro problematiche in un contesto universale: “L’amore di Cristo e il bisogno della Chiesa furono costantemente nel cuore dei vescovi. Ciascuno di noi vescovi, che partecipiamo al Concilio, ci sentiamo arricchiti spiritualmente e intellettualmente, specialmente nelle sessioni plenarie, dove attraverso la consapevolezza e l’esperienza conosciamo meglio la nostra Chiesa” (Remembering a Pilgrim on his centennial: Archbishop Stanislaus Lo Kuang, Tripod, No. 162, Autumn 2001).
La maggior parte dei partecipanti del gruppo cinese erano pastori impegnati in prima linea sul versante dell’evangelizzazione. In generale, i loro interventi non furono notati per un particolare contenuto teologico, tuttavia erano segnati da un profondo amore ecclesiale. L’assise conciliare manifestò ammirazione e solidarietà verso questa Chiesa particolare.
ALCUNI CONTRIBUTI RILEVANTI
Nonostante la sua cagionevole salute, il card. Tien fu eletto tra i presidenti del Concilio. Fu tra i primi lungimiranti sostenitori della creazione di un Segretariato per i non cristiani. Il vescovo Lo Kuang, nominato segretario della Commissione per la preparazione del documento sulle missioni, Ad gentes, insistette sulla necessità dell’inculturazione della liturgia. Chiese tra l’altro che l’indulto concesso alla Chiesa cinese per l’uso della lingua volgare fosse reso permanente. Dichiarò, inoltre, che la Controversia dei riti era stata un vero ostacolo all’evangelizzazione. Lo Kuang fece un altro intervento decisivo sull’apostolato dei laici, testimoniando a favore della loro “missione” soprattutto dove le congregazioni religiose erano state dissolte e i cristiani separati con forza dai loro pastori.
La testimonianza di fede generosa ed eroica dei laici costituiva un luminoso e irresistibile faro della missione della Chiesa in Cina.
Un altro contributo importante si deve al vescovo Vitus Chang, a proposito della Dei Verbum, sulla divina rivelazione. Chiese che si parlasse chiaramente di “proto-rivelazione”, per mostrare come Dio avesse a cuore il destino di tutti i popoli. Il largo accesso che oggi i fedeli cinesi hanno alla Parola di Dio, l’impegno di offrire traduzioni appropriate e corrette in cinese e lingue locali (alcune in collaborazione con i fratelli non cattolici) sono tra i frutti più belli della recezione del Concilio. Nella discussione circa il documento sull’unità dei cristiani, Unitatis redintegratio, il vescovo Chang sollecitò l’inclusione del tema delle religioni non cristiane all’interno della verità sull’amore universale e salvifico di Dio Padre nel suo Figlio unigenito. Chang era, infatti, convinto che Confucio avesse professato un ecumenismo ante litteram, una sorta di macro-ecumenismo, dichiarando che tutte le persone sono fratelli e sorelle.
SEGNI DI SPERANZA
Anche oggi le parole di Gesù “Non vi lascerò orfani”, oltre ad essere state testimoniate con la vita dai padri conciliari del coetus sinensis, accompagnano, illuminano e sostengono il cammino non facile della Chiesa in Cina. Essa, infatti, nonostante le esperienze di mancanza di libertà religiosa, di eccessivo burocratismo delle strutture, di lacerazioni storiche, psicologiche e spirituali, di deficienze formative, è viva e conta più che mai sulla forza della testimonianza.
Sono segni di speranza: il luminoso cammino di conversione di giovani e adulti, il dinamismo dei Seminari e della Vita consacrata, in particolare femminile, il dinamismo dei fedeli laici nell’annuncio della riconciliazione e della gioia del Vangelo.
Nel 1971 Paolo VI, sforzandosi di capire alcune motivazioni dei leader cinesi nel difendere la politica del regime, ebbe a scrivere: “Appartenere alla Chiesa non significa indebolire l'amore dei cattolici cinesi verso la nazione; anzi, lo rafforza e li rende partecipi nello spirito di responsabilità verso la sicurezza, la pace e il progresso della nazione”.
Anche questo è frutto del Concilio e non pochi cattolici cinesi camminano in questa direzione.







