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I Saveriani ripensano la loro missione

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Dal 16 giugno al 13 luglio 2013 si è tenuto a Tavernerio (Co) il Capitolo generale dei saveriani, un’assemblea che ogni sei anni fa il punto sulla vita dell’Istituto e ne traccia gli orientamenti. Vi hanno partecipato 45 missionari, di otto nazionalità, in rappresentanza dei 750 che integrano la Congregazione, provenienti da 17 paesi e presenti in 20.


RIPARTIRE DAL PRIMO ANNUNCIO

Ripartire dal primo annuncio è il titolo del documento principale dell’Assemblea, che esprime la sensibilità attuale dell’Istituto – fondato a Parma da mons. Guido M. Conforti nel 1895 –, di fronte alla complessità dei contesti in cui opera. D’accordo con tale documento, i saveriani intendono vivere questo tempo come un kairós, cioè un’occasione per ritornare alle sorgenti del proprio carisma – grazie anche alla riscoperta della spiritualità del fondatore, recentemente proclamato santo (Roma 23 ottobre 2011) –, riappropriandosi dello “specifico” saveriano: partecipare all’unica missione della Chiesa privilegiando il “primo annuncio” ad gentes (ai non cristiani).

CRITERIO DISCRIMINANTE

Il “primo annuncio” costituisce per i saveriani il criterio discriminante in ogni situazione, per discernere nuovi campi di lavoro, formulare programmi e verificarne l’adempimento: “Per il nostro Istituto, il primo annuncio costituisce la finalità, l’ispirazione e il nucleo articolante di un insieme di attività che vanno dall’animazione e formazione missionaria, ai diversi servizi alla Congregazione e alle Chiese locali, fino alla testimonianza di una vita consacrata a Dio nel dono di sé nella malattia e nell’infermità” (n. 50).

Questa è la prima questione con la quale si è confrontata l’Assemblea saveriana. La missione è dappertutto, ma la Congregazione non può abbracciare tutto e tutti: “Il primo annuncio, noi lo dirigiamo ad gentes, ai non cristiani. Questi interlocutori privilegiati vengono a definire il nostro impegno unico ed esclusivo, la nostra caratteristica irrinunciabile, tutto il nostro essere. Pertanto, si costituiscono come punto di riferimento non solo per le nostre diverse attività, compiti e luoghi che dobbiamo prediligere, ma anche per tutta la nostra vita, al punto da essere concretamente attratti da loro in qualsiasi circostanza ci troviamo” (n. 53). Si giustifica in quest’ottica anche l’ultima apertura missionaria della Congregazione, in Thailandia, tanto più coraggiosa se si pensa alla riduzione di forze “attive” in Europa e America del Nord.

ORIENTAMENTI

Su questa base, l’Assemblea ha invitato tutte le Circoscrizioni saveriane a riflettere sui luoghi e destinatari delle rispettive attività, al fine di discernere se corrispondono al criterio del “primo annuncio” e, all’interno di questo, alla priorità fondamentale dei più poveri. Perciò essa ha proposto i seguenti orientamenti: “Potenziare le nostre presenze in Asia e Africa; riflettere in tutte le Circoscrizioni sulle supplenze pastorali, le opere e i compiti che possono essere assunti dalle Chiese locali; sbilanciarsi verso le periferie esistenziali, geografiche, sociali, culturali e religiose; incoraggiare il dialogo interculturale e interreligioso, l’impegno nei nuovi areopaghi, nel mondo delle comunicazioni dei mass media e dei social media; studiare la possibilità in ogni Circoscrizione di creare contatti con persone e gruppi umani non ancora evangelizzati, così da animare le Chiese locali ad assumere le loro responsabilità missionarie verso i non cristiani presenti nei loro territori” (n. 53.1).

Il modo saveriano di vivere il “primo annuncio” è quello dell’ad vitam, cioè della consacrazione di tutta la vita alla missione: “Partiamo in missione non per fare un’esperienza, ma per dedicare tutta la nostra vita. Per questo, la finalità per la quale ci siamo consacrati a Dio è norma di discernimento per i nostri stili di vita, i nostri progetti, le nostre relazioni, i mezzi di cui disponiamo, le nostre verifiche, la nostra capacità di dialogare e di condividere la fede” (n. 55).

MISSIONARI COME STRANIERI E OSPITI

Oltre all’ad gentes e ad vitam, i saveriani vivono l’ad extra, cioè escono dalla loro terra, cultura e Chiesa di origine, come ospiti presso altri popoli: “Viviamo l’essere stranieri come una caratteristica fondante ed essenziale della nostra vocazione, poiché il primo annuncio ha bisogno di una radicale apertura alla novità e una rottura con l’autoreferenzialità. Gesù ha vissuto la sua missione come straniero, perché i suoi non l’hanno accolto, e ha inviato i suoi discepoli come stranieri” (n. 54).

Per realizzare questo stile di missione, l’Assemblea ha invitato a considerare i seguenti aspetti: “Promuovere la comunità saveriana come luogo di interculturalità, favorendo e valorizzando la sua composizione internazionale; impegnarsi seriamente nello studio delle lingue e delle culture che ci ospitano, anche a livello accademico, con simpatia e curiositas; vivere il partire, l’uscire e il lasciare le nostre presenze come kairós di testimonianza dell’ad extra; realizzare la missione nella debolezza e nell’itineranza: saperci porre tra la gente con semplicità, non aspirare a ruoli di primo piano, non appoggiarsi a grandi strutture; animare con vigore le Chiese locali ad assumere la missione universale” (n. 54.1).

NELLA FRAGILITÀ LA FORZA

L’Assemblea ha segnalato alcuni elementi di fragilità della congregazione: la fuga verso attività pastorali generiche, più gratificanti, ma meno cariche di spinta profetica e più lontane dallo “specifico” dei saveriani; inoltre, un’insufficiente valorizzazione dell’interculturalità all’interno della stessa Congregazione, sempre più internazionale; ancora, tendenze all’individualismo e al paternalismo, carenze nel dialogo con le culture e le religioni, chiusure verso altri soggetti della missione, pesantezza delle strutture, comportamenti massimalisti che rasentano il laicismo oppure il clericalismo; infine, la drastica riduzione delle forze “attive”, in Europa e America del Nord, per l’invecchiamento del personale e il calo delle vocazioni.

Tutti elementi di fragilità che, però, offrono altrettante opportunità per “ripartire” in maniera nuova verso la missione: “Le luci e le ombre dell’attuale situazione della famiglia umana, di cui fa parte anche il cammino della nostra Congregazione, si presentano come segni dei tempi che ci invitano all’ascolto e al discernimento di quello che lo Spirito dice alle Chiese e ci provocano a ripensare la missione, affinché il nostro ripartire sia sostenuto da un’appropriata riflessione teologica, da stili di vita e da presenze significative” (n. 33).



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