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I Saveriani nell’oggi malinconico della missione

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IL 14 MAGGIO SCORSO, BRUNO BIGNAMI È STATO INVITATO A ORIENTARE IL RITIRO SPIRITUALE DEI SAVERIANI IN ITALIA, RIUNITI IN CAPITOLO REGIONALE A S. PIETRO IN VINCOLI (RA). “L’ESILIO È UN PERIODO CHE SEMBRA BENE INTERPRETARE IL NOSTRO TEMPO”, HA AFFERMATO IN QUELL’OCCASIONE L’AUTORE, “NON CI SENTIAMO PIÙ A CASA”. LE PAGINE SEGUENTI RIPROPONGONO IN FORMA DI ARTICOLO IL CONTRIBUTO OFFERTO DA BIGNAMI AI SAVERIANI, ANCH’ESSI BISOGNOSI DI RITROVARE NON SOLTANTO PUNTI DI RIFERIMENTO, MA SE STESSI COME MISSIONARI NELL’EPOCA DELLE “PASSIONI TRISTI”, IN CUI I MISSIONARI RISCHIANO DI NON SENTIRSI PIÙ A CASA NÉ AD INTRA, IN ITALIA, E NEMMENO AD EXTRA, NEL MONDO.

UN LUNGO E SOLITARIO DESERTO

Viviamo l’epoca delle “passioni tristi” (cfr. M. Benasayag – G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano 2005): delusione di fronte ad un mondo in cui non ci si riconosce, una Chiesa che sembra ripiegata su di sé, senso di impotenza e di passività inquieta. Ci guardiamo intorno e scopriamo che il massimo in cui sperare è un’ora di volontariato, mentre siamo cresciuti con l’idea che la vita vada spesa nella sua interezza (l’ad vitam dei missionari saveriani!). La gente vive come in una rotonda, gira e rigira su se stessa per paura di intraprendere una strada. Ogni idea vocazionale è perdente. L’economia ha ridotto tutto a merce e ha generato la prima generazione di consumatori “non contriti”.

Crediamo di poter far tabula rasa del passato e terra bruciata verso le generazioni future.

Il ritorno del sacro lo si è osservato sotto forma di religione dei consumi. Vi sono in giro i missionari del marketing: si può perdonare tutto a patto di far emergere i propri desideri più reconditi. Dio stesso più che sotto accusa è messo sotto il tappeto. Se l’uomo medioevale aveva una dimensione tridimensionale della realtà: prima di vedere, eri visto dall’Altro. La modernità introduce una rottura: l’uomo non è visto ma vede. Il centro della vita è lo spazio privato che tende a sfuggire allo sguardo pubblico dell’Altro (privacy). Il cielo sembra essersi abbassato e svuotato, è l’epoca del disincanto di ogni trascendenza. Se non c’è bisogno di Dio, gli individui venerano qualcosa d’altro, ciascuno secondo le proprie preferenze.

L’oggi malinconico riguarda anche la Chiesa. Epoca di trasformazioni che procurano ansie e chiusure nel privato.

Le nostre chiese sono poco frequentate. I giovani sono i grandi assenti. Le vocazioni non si vedono: sembra di attraversare un lungo e solitario deserto. In genere sembra una Chiesa che, dopo le sbornie e i fasti del passato, i grandi templi e le feste, sta ammainando le vele. È come se stesse rimettendo negli scatoloni i festoni al termine di un bel giorno di solennità. La stessa struttura fino a quando reggerà? Un esempio ironico: in alcune diocesi europee si hanno più ordinazioni episcopali che sacerdotali. Qualcosa sembra funzionare al rovescio tra l’impianto giuridico-amministrativo e la realtà. Gli istituti religiosi rischiano di finire al servizio delle strutture esistenti da mantenere. Le strutture da mezzo diventano fine. La missione “malinconica” conosce l’insignificanza di chi non fa proposte e l’opposto stile “Testimoni di Geova”.

L’incarnazione costa a livello di numeri ed energie, per cui si cercano strade alternative. Il Vangelo può accettare salti così evidenti?

I SAVERIANI AL BIVIO: TRA AD EXTRA E AD INTRA

L’idea di mons. Conforti di una missione ad gentes è stata proposta in un contesto ecclesiale molto più semplificato. Un secolo fa la divisione era netta: il clero diocesano era la milizia che custodiva i territori di cristianità, mentre i missionari erano gli eroi di conquiste di nuovi genti e territori al Vangelo. La separazione era semplice. Oggi i tempi sono molto cambiati. Per certi versi le parti si sono rovesciate. Molti dei luoghi dove ci sono missionari italiani in realtà sono territori con una Chiesa locale già organizzata. Le nostre diocesi italiane faticano invece a mostrare un volto credente.

La riprova è data dal fatto che molti missionari avvertono tutto il disagio di rientrare in Italia: si sentono più a casa lontani dalla casa natia. Non si riconoscono più in una società secolarizzata e senza riferimenti. Stanno meglio lontano anche perché la fede è meno in discussione. Conforti ha saputo però nel suo ministero tenere insieme le due dimensioni: da una parte la cura pastorale e dall’altra l’anelito missionario. La vita cristiana respira con questi due polmoni. Eppure viviamo in una Chiesa dove la dimensione missionaria ad extra è quasi del tutto trascurata. Il mese missionario è celebrato da anni in tono minore, con scarna narrazione del valore missionario della fede.

C’è un polmone in sofferenza, quello missionario.

Ci si accontenta di comunità che guardano solo al proprio interno, si autoincensano o si piangono addosso ingigantendo i problemi relazionali interni. Permangono tuttavia nuovi segnali: consapevolezza che il mondo è una grande famiglia. La globalizzazione ha posto il tema dell’interdipendenza e del sogno di Dio sull’umanità. Il magistero stesso sembra avvertire l’urgenza di questa sottolineatura. Scrive Benedetto XVI in Caritas in veritate 42: “La globalizzazione è fenomeno multidimensionale e polivalente, che esige di essere colto nella diversità e nell’unità di tutte le sue dimensioni, compresa quella teologica. Ciò consentirà di vivere ed orientare la globalizzazione dell’umanità in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione”. La fraternità sembra essere divenuto il paradigma con cui leggere evangelicamente il nostro tempo.

I saveriani potrebbero pensarsi al bivio: che fare in un contesto così radicalmente cambiato? Cosa rimane dell’insegnamento del Conforti? Quali scelte adottare?

RISCOPRIRE L’ESSENZA DEL CRISTIANESIMO

Viviamo in una società che si è affrancata dal cristianesimo, per cui occorrerà ricreare le condizioni perché lo si riscopra. Ci preoccupiamo di organizzazione (unità o comunità pastorali, gestione delle strutture), ma questo interessa poco o niente alla gente. Riguardano il funzionamento dell’azienda.

La vera questione è la presenza di Dio.

La storia del cristianesimo è ricca di vicende di povertà e spoliazione, dai francescani (libertà nella povertà) ai carmelitani (fede nuda), dai gesuiti (indifferenza) a Charles de Foucauld (nascondimento), dai preti operai (condivisione) alle suore di Madre Teresa (carità). Si tratta di scoprire l’essenza del cristianesimo. È opera di potatura evangelica. Senza dimenticare che nella vigna viene potato maggiormente il ramo che l’anno precedente aveva portato più frutto: Dio ci chiede talvolta potature inattese per far emergere il Vangelo. In un’epoca che tende ad aggiungere compiti, incarichi, doveri, forse la prima domanda è di essenzialità:

che cosa ci è più caro del cristianesimo? Cosa tocca l’anima dell’uomo? Quale motivo diventa la ragione per cui vivere?

Scrive E. Salmann: “Oggi apparterrebbe a un atto di fede povero la condivisione della solitudine di Dio in questo mondo. È un Dio che con la lucerna cerca un uomo che abbia ancora interesse per Lui. OffrirGli una compagnia farebbe parte, secondo me, dell’essere prete, non in modo insofferente e risentito, ma con magnanimità e con un senso di avventura. Dovremmo condividere la solitudine di Dio e così dare anche una forma interna alla storia delle nostre sconfitte piuttosto che sottoporre tale storia a un processo di razionalizzazione” (Il respiro della benedizione, Cittadella, Assisi 2010, p. 21).

I luoghi dell’esperienza di Dio nella Bibbia sono esposti: la montagna, con la fatica della salita, che è anche fatica dell’inveramento nel quotidiano; il deserto, che rimanda all’avventura, ad un cammino senza difese; il giardino, che è luogo di riconciliazione di cielo e terra. Tutte queste trasformazioni richiedono un cambiamento di stile. Da una prassi sacramentale e giuridica a forme di accompagnamento benedicente... La benedizione come gesto elegante di grazia, segno di speranza e che la vita non è abbandonata da Dio. Si tratta di pensare un cristianesimo ospitale (cfr. Ch. Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità. I e II, EDB, Bologna 2009), un’etica che faccia della Chiesa una casa abitabile, una fraternità che avvicini e accompagni, una compagnia che additi il Cristo più che generare sensi di colpa.

Per fare questo occorrono fantasia e creatività, doni dello Spirito.



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