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HO IMPARATO L’ASCOLTO E IL RISPETTO ANCHE...

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...ANCHE LÀ DOVE NON POTEVO CONDIVIDERE LE IDEE.
GIUSEPPE DOSSETTI - Ripercorriamo il viaggio singolare di un discepolo di Gesù, che ha amato il Signore con tutte le sue forze e proprio per questo ha vissuto una solidarietà senza confini con tutti, imparando a guardare lontano e a discernere i segni del tempo nuovo che viene.  Dossier a cura di Massimo Toschi.

Non era la mia vocazione quella di essere un cristiano isolato, ma di essere un prete o meglio un fratello in comunità con gli altri (G. Dossetti).

Il problema italiano è essenzialmente qui: la Ecclesia italiana ha in gran parte mancato il suo compito negli ultimi decenni (G. Dossetti).

Troppi non sono ancora convinti che l'anticomunismo, giustificato o no, quando diviene il motivo dominante di una politica, apre le porte al fascismo (G. Dossetti).

Proprio perchè ha collocato la pace al cuore del mistero di Cristo e l’ha sempre assunta come il bisogno radicale di ogni donna e di ogni uomo, Dossetti ha rifiutato alla radice la teologia della guerra.


Il 15 dicembre muore a Monteveglio don Giuseppe Dossetti.  È  difficile fare un bilancio della sua presenza nella chiesa e nella vita del paese, tale è la complessità e la ricchezza della figura di questo cristiano.

Ma non ci si può sottrarre a riconoscere nella sua vita un ministero di profezia,  una visita di Dio perché l’amore al Vangelo e al servizio alla pace possa crescere nel cuore di ciascuno, come l’immensa folla di giovani e di anziani, di credenti ai suo funerali ha testimoniato.

LA FANCIULLEZZA, LA GUERRA E L'INCONTRO CON IL FASCISMO

Nasce il 13 febbraio 1913  a Genova, il 25 marzo riceve il battesimo e nel maggio si trasferisce con i suoi genitori a Cavriago, paese vicino a Reggio Emilia.  Egli così ripercorre i suoi primissimi anni: “Mi ricordo ancora quando sentivo dire in casa, avevo tre o quattro anni, che il maresciallo dei carabinieri era andato a visitare questa o quella famiglia, per annunziare la morte di un familiare, nella prima guerra mondiale.  E questi lutti paesani vissuti comunitariamente in una sofferenza comune hanno formato, hanno impresso profonde orme nella mia vita sin dalla fanciullezza e hanno appunto dato sin dalla prima infanzia questa dimensione di solidarietà, di comprensione, di non estraneità alle sofferenze degli altri, di convivialità nella gioia e di compartecipazione viva nel dolore, nella sofferenza soprattutto dei poveri” (discorso di Cavriago per i settantacinque anni).

Qui vengono gettati semi, che rimarranno sempre e lo chiameranno ad una comprensione sempre più feconda del Vangelo: il guardare lontano, la comunione e l’ascolto con chi è diverso per cultura e orizzonte di vita, la grande attenzione e cura verso il mondo dei poveri: “Allora ho imparato l’ascolto, ho imparato il rispetto anche là dove non potevo condividere le idee, e poi più avanti (negli anni immediatamente successivi, durante la resistenza e l’immediata liberazione) pur quando non potevo condividere la prassi e le azioni, però sempre c’è stato l’ascolto e un ascolto che mi ha cambiato, perché è stato un ascolto profondo, leale, sincero”.

Questo ascolto lo segna profondamente anche nella sua esperienza religiosa: “Questo senso di dovere marciare con altri, di dover sempre rendere conto e di condurre la vita sotto gli occhi degli altri, ma in maniera molto circostanziata e specifica, questo senso l’ho appreso qui.  Ed è per questo che non ho voluto essere un cristiano isolato, non ho voluto essere un prete isolato... Non  era la mia vocazione, quella di essere un cristiano e un prete isolato, ma di essere un prete o meglio un fratello, in comunità stretta, molto stretta con gli altri”.

Si colloca qui la radice del guardare oltre, del guardare lontano di don Giuseppe, della sua “grande solidarietà  senza confini”.

In questo contesto egli fa l’esperienza del fascismo e del suo sorgere.  In una conferenza a Pordenone del 1994, dichiara: “Ripensando con intelligenza matura a quell’evento, ho confermato le prime impressioni infantili e di adolescente. Cioè una impressione - per dirla globalmente - di una grande farsa accompagnata da una grande diseducazione del nostro paese, del nostro popolo;  un grande inganno anche se seguito certamente con l’illusione della maggioranza, che però sempre più si lasciava ingannare e sempre più si lasciava fuorviare.   Quindi ho acquisito una prima cosa ben  ferma nella maturazione della coscienza e nella riflessione su quei momenti che la mia fanciullezza e la mia adolescenza aveva vissuto, una riflessione radicata nel profondo:  un irriducibile antifascismo”.

Egli afferma un antifascismo non ideologico, ma spirituale, capace di cogliere del fascismo la natura violenta e manipolativa, ben oltre le sue modalità storiche e proprio per questo in grado di percepirne le nuove incubazioni e germinazioni.

LA FORMAZIONE SPIRITUALE E L'IMPEGNO UNIVERSITARIO

La sua formazione spirituale è legata a due preti di grande valore di Reggio Emilia, che egli conosce negli anni del liceo: “Negli anni della prima giovinezza un grande debito ho contratto nei confronti di alcuni sacerdoti reggiani: particolarmente di mons. Leone Tondelli, grande esegeta, da cui ho imparato ad amare la Scrittura; e soprattutto di don Dino Torreggiani, il prete dei carcerati e degli zingari, che riempì il mio impegno, nell’Azione Cattolica, dei contenuti sempre vitali della liturgia da un lato, e dall’altro di una attenzione amorosa e fattiva agli umili, agli emarginati, ai nomadi” (discorso per l’Archiginnasio d’oro, 1986).

Sono qui indicati i luoghi decisivi della fede di don Giuseppe: l’amore per la Parola di Dio, la liturgia, l’attenzione verso i poveri e i piccoli.   Certo tutto questo troverà nel tempo ulteriori e più rigorose sistemazioni, ma quando il giovane Dossetti nel 1932 va a preparare la Pasqua insieme con gli zingari, inizia in modo irrevocabile la sua sequela del Signore.   

Dal 1930 al 1934 frequenta l’Università di Bologna, dove si laurea con la lode in diritto canonico con una tesi su “La violenza nel matrimonio canonico”, discussa con il prof. C. Magni.  Nel 1934  conosce padre Gemelli, va all’Università Cattolica, si impegna negli studi e opera come assistente volontario del prof. Del Giudice, che insegna diritto canonico, incontra Lazzati, lavora nell’Azione Cattolica giovanile, di cui è presidente lo stesso Lazzati.   Nel  1935 entra, su consiglio di don Olgiati, nell’Istituto secolare dei missionari della Regalità, da cui esce insieme a Lazzati nel 1938 durante la crisi che vive l’istituto stesso.

L'IMPEGNO NELLA RESISTENZA

Tra il 1941 e il 1942 Dossetti tiene presso la biblioteca capitolare di Reggio Emilia, su invito di don Tondelli,  una serie di conferenze, nelle quali critica il fascismo.  Sempre nel 1942  Dossetti avvicina Fanfani, già professore ordinario, proponendogli degli incontri per esaminare la situazione politica e i suoi possibili esiti.    Come ricorda Lazzati,  vennero coinvolti altri “amici (Lazzati, La Pira, Padovani, Vanni Rovighi), concordi  nel condividere il giudizio sulla inevitabile auspicata fine dell’infelice esperienza fascista” e al tempo stesso impegnati a elaborare “un programma di preparazione ad una innovatrice  presenza politica”.

Non solo Dossetti porta a Reggio questa tesi, che viene elaborando nel gruppo milanese, ma abbastanza presto inizia il suo impegno nella lotta di resistenza. A Cavriago, con gli amici comunisti e socialisti con i quali è cresciuto, si mette in moto.   Così egli racconta:  “Abbiamo prima costituito una specie di S. Vincenzo, cioè un gruppo di aiuto e soccorso per gli antifascisti e le loro famiglie.  Si visitavano le famiglie a due per due, si portava qualche cosa e intanto si parlava del futuro apertamente”.   Da questa esperienza nasce il Comitato di liberazione di Cavriago, di cui anche Dossetti fa parte.   Inizia il 25  luglio 1943, per passare in clandestinità in autunno.

Nel dicembre  1944, dopo la crisi drammatica a causa degli arresti del Comitato provinciale di liberazione, Dossetti ne diventa presidente: “E  così fu che quella che era la direzione politica della lotta clandestina passò in mano a me principalmente  e ai comunisti, con episodi vari di contestazione da parte mia su certi metodi e soprattutto su certe rappresaglie che ogni tanto si facevano e che poi si rivelavano sommamente erronee, perché per uno che veniva ammazzato ne ammazzavano venti loro” (testimonianza Melloni).

Il  20 febbraio 1945 va in montagna, perché la situazione a Reggio diventa sempre più pericolosa e c’è da coordinare il  comando partigiano, per evitare inutili e dannose azioni militari.  Il 1 aprile c’è il ritorno nella città di Reggio, che viene liberata.

In queste ore e giorni drammatici di passaggio, la preoccupazione assoluta di Dossetti è di evitare inutili violenze e rappresaglie.

Questo è motivo che giustifica la sua presenza nel Comitato di liberazione: “La ragione vera dell’ingresso mio fu quella di contenere le azioni comuniste arbitrarie, le uccisioni selvagge, la scomparsa di tanta gente, che è la cosa di cui ci si occupò principalmente durante tutte le riunioni quotidiane del Comitato di liberazione... C’era da contenere queste azioni sanguinarie, ormai molto ingiustificate e quasi sempre ispirate al criterio di non giustizia, rappresaglia o vendetta personale per la maggior parte”.

L'IMPEGNO POLITICO, LA COSTITUENTE, LA COSTITUZIONE

Il punto di arrivo di questa obbedienza agli eventi è la Costituente. Dopo essere  andato a Roma nel maggio del 1945 per una riunione dei gruppi giovanili democristiani, nel luglio viene cooptato nel Consiglio nazionale del partito.  Nelle contestuali elezioni per la direzione del partito viene eletto alla vicesegreteria come rappresentante del nord, insieme a Piccioni, rappresentante del centro e Bernardo Mattarella, rappresentante del sud.

Dossetti non è conosciuto dal gruppo dirigente del partito, in particolare da De Gasperi, ma in quel momento fa gioco coinvolgere un giovane, che poi si può facilmente scaricare.   In realtà, le cose vanno molto diversamente.   Dossetti si impegna a fondo nell’organizzazione del partito e nell’elaborazione della sua linea politica.  I risultati si vedono: al congresso di Trieste dell’aprile 1946 è il quarto degli eletti.  In giugno è eletto alla Costituente e in luglio entra a far parte della Commissione dei 75 per il progetto di Costituzione.

Nelle stesse settimane egli sente l’urgenza di accompagnare l’impegno politico con una riflessione culturale di ampio respiro, capace di comprendere la radicalità della crisi che il paese sta vivendo e di cogliere gli orizzonti nuovi di una presenta dei cristiani nella società.  Con Fanfani, Lazzati e La Pira fonda nel settembre 1946 ”Civitas Humana”, che poi rapidamente si trasformerà nella rivista “Cronache Sociali”, che diviene la rivista della sinistra dossettiana.

Nel convegno di apertura egli coglie innanzitutto i pericoli di una presenza cattolica nel paese sotto il segno del potere, “il pericolo che la volitività e lo spirito costruttivo si trasformino in un imperialismo cattolico oppure (il che alla fine è la stessa cosa) in un messianismo che ci spinga e ci illuda di costruire in terra una città celeste, cioè una città unitaria e totalmente permeata di cristianesimo”.

Soprattutto sottolinea con forza che il problema italiano per eccellenza è la chiesa, ben prima di ogni questione sociale e istituzionale, pur urgente: “Il principio primo e fondamentale è che il problema italiano è soprattutto problema del cattolicesimo italiano, della Ecclesia italiana. È inutile, assurdo e colpevole il pensare che il problema italiano sua anzitutto problema di governo, dello schieramento politico, della organizzazione e della riforma sociale in Italia, della forza comunista in Italia, ecc.   Il problema italiano è essenzialmente qui: la Ecclesia italiana ha in gran parte mancato il suo compito negli ultimi decenni”.

In questa relazione c’è la precisa consapevolezza che senza lo scioglimento del nodo ecclesiale,  della declinazione del cristianesimo in termini di potere, la vicenda del paese non troverà sbocchi relativamente nuovi e fecondi.

Nella Costituente Dossetti ha come autentici interlocutori, per il partito socialista e il partito comunista, Lelio Basso e Palmiro Togliatti, che furono, come egli ha detto, “i miei fecondatori”.  Si crea cioè una sintonia profonda tra questi personaggi, che permette a ciascuno di esprimere, pur nelle differenze anche grandi, il meglio di sè e di perseguire un risultato più alto del proprio punto di vista di partenza, nella consapevolezza che i grandi eventi epocali che si stavano vivendo spingessero tutti a perseguire vie nuove e originali, più larghe delle proprie appartenenze ideologiche.

Egli lavora nella prima sottocommissione e punta all’elaborazione di una Costituzione assolutamente originale rispetto a quelle esistenti, capace di assumere le istanze dei tempi nuovi. 

Commentando circa due anni fa quella stagione, Dossetti scrive: “Ho cercato la via di una democrazia reale, sostanziale, non nominalistica..., che voleva anzitutto cercare di mobilitare le energie profonde del nostro popolo...  Bisognava trarci fuori dall’abisso diseducativo del fascismo e orientare tutti verso una consapevolezza sempre più viva delle ragioni di una democrazia sostanziale”.

L'ESPERIENZA NELLA DC E LA SUA FINE

L’esperienza di Dossetti nel partito è fin dall’inizio drammatica.  Fortissimo è lo scontro con De Gasperi sulla questione monarchia-repubblica e sulla scelta del referendum preventivo alla Costituente, per dirimere il problema. Dietro alla questione c’è un diverso modo di pensare la presenza dei cattolici e della chiesa nel paese.  Così egli scrive il 28 febbraio 1946 al capo del governo, all’indomani della ratifica della decisione di fare il referendum: “Tu stesso mi hai dato modo, con frasi indirette e accidentali, di intravedere il tuo pensiero e di capire cosa ti muove: l’altra mattina mi hai fatto cenno della “forza conservativa” insita in ogni monarchia e della connessione inevitabile che ne scaturisce, a presidio e a garanzia della religione, fra monarchia e clero”.

Nella primavera del 1946 egli minaccia le dimissioni, perché De Gasperi vuole mettere a capo dell’organizzazione del partito l’ingegnere Senigallia, uomo della Confindustria.  Nel febbraio 1948 Dossetti si reca in Segreteria di Stato, per informare i sostituti della sua intenzione di non ripresentarsi alle elezioni del 18 aprile, che aprono la prima legislatura.   Mons. Montini gli chiede di scrivere una memoria per il papa, che qualche giorno dopo lo invita a desistere.  Dossetti scrive a Piccioni il 23 febbraio 1948 una lettera, in cui spiega i motivi che lo hanno spinto a ricandidarsi, ma anche la piena accettazione della decisione presa da chi può disporre della sua vita.

Egli contesta una politica tutta difensiva e negativa, che di fatto conduce ad una prospettiva conservatrice, l’anticomunismo e la paura anticomunista come unico collante di ogni politica.  Egli vede in questo un pericolo gravissimo e la possibilità che una politica di questo genere riapra la strada a forme nuove di fascismo:  “Qui proprio sta una grave differenza fra di noi: per troppi di noi, mentre è assoluto il rifiuto del comunismo,  invece è relativo il rifiuto della forma, inavvertita e mascherata, di involuzione politica e sociale, che per molti versi si sta profilando sul piano interno e internazionale.  Troppi non sono ancora convinti che l’anticomunismo, giustificato o no, di buona o cattiva fede, quando diviene il motivo dominante di una politica, apre le porte al fascismo (non nei suoi aspetti esteriori, occasionali, decorativi, ma nella sua sostanza più intima e universale)”.

Conclude la lettera rivendicando per il futuro la sua piena “libertà di movimento”, e affermando con nettezza: “La mia scelta è fatta: dopo le elezioni, nessuna esigenza di difesa cristiana mi farà tradire il cristianesimo e il suo compito storico nel nostro tempo, né mi farà schierare tra gli ultimi difensori cattolici dell’ordine”.

Si colgono già qui alcuni degli elementi essenziali, che lo porteranno nel 1951 a lasciare l’impegno politico.  Ragioni non legate essenzialmente ad una sconfitta, ma alla necessità di lavorare a livelli più profondi, in modo da creare le premesse per un vero mutamento nella chiesa e nella società italiana.    Ritornano in questa lettera le ragioni ultime che costituiscono l’impegno religioso e civile di Dossetti: la sua ricerca di radicalità cristiana e un antifascismo, che ne è come la sua misura politica e civile.

Tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949 si pone il problema dell’adesione italiana al Patto Atlantico.  L’8 marzo 1949 l’Italia riceve il testo del Patto Atlantico, perché il parlamento ne approvi l’adesione.   Il gruppo della DC discute la sua posizione. L’ordine del giorno, che autorizza la firma, è approvato praticamente all’unanimità, con soli sei astenuti, e tre contrari: Gui, Del Bo e Dossetti.

Il senso della sua posizione è espresso dal suo intervento in aula il 4 dicembre 1948.  Egli così disegna la politica estera:  “Una politica di collaborazione internazionale, ma di collaborazione non remissiva,  ma attiva in una ferma e degna autonomia di fronte a chiunque, in un vigoroso rifiuto di ogni fatalismo bellicista, in una volontà operosa e invincibile di pace, che non si rassegnerà mai a fare o a collaborare, o a partecipare a qualcosa, che possa comunque accrescere le divisioni e i contrasti e possa accentuare il pericolo di guerra”. 

L’isolamento sul Patto Atlantico (in parlamento Dossetti voterà la firma per disciplina di partito) mostra come la situazione si vada progressivamente irrigidendo e si azzeri ogni possibilità di azione politica diretta.


UNA VOCAZIONE CHE DEVE ATTENDERE

Nei mesi dell’esperienza partigiana sembra consolidarsi in Dossetti una vocazione al presbiterato, che egli mette da parte per le urgenze drammatiche del momento.  Ricorda: “Questa fu la vera ragione per cui non misi in atto subito quello che avevo detto a Piani: ‘Guarda che devi riprendere il tuo posto alla presidenza del CLN, perché io me ne debbo andare’ e gli dissi anche la ragione per cui volevo andarmene: pensavo allora seriamente che dovevo farmi prete.

Invece poi la situazione in cui mi trovai di fronte nella notte, con il trapasso dei poteri dalla persona con la quale avevamo in tutti quei mesi collaborato a un personaggio superiore, lo smascheramento del nuovo volto del partito comunista, le stragi mi costrinsero a dire che dovevo restare, perché ero la persona che godevo un minimo di autorità”.



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