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GIUSTIZIA E MEMORIA / IL CASO DEL G8 DI GENOVA

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“È arrivato il tempo delle scuse”: Antonio Manganelli, all’epoca capo della polizia, commentò così la sentenza della Corte di Cassazione del 5 luglio 2012 sul caso Diaz. Venticinque funzionari e dirigenti di polizia erano stati appena condannati in via definitiva nel processo per le violenze, le calunnie e i falsi nella sanguinosa irruzione nella scuola Diaz di Genova il 21 luglio 2001, durante il vertice G8. Novantatré persone erano state pestate e poi arrestate sulla base di prove false. Col tempo, tale laconica affermazione è stata “promossa” al rango di scuse ufficiali alle vittime del disastroso blitz, ma solo nella retorica di capi della polizia, politici compiacenti e giornalisti distratti. Affermare, come fece Manganelli, “è arrivato il tempo delle scuse”, è al massimo una premessa alle scuse formali, che però non sono mai arrivate, né da Manganelli né dai successori. Le vittime degli abusi sono rimaste dei fantasmi, agli occhi della Polizia di Stato.

IL CRUCIALE TEMA DELLE SCUSE

Scusarsi sul serio implica un impegno preciso, uno sforzo esplicativo chiaro e anche atti concreti (procedimenti disciplinari, sospensioni, destituzioni). Nel caso specifico, Manganelli avrebbe dovuto specificare i destinatari delle scuse e il motivo delle scuse stesse. Scuse verso le vittime dirette dei pestaggi e dei depistaggi? O anche verso la cittadinanza, tradita nella sua attesa di comportamenti legali e anche leali da parte degli uomini in divisa?  E scuse per che cosa? Solo per le violenze inflitte a qualche decina di malcapitati? O anche per il rischio di morte fatto correre a Mark Covell, picchiato selvaggiamente prima ancora dell’irruzione nella scuola? Scuse per la falsa ricostruzione dei fatti consegnata ai verbali? Per le prove costruire ad arte, al fine di arrestare decine di persone dopo averle picchiate? Scuse per la mancata identificazione della quattordicesima firma (illeggibile) in calce ai verbali? O per avere mancato di sospendere dal servizio gli imputati? Non ci sono risposte a queste domande, perché i capi della polizia non hanno mai preso sul serio il cruciale tema delle scuse – una questione di sostanza e non di forma in una democrazia in buona salute e rispettosa di se stessa – salvo l’ambigua formula scelta da Antonio Manganelli nel 2012. Si badi bene: 2012. Ben undici anni dopo i fatti e solo all’indomani della sentenza definitiva. Eppure i fatti della Diaz – i pestaggi, i falsi, le calunnie – sono una verità storica acquisita ben prima del giudizio di Cassazione. Perché il capo della polizia ha ritenuto che il “tempo delle scuse” fosse arrivato solo in quell’estate del 2012? Perché la magistratura, si dirà, doveva fare il suo corso, e solo a quel punto era possibile intervenire.

ECCO IL PUNTO

L’idea che la giustizia abbia un’unica dimensione – quella formalizzata nelle carte giudiziarie – è in certi casi un segno di miopia, in altri, come nella vicenda Diaz, un comodo alibi per giustificare la propria incapacità di interpretare al meglio l’interesse pubblico; sempre che non ci sia qualcosa di peggio, come l’idea che certe istituzioni siano al di sopra di ogni critica, in qualche modo fuori dal discorso pubblico condiviso. Gli abusi, le violenze, le torture (tali furono sia alla Diaz sia nella caserma-carcere di Bolzaneto), i falsi durante il G8 genovese hanno lacerato i corpi e le anime di centinaia di persone, ma la ferita più profonda e più pericolosa è forse quella inferta alla collettività, che ha dovuto assistere al plateale tradimento dei dettami costituzionali da parte delle forze di polizia, con il pieno coinvolgimento di altissimi dirigenti e la copertura istituzionale, nel tempo, di governi e parlamenti. I diritti civili di decine di migliaia di persone furono per più giorni accantonati, un ragazzo (Carlo Giuliani) fu ucciso per strada, centinaia di persone furono inseguite e picchiate, imprigionate con false accuse, umiliate e torturate. Le nostre forze dell’ordine, in quelle tremende giornate, hanno perso prestigio e credibilità agli occhi di chiunque abbia voluto gettare uno sguardo su quanto avveniva nelle strade, nelle piazze, nei luoghi di ritrovo e nelle improvvisate prigioni di Genova. Una dolorosa frattura, da allora, separa gli apparati di sicurezza dall’opinione pubblica democratica. 

LA FERITA DEGLI ABUSI È ANCORA APERTA

La lunga vicenda giudiziari dei casi Diaz e Bolzaneto ha messo in chiaro alcuni punti e ne ha lasciati in ombra altri. Decine di agenti, funzionari e dirigenti sono stati riconosciuti colpevoli di una lunga serie di reati, ma le pene sono state lievi, spesso coperte da prescrizione e indulto, e molti altri responsabili, per varie ragioni, inclusa la mancata collaborazione degli apparati con la magistratura, sono sfuggiti alla giustizia. L’uccisione di Carlo Giuliani non è nemmeno passata al vaglio dei processi, causa la repentina archiviazione del caso al termine dell’indagine preliminare. La Corte europea per i diritti umani, con le condanne inflitte all’Italia per le vicende Diaz e Bolzaneto, ha sancito la parzialità e l’insufficienza dell’iter giudiziario italiano. 

Il nostro paese aveva di fatto delegato alla magistratura il compito di fare giustizia e chiarezza, ma a quasi vent’anni dai fatti ci troviamo con gli apparati di sicurezza screditati anche sul piano internazionale, le vittime dirette degli abusi solo in parte soddisfatte (hanno sempre avuto la sensazione di lottare contro lo Stato di cui pure fanno parte), la cittadinanza esclusa da un dibattito – mai avviato – sul ruolo delle forze dell’ordine in un paese democratico (la vagheggiata e mai realizzata “polizia dei cittadini”). La ferita aperta dagli abusi del 2001 non si è dunque risanata.

POTEVA ANDARE DIVERSAMENTE

La polizia e le altre forze dell’ordine scelsero subito la via dell’autodifesa corporativa, negando o minimizzando i fatti, anche di fronte all’evidenza; si sottrassero a un confronto aperto sul proprio operato; esclusero dal proprio sguardo le vittime dirette di abusi gravissimi e storicamente accertati. Eppure tentativi di dialogo ci furono. Nel luglio 2002, per esempio, fu organizzato un convegno pubblico a Genova, presenti un gruppo di vittime/testimoni della Diaz e alcuni sindacalisti di polizia. Poteva essere l’avvio di una discussione seria sugli errori compiuti, il primo passo di una ricerca sul malessere interno alle forze di polizia. Ma il progetto non decollò. Tutte le porte restarono chiuse, gli stessi sindacalisti presenti al convegno non trovarono ascolto all’interno delle proprie organizzazioni. Lo sforzo compiuto dai “torturati” fu mortificato, come la loro richiesta preliminare inviata ai vertici di polizia: “Ci aspettiamo le vostre scuse”. Potevano arrivare. C’erano le condizioni minime per ottenerle – una ricostruzione storica dei fatti abbastanza chiara da permettere di definire il blitz alla Diaz un abuso di potere (a prescindere dalle responsabilità individuali indagate dalla magistratura) –, mancava però la volontà di offrirle, non la consapevolezza di quanto fosse importante un gesto del genere, vista la successiva goffa iniziativa di Manganelli. La delega alla magistratura di ogni compito di accertamento delle responsabilità nascondeva la speranza che gli indagati si salvassero e la certezza di evitare un confronto serio sul clima culturale interno agli apparati, sulla professionalità degli operatori.

QUALE INSEGNAMENTO TRARRE?

C’è un insegnamento che possiamo trarre dalla vicenda genovese, che pure si è chiusa – fatto raro nella storia d’Italia – con sentenze di condanna per alti funzionari dello Stato in un arco di tempo ampio (undici anni) ma non infinito. L’insegnamento è che di fronte a fatti gravissimi, con lesioni dei corpi fino all’omicidio e palesi violazioni dell’ordine costituzionale, la sola risposta giudiziaria non riesce a “curare” le ferite sopportate dalla collettività e nemmeno a trasmettere un messaggio di ritrovata fiducia fra istituzioni e cittadini. Per una volta, giustizia (sia pure parziale) è stata fatta, ma il clima democratico del paese non è stato comunque risanato. Le vittime dirette degli abusi (alcune centinaia, che diventano migliaia se includiamo i partecipanti ai cortei attaccati ingiustamente dalle forze dell’ordine) non sono state considerate come terminali di un sentire collettivo, interlocutori privilegiati e quindi destinatari delle prime e più importanti “cure”. Cure morali, s’intende, e attenzioni degne di cittadini privati dei propri diritti e – in molti casi – della propria dignità. Gli apparati di sicurezza hanno mostrato un deficit di umanità e di senso civico, hanno agito come se appartenessero a un circuito riservato, separato dal resto della collettività.

UNA SFIDA POSSIBILE

Le scuse appena accennate dal capo della polizia e in realtà negate sono tuttavia il segnale di una sfida possibile: c’è un potenziale di relazione e di democrazia anche negli apparati più chiusi, nelle dinamiche più autoreferenziali. Dei semi, in questi vent’anni, sono stati gettati, ma non sono germogliati per l’inadeguatezza di istituzioni sclerotizzate. È una delle lezioni del G8 di Genova. 



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