GIUBILEO DEI MILITARI: UN DIBATTITO SU GIUSTIZIA E PACE
M.O. ha già espresso un commento al Giubileo dei militari nel n. di gennaio, richiamando il pensiero di papa Giovanni sulle guerre dell’era attuale. P. Cavagna ci offre una documentazione delle riflessioni più significative dei movimenti pacifisti.
Tutti i cristiani sono per la giustizia e la pace, almeno nelle intenzioni; ma nei mezzi per raggiungerle si va dalla guerra aperta al rifiuto di ogni forza armata.
Sotto forme moderne, domina ancora la teologia della “guerra giusta”. Siamo ancora lontani dalla testimonianza di don Calabria: “I fratelli che uccidono i fratelli! Chi lo può approvare senza rinunciare a essere seguace di G. Cristo?”.
Sono state evitate di proposito manifestazioni di boicottaggio e di scontro aperto verso i militari convenuti a Roma nei giorni 18-19 novembre 2000. Ciò non significa che l’avvenimento sia passato inosservato. Anzi, sono state espresse dai pacifisti opinioni diametralmente opposte, con documenti e gesti appositamente compiuti, sia prima che durante e dopo il Giubileo dei militari. Il problema della pace è un problema di sempre; sembra quindi opportuno rilanciare alcune riflessioni nate attorno all’avvenimento.
I GIOVANI DELL’ASSOCIAZIONE GIOVANNI XXIII
Iniziano il loro documento Superare la guerra con questo rilievo: “Se il magistero della chiesa senz’altro oggi non condanna in modo pieno e assoluto la guerra, tuttavia da 40 anni a questa parte ha avuto una forte evoluzione sulle tematiche della guerra e della pace, arrivando ad alcune conclusioni nuove, che oggi ormai si possono dare per acquisite. Tuttavia ancora oggi le riflessioni sul tema, da parte degli addetti ai lavori (politici, militari, gli stessi pacifisti…), sembrano non tenere in conto questa evoluzione”.
Quindi citano una serie di pronunciamenti del magistero che “portano gradualmente ad infliggere colpi mortali alla dottrina della guerra giusta” e a “promuovere la via della nonviolenza come strada più limpidamente evangelica per costruire la pace”.
Nella parte finale si avanzano alcune richieste precise: “Chiedere come chiesa perdono per tutte le volte che il Vangelo e il magistero sono stati traditi. Ci rivolgiamo al S. Padre e ai vescovi delle diocesi del mondo affinché alla ‘Giornata della pace’ del 1° gennaio 2001 siano convocate tutte le persone che in questi anni hanno cercato con la vita, in obbedienza alla loro coscienza e al Vangelo, strumenti efficaci ma nonviolenti di risoluzione dei conflitti nazionali e internazionali.
Desidereremmo un appello alle coscienze di ogni uomo affinché assumano la scelta evangelica della nonviolenza. Vorremmo inoltre che il S. Padre chiedesse alle comunità cristiane e ai governanti degli stati la creazione di Corpi civili di pace. Siamo certi che, con il crescere di una cultura di pace, l’adesione alla nonviolenza sarà così forte da rendere insopportabile il ricorso alle armi e diventerà di fatto superfluo celebrare un ulteriore Giubileo dei militari”.
GLI OBIETTORI ALLE SPESE MILITARI
Iniziano il documento Giubileo dei militari, fa riflettere e fa problema, con questa precisazione: “I cristiani che sono presenti nell’esercito ai vari livelli, nonché tutti i cristiani che li approvano e li formano, partecipando in vario modo all’organizzazione militare, all’industria e al commercio bellici, e al finanziamento delle spese militari, sono liberi di seguire la loro coscienza e meritano rispetto da noi pacifisti, come persone libere e responsabili. Da questo lato, nulla da eccepire sul Giubileo. Tuttavia a noi sembra che oggettivamente tutto ciò costituisca un controsenso, dal punto di vista della fede cristiana e della semplice civiltà umana, per chiunque abbia consapevolezza della equipollenza esistente fra sistema militare e sistema di guerra”.
Seguono: la testimonianza di un cappellano militare americano, p. Giorgio Zabelka, che si è pentito e trasformato in pacifista radicale; alcune forti indicazioni del concilio; la presa di posizione di 75 vescovi di Pax Christi in Usa nel 1998, in cui condannano la “deterrenza nucleare”; la messa in guardia dal Nuovo modello di difesa della Nato e dagli eserciti puramente professionali ad esso funzionali; l’ipocrisia delle cosiddette “missioni di pace”.
Il documento così conclude: “Il Giubileo dei militari non rischia di fare il gioco dei guerrafondai camuffati? A meno che il papa – che ha affermato nel messaggio di pace del 1° gennaio 2000 ‘di fronte allo scenario di guerra del secolo XX, l’onore dell’umanità è stato salvato da coloro che hanno parlato e lavorato in nome della pace…; esempi luminosi e profetici ci hanno offerto coloro che hanno improntato le loro scelte di vita al valore della nonviolenza…, hanno scritto pagine splendide e ricche di insegnamenti’ – voglia cogliere oggi l’occasione per avviare un distacco generale della chiesa dal sistema militare o di guerra, per impegnare i cristiani a costruire davvero l’alternativa della Difesa popolare nonviolenta. Ce l’auguriamo!”.
Purtroppo il papa ha rilanciato la dottrina dell’ingerenza umanitaria, per sè valida, ma interpretata da tutti come sinonimo di guerra giusta, anziché di vera “azione di polizia internazionale” o di “uso non omicida della forza”. Tra esercito e polizia, tra guerra e azione di polizia internazionale c’è distinzione essenziale, come ha precisato lo stesso gen. Bruno Loi: “Non si possono mandare gli eserciti a fare azioni di polizia internazionale… La polizia deve difendere senza uccidere; anzi, dovrebbe essere dotata di armi intrinsecamente non letali”.
I “BEATI I COSTRUTTORI”
Nel loro testo Guibileo dei militari, perché? Riportano le parole del papa il 19 agosto 2000 a Tor Vergata: “Nel nuovo secolo voi non vi presterete ad essere strumenti di violenza e distruzione; difenderete la pace, pagando anche di persona se necessario”.
Segue poi l’amara constatazione: “Il 19 novembre a Roma si celebrerà il Giubileo dei militari. Siamo profondamente feriti da questa scelta della chiesa. Abbiamo sentito profetiche le parole del papa, ma ci troviamo di fronte ad una prassi pastorale radicalmente diversa. In tutto il mondo e in particolare nei paesi poveri si stanno moltiplicando contemporaneamente microprogetti di cooperazione e guerre efferate; ci troviamo in una chiesa generosa e impegnata nel soccorrere i bisognosi, ma silenziosa nel denunciare le responsabilità di quelle che il papa, nella Sollicitudo rei socialis, ha definito Strutture di peccato. Non rifiutiamo i militari in quanto persone, ma poniamo in discussione le strutture di cui prendono a far parte: globalmente il servizio dei miliari gira attorno a tutto ciò che riguarda la produzione, il commercio e l’uso delle armi”.
Infine chiede: “Desidereremmo un appello alle coscienze di ogni uomo affinché assumano la scelta evangelica della nonviolenza. Vorremmo inoltre che il S. Padre chiedesse alle comunità cristiane e ai governanti degli stati la creazione di Corpi civili di pace”.
QUALE INGERENZA UMANITARIA?
L’espressione è vaticana. Non a caso il papa l’ha ribadita nel messaggio della Giornata della pace del 1° gennaio 2000 e l’ha ripetuta nel discorso ai militari nel giorno del Giubileo a Roma.
È pregevole che il papa abbia chiarito come un eventuale intervento armato, qualora un paese non rispettasse i diritti umani di tutti o di parte dei suoi cittadini, sarebbe ammissibile soltanto dopo aver tentato inutilmente tutte le soluzioni diplomatiche e le forme di lotta nonviolenta, cosa quest’ultima che alla maggior parte dei politici non passa nemmeno per l’anticamera del cervello. Ma resta il problema, che il papa non ha affrontato, di che tipo di intervento armato si tratti, come sopra accennato. Così la “guerra giusta”, cacciata dalla porta, rischia di rientrare dalla finestra.
Sembra non faccia eccezione, a questa scappatoia, nemmeno il documento dei vescovi tedeschi, approvato recentemente dalla loro Assemblea dopo tre anni di lavoro, intitolato Pace giusta, rovesciando intenzionalmente il concetto di guerra giusta.
Anch’essi, tuttavia, ammettono il ricorso ad interventi militari per ragioni umanitarie, pur limitati da rigidi criteri. Così esprimono apprezzamenti per il lavoro della Bundeswehr (l’esercito federale tedesco), sottolineandone il valore di “servizio di pace”, da equiparare al servizio civile.
È difficile sottrarsi all’impressione di una profonda contraddizione, quando i vescovi tedeschi condannano il commercio delle armi, delle quali la Germania è fra i maggiori esportatori, come se l’esistenza degli eserciti a livello planetario non richiedesse necessariamente il mercato di tale prodotto.
Invece, molti pacifisti oggi accettano l’ingerenza umanitaria in casi estremi, ma attuata attraverso una forza di vera polizia internazionale: uso non omicida della forza, solo per difesa, senza mirare ad eliminare il nemico, il che esige una struttura e un addestramento radicalmente diversi dall’esercito, e alle dipendenze dirette di un’Onu vera, democratizzata e rafforzata.
Resta il fatto che la vera alternativa agli eserciti e alle guerre è la Difesa popolare nonviolenta, che va insegnata e istituzionalizzata, anche con Corpi civili di pace, come previsto nella nuova legge-obiettori n. 230/98 art. 8e.
Una volta escluso ogni ricorso alla guerra o all’”uso omicida della forza armata” e ammessa in via ordinaria soltanto la forma di lotta nonviolenta, tanto da parte dei singoli individui che da parte degli stati, per un’obbedienza assoluta al comandamento “non ammazzare”, può divenire valida per tutti la magnifica testimonianza di don Calabria: “Dio mio, la guerra continua. Io non ho mai capito come un cristiano possa arrivare a patrocinare la guerra… Il cristiano deve sempre pagare perché regni la pace, perché gli uomini, nelle divergenze, ragionino con il lume della ragione, illuminati ancor più dalla fede, e decidano e compongano quello che è meglio per un popolo cristiano e civile.
Ma la guerra no, no, no!… I fratelli che uccidono i fratelli! Chi lo può pensare e approvare, senza rinunciare ad essere seguace di Gesù Cristo?”.







