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Agli imprenditori di Confindustria sul caso Dal Molin

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Abbiamo saputo della vostra recente visita alla nuovissima base militare americana presso l’ex aeroporto Dal Molin e delle im­pressioni che ne avete ricevuto. Dire che sia­mo rimasti sorpresi sarebbe troppo poco. L’impressione è di trovarci di fronte a visioni talmente contrapposte da pensare di vivere in due mondi diversi. Non vogliamo riaprire questioni mai risolte sull’uso delle armi, degli eserciti, su forme di difesa non violenta, tutte questioni che possono essere collocate nel campo delle “opinioni”; anche sulla si­tuazione della falda, almeno finché non ci sono dati oggettivi, possiamo accettare di essere ancora nel terreno delle opinioni.

Ma i “fatti” dovrebbero essere qualcosa di oggettivo e condiviso da tutti.

Una costru­zione enorme, al posto di 800 alberi, pari ad un nuovo quartiere, tonnellate di cemento nuovo con più di 3.000 pali di circa 20 metri di lunghezza piantati nel terreno a formare un qualche ostacolo all’assorbimento del­l’acqua, le esondazioni degli ultimi due anni in luoghi della città finora mai toccati da fe­nomeni simili, analisi ambientali, geologiche e paesaggistiche mai fatte (anche se previste dalla legge) o addirittura impedite da chi doveva invece rappresentare lo Stato e le istituzioni democratiche (commissario Paolo Costa), aumento della popolazione americana nella città, situazione delle strade non ancora definita e tanto meno risolta anche se siamo ormai all’inaugurazione della costruzione...

Ecco! Le considerazioni dopo la visita ufficiale degli imprenditori edili alla nuova base ame­ricana al Dal Molin, emerse e diffuse a mezzo stampa, sembrano arrivare da un altro mon­do. Pensavamo si parlasse di qualche altra realtà, tanto era lo stupore e la rabbia di fronte alle parole: “...la realtà di questa struttura realizzata secondo criteri di sosteni­bilità ambientale...” (sic!) Senza entrare per l’ennesima volta nella vi­cenda che ha coinvolto e diviso la popola­zione vicentina in questi ultimi 5 anni sui temi degli armamenti, ci sembra lecito ri­volgere qualche altra domanda agli impren­ditori della Confindustria.

È lecito giudicare una qualsiasi struttura al di fuori del contesto in cui è stata realizzata?

Nel caso in questione, l’uso di un vasto ter­ritorio verde per una costruzione del genere è eticamente accettabile? L’obiettivo di una base militare, che per de­finizione è di portare morte e distruzione nel mondo è compatibile con “criteri di so­stenibilità ambientale”? Quali sono allora i criteri e le convinzioni che spingono la Confindustria ad approvare e a felicitarsi per opere che non faranno si­curamente il bene delle persone? Perchè la Confindustria vicentina fu la prima ad accogliere la proposta di costruire la nuo­va base militare americana? (E questo fu l’inizio della fine, perchè poi si accodarono un po’ tutte le istituzioni che contano) Perchè la Confindustria vicentina fu ancora la prima a mandare il messaggio alla Regione Veneto di essere disponibile alla possibilità del nucleare nel nostro territorio dopo le esternazioni di un ministro (quello “a sua insaputa”) e fu necessario un secondo re­ferendum nazionale per scongiurare lo scem­pio definitivo?

Infine: quale visione avete del territorio e della sua salvaguardia? Il disastro llva di Ta­ranto non sta insegnando nulla?

Attendiamo una risposta. Non vogliamo pen­sare che sia solo un puro interesse econo­mico, perchè questa soltanto ci appare finora la motivazione che può aver spinto a pren­dere le vostre posizioni che a noi sembrano lontanissime dalla realtà che abbiamo sotto i nostri occhi.

Quando Vicenza è stata scelta per questi interventi così fondamentali per la città, quando c’è una reazione maggioritaria dei cittadini che invocano pace, democrazia, ri­spetto per le persone e il territorio, perchè non vi siete uniti per proporre progetti al­ternativi? Perchè non portate avanti un pen­siero su un futuro diverso e sostenibile?

Concludendo: l’apostolo Paolo, giunto a Roma prigioniero, ormai verso la fine della sua vita, tenta di spiegare ai suoi oppositori le sue convinzioni, ma, constatato che la distanza da loro è ormai incolmabile, conclude con que­ste parole profetiche: «Ha detto bene lo Spirito Santo, per mezzo del profeta Isaia, ai nostri padri: “Va’ da questo popolo e di’: Udrete, sì, ma non comprenderete; guarderete, sì, ma non vedrete. Perchè il cuore di questo popolo è diventato insensibile, e sono diventati duri di orecchi; e hanno chiuso gli occhi”».

Sono parole di grande delusione e amarezza, le ultime parole di Paolo che ci sono state tramandate: Atti 28,25-27. Se siamo a questo punto, che ci viene presentato “ben inserito nel contesto del territorio, modello di eccel­lenza, tecnologicamente innovativo” quello che agli occhi di molti appare indecente, de­turpante e pericoloso, significa che ormai sono stati stravolti i criteri fondamentali di riferimento, come la differenza tra il bene e il male, tra il bello e il brutto e che, a questo punto, è quasi impossibile il confronto con chi “non vede e non sente”.




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