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Marzo: il mese della primavera, del ritorno alla vita, nel quale si ricorda la donna, il suo ruolo, lo sfruttamento e le violenze di cui è così spesso vittima. Ma anche il mese in cui si fa memoria dei martiri, uccisi testimoniando la loro fede in Cristo e in questa umanità dolente, che ne è immagine.

E allora viene facile correre con il pensiero alle tante, troppe donne che anche nell’anno passato hanno sacrificato le loro vite in tanti luoghi del mondo, alle donne uccise nelle persecuzioni di folli fanatici, immancabilmente uomini, che non tollerano la differenza di genere: le donne cristiane e yazide in Iraq e Siria, ma anche le donne nigeriane vittime di Boko Haram, le ragazze di Chibok, rapite senza che se ne abbia più notizia solo perché esercitavano il loro diritto a studiare, le donne sudsudanesi e congolesi vittime di stupri di guerra, le donne somale ed eritree costrette a una fuga inevitabile dal loro paese, che nel deserto vengono abusate, sfruttate, per poi magari morire in mezzo al Mediterraneo.

Ma anche le madri russe e ucraine che piangono i loro figli al fronte, le madri dei giovani barbaramente e impunemente massacrati in Messico, le madri palestinesi che resistono davanti alla violenza che stupra la loro terra.

Donne, vittime sacrificali di un mondo violento a cui con coraggio cercano di opporsi. Donne martiri, in maniera più o meno consapevole. Donne uccise fisicamente o nell’anima, togliendo loro la dignità, i figli, quanto hanno di più caro.

Tra loro, donne fra le donne, vittime fra le vittime, martiri fra le martiri, ci sono anche Olga, Lucia e Bernardetta, le tre missionarie saveriane assassinate in Burundi nello scorso settembre. Tre donne, prima di tutto. Tre donne consacrate a Dio e a una missione a cui avevano dedicato la vita. Tre donne che hanno scelto il servizio agli ultimi, nel segno della verità, della giustizia e della pace. E che per la coerenza, per la fedeltà a tale missione hanno versato il loro sangue. Non tutto è ancora chiaro nella vicenda che le ha coinvolte e travolte.

Certo, la ricostruzione ufficiale dei primi giorni non corrisponde al vero. Troppo fragile e teatrale è apparsa la confessione dell’unico imputato. Troppe domande restano ancora aperte. Bisogna fare tutto il possibile per sapere, per ricostruire, per scoprire non solo la mano esecutrice, ma anche i possibili mandanti. Questo percorso di ricerca è doveroso, non solo nei confronti delle tre saveriane, ma anche di tanta gente che, in Burundi e Congo, non ha capito perché siano state massacrate in quel modo a quell’età. La stessa gente – in maggioranza donne – da cui le tre missionarie avevano anche imparato il coraggio di andare avanti.

A fine 2000, Bernardetta aveva scritto:

“Quando accadono episodi di violenza, per alcuni giorni tutto si ferma. Ma poi ci si chiede: ed ora, che facciamo? Così la vita riprende. Le donne, anziché andare al mercato saccheggiato, vanno a vendere i prodotti più lontano, portando enormi pesi sulla testa, per procurare alla famiglia almeno un pasto al giorno”.

Certo, in base a quanto sta emergendo, Olga, Lucia e Bernardetta sono state uccise intenzionalmente da chi le considerava un ostacolo, un pericolo. Proprio per la loro forza, la loro fedeltà al Vangelo e alla verità, la loro vicinanza alla gente, il loro “stare dalla parte degli ultimi” anche a costo di avversare i potenti di turno.

A loro, e a tutte le donne che resistono, il nostro ricordo commosso e il nostro “grazie”. E l’assicurazione che non dimenticheremo, e che il loro sacrificio non sarà stato vano.



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