DA NÀZARET UNA MISSIONE PER TUTTI
Nàzaret non è il punto di partenza più adatto per una strategia missionaria vincente. Oggi si presenta anche bene, come una cittadina tra le più popolose della Galilea; ma questo grazie a Gesù, che l’ha resa famosa.
Ai suoi tempi era un villaggio come tanti altri; nato attorno ad una sorgente (attualmente nota come la fontana di Maria, perché uno scritto apocrifo vi ambienta l’annunciazione) aveva sì e no qualche centinaio di abitanti. “Da Nàzaret può forse venire qualcosa di buono?”; le parole di Natanaele (cfr. Gv 4,46) rendono bene l’idea: è un posto qualunque!
Eppure Luca ci tiene a sottolineare che la missione di Gesù è iniziata proprio a Nàzaret. Anzi, più degli altri evangelisti dà spazio all’episodio di Gesù che si reca nella sinagoga del suo paese; nella visione di Luca questo brano non è solo l’inizio, ma il principio e il fondamento dell’attività pubblica di colui che sarà chiamato “il Nazareno”.
GLI INIZI: A NÀZARET
Abbiamo iniziato il nostro percorso sulla missione secondo Luca leggendo il prologo, i primi quattro versetti del Vangelo; è bello vedere come l’evangelista cerchi di usare un linguaggio comune, non per specialisti del settore ecclesiale: per poter annunciare, occorre parlare la lingua di chi ci ascolta! Il racconto continua poi con il cosiddetto Vangelo dell’infanzia, in cui vengono narrati alcuni avvenimenti relativi alla nascita di Gesù. Luca dice che “Gesù, quando cominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni” (3,23); trent’anni di cui ci viene raccontato assai poco: l’annuncio dell’angelo, la nascita, la presentazione al tempio e la narrazione di quella volta in cui Gesù dodicenne si fermò a discutere con i maestri al tempio.
Per il resto, i primi trent’anni della vita di Gesù sono riassunti in un verbo soltanto: “il bambino cresceva” (2,40.52). Ad essere più precisi, Luca non dice solo che Gesù cresceva, ma anche dove cresceva: a Nàzaret. Immaginiamolo così Gesù: come tutti gli altri bambini, ragazzi, giovani del villaggio; fa la loro vita: gioca, impara, lavora, sta insieme con i suoi coetanei. Poi, sui trent’anni, si assenta per un periodo di tempo; scende dalla Galilea (che si trova a Nord) alla Giudea (che è invece a Sud), si fa battezzare da Giovanni nel fiume Giordano, passa quaranta giorni nel deserto guidato dallo Spirito e tentato dal diavolo (cfr. 4,1).
Passato questo periodo, “Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti gli rendevano lode” (4,14-15). Parte che è uno qualunque; ma quando torna a Nàzaret è diventato famoso. Eppure qualcosa si inceppa, quel giorno, in sinagoga.
IL PRIMO IMPATTO: POSITIVO
Secondo la narrazione di Luca (che qui è un po’ diverso da Marco e Matteo), il primo impatto con gli abitanti di Nàzaret non è stato negativo. Leggiamo il testo:
Gesù Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore.
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: “Non è costui il figlio di Giuseppe?” (4,16-22).
La scena è raccontata con cura: Gesù si alza, gli viene dato il rotolo di Isaia, lo srotola e vi trova il passo di Is 61,1-2 (con una piccola aggiunta presa da Is 58,16); quindi lo riavvolge, lo consegna all’inserviente e si siede. Quanti dettagli nella narrazione! Luca vuole attirare la nostra attenzione su quanto Gesù ha appena letto e su quello che sta per dire. Il passo di Isaia infatti è un testo messianico; si parla cioè del Messia (in greco si dice: Cristo), cioè del salvatore promesso da Dio e a lungo atteso dal popolo di Israele. In italiano non si nota, ma in greco è chiaro: il verbo “ungere”, qui tradotto con “consacrare con l’unzione”, è lo stesso da cui deriva in greco la parola Cristo (in ebraico, appunto, Messia). Quando dunque Gesù dice: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”, è come se dicesse: “Cari paesani, l’attesa è finita, il Messia è arrivato: sono io!”.
No, noi non riusciamo ad immaginarci l’impatto di una frase come questa, perché non siamo dentro al fiume di attese che caratterizzava quei tempi: da secoli il popolo attendeva un liberatore; l’attesa era stata così lunga e dolorosa che qualcuno aveva perso la speranza, altri dicevano che sarebbe arrivato un guerriero così potente da scacciare tutti i nemici, oppure un sacerdote che avrebbe purificato il tempio, magari un angelo sceso dal cielo. Molti comunque dicevano che sarebbe stato un “consacrato con l’unzione”, un Cristo appunto, un Messia. E Gesù dice: sono io.
CAMBIAMENTI: LA MISSIONE FRAINTESA
Di fronte ad una tale affermazione, come abbiamo visto, gli abitanti di Nàzaret reagiscono in modo positivo; che gli rendano testimonianza è una cosa bella, vuol dire che riconoscono la grandezza di Gesù. Ma perché poi si dicono l’un l’altro: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”. Si tratta di una domanda retorica, cioè di uno di quegli interrogativi la cui risposta è ovvia: certo, è proprio il figlio di Giuseppe. Perché dirlo? È lo stesso Gesù che ci dà la chiave di lettura. Continuiamo a leggere il racconto di Luca:
Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: “In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova a Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro”. All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino (4,23-30).
Non abbiamo il tempo per leggere nel dettaglio questi versetti; ma l’insieme è comunque chiaro: erano contenti di Gesù solo perché speravano di trarne un profitto! Sei un salvatore potente, sei dei nostri, sicuramente ci ricolmerai dei tuoi benefici! Non dobbiamo dimenticare che il mondo greco-romano dell’epoca ruotava tutto attorno ad un sistema di favori e amicizie; è così che gli abitanti di Nàzaret si immaginano Gesù: un amico potente, tutto per noi. Questa è una prospettiva che Gesù non accetta, assolutamente.
Lui non è l’amico potente di nessuno; non è qui per distribuire favori ai suoi. È come Elia, come Eliseo, come i grandi profeti: la sua salvezza è per tutti! Poteva godersi almeno un po’ di popolarità pure a Nàzaret, accettando la logica dei favori; ma non è così che Gesù intende la sua missione.
GESÙ È PER TUTTI: NESSUNO ESCLUSO
C’è un brano di Isaia che tutti gli evangelisti citano quando parlano di Giovanni Battista: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore…” (cfr. Is 40,3-5). Ciascuno lo cita con piccole modifiche rispetto agli altri; Giovanni per esempio ne riporta solo due righe; Luca invece lo allunga e aggiunge una frase che gli altri non riportano: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio” (Lc 3,6). Alla lettera dovremmo tradurre: “Ogni carne”; è una formula di tipo giuridico che dice: questo vale per tutti, nessuno escluso.
Così Luca sottolinea la caratteristica fondamentale della missione di Gesù: è venuto per tutti, nessuno escluso. Se qualcuno tenta di porre argini alla sua azione di salvezza, non preoccupatevi che li romperà, come ha fatto a Nàzaret. Sia chiaro: non ci sono privilegiati, non ci sono esclusi. È qui per tutti.







