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DONNE E MINISTERI / PASSI PER UNA RIFORMA MISSIONARIA

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Troviamo le prime timide richieste di ministeri per le donne già al tempo del Vaticano II: la richiesta di diaconesse formulata dai padri conciliari, due richieste nei “vota et consilia” (proposte) della fase antepreparatoria del Concilio e ancora due richieste in altrettanti interventi scritti durante il Concilio; la lettera aperta di un gruppo di giuriste e teologhe dal significativo titolo: Non siamo più disposte a tacere; un convegno internazionale sul tema celebrato a Roma nel 1965, organizzato dall’associazione cattolica “Santa Giovanna d’Arco” (sorta a Londra all’inizio del ‘900 nel movimento suffragista per la richiesta del voto femminile). Ho ricostruito i principali capitoli di questa vicenda ecclesiale e teologica in “Nel senso di una profezia e di una promessa. La riflessione sul ministero ordinato alle donne”, in M. Perroni-A. Melloni-S. Noceti (edd.), Tantum aurora est. Donne e Concilio Vaticano II, LIT Verlag 2012, pp. 317-331; e in “Donne e ministero: una questione scomoda. Orientamenti e prospettive interpretative nella riflessione teologica delle donne”, in A. Calapaj Burlini (ed.), Liturgia e ministeri ecclesiali, Edizioni Liturgiche 2008, pp. 67-99.

RICERCA TEOLOGICA E MAGISTERO 

È soprattutto dopo il Concilio Vaticano II che la ricerca sui ministeri delle donne viene sviluppata: vengono pubblicati centinaia di studi biblici, patristici, storici, teologico-sistematici. Durante il Sinodo del 1971, che aveva tra i temi il “ministero sacerdotale”, emerse la richiesta di approfondire la ricerca sui ministeri femminili; alcuni episcopati, fino al recente Sinodo per l’Amazzonia, avevano espresso parere favorevole all’ordinazione diaconale.

Due pronunciamenti magisteriali segnano la ricerca ecclesiale: il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, Inter insigniores(1976) e Ordinatio sacerdotalis di Giovanni Paolo II (1994). Sul fondamento di una Tradizione ininterrotta, da Gesù, si afferma: “Pertanto al fine di togliere ogni dubbio su una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli” (Ordinatio sacerdotalis 4).

Il secondo, autorevole, pronunciamento riguarda propriamente il ministero nei gradi sacerdotali, dell’episcopato e del presbiterato. Rimane aperta la ricerca sul diaconato, che secondo il Vaticano II (LG 29) comporta un’ordinazione “non ad sacerdotium sed ad ministerium” (non al sacerdozio ma al ministero).

La ricerca recente si sofferma quindi da un lato sulle forme di riconoscimento della soggettualità battesimale delle donne (ministeri istituiti e ministeri di fatto; possibilità di riconoscere una potestas iurisdictionis – potestà di giurisdizione – dei laici), dall’altro sull’ordinazione diaconale delle donne. 

IL RICONOSCIMENTO DELLA SOGGETTUALITÀ DELLE DONNE

La maturazione di un volto di “Chiesa tutta ministeriale” e il correlato riconoscimento della soggettualità delle donne richiedono prima di tutto una ripresa consapevole della visione ecclesiologica e della prassi delle prime Chiese, che alla sequela di Gesù vedevano un attivo coinvolgimento delle donne nella vita delle comunità locali e nella missione evangelizzatrice. La memoria delle donne che nei primi secoli hanno contribuito significativamente allo sviluppo del cristianesimo (diaconesse/diacone, vedove, evangelizzatrici, monache, traduttrici ecc.: cfr. M. Scimmi, Le antiche diaconesse nella storiografia del XX secolo, Glossa 2004; D. Corsi (ed.), Donne cristiane e sacerdozio. Dalle origini all’età contemporanea, Viella 2004; A. Valerio, Donne e Chiesa. Una storia di genere, Carocci 2016), recuperata in tanti studi scientifici e divulgativi, costituisce un secondo passaggio importante per superare quelle visioni stereotipate e quei giudizi, più debitori delle culture patriarcali che testimoni della novità cristiana, con cui è stata sancita nei secoli l’esclusione delle donne da ruoli e funzioni di autorità. Gli stessi testi biblici a cui si ricorreva – “le donne tacciano in assemblea” (1Cor 14), “le donne apprendano in silenzio con ogni sottomissione. Non permetto a nessuna donna di esercitare autorità” (1Tm 2,11), “capo della donna è l’uomo” (1Cor 11,2) – sono oggi comprese in rapporto al testo letterario in cui appaiono e al contesto culturale ed ecclesiale a cui rispondono. Per quanto riguarda il diaconato delle donne, non si nega l’esistenza di diacone/diaconesse, investite di molteplici funzioni e compiti nelle diverse Chiese locali, ma si dibatte sul fatto che si trattasse di un vero e proprio ministero ordinato o di un ministero battesimale, affidato con un rito di benedizione e non di ordinazione. Le ragioni addotte per suffragare l’una e l’altra linea interpretativa, rispettivamente da Cipriano Vagaggini e da Aimé Georges Martimort, rimangono quelle a cui anche oggi, a cinquant’anni di distanza si fa riferimento (cfr. G. Macy-W.T. Ditewog-Ph. Zagano, Women Deacons. Past, Present, Future, Paulist Press 2011; C. Simonelli-M. Scimmi, Donne diacono? La posta in gioco, Messaggero 2016).

IL SUPERAMENTO DELL’ANTROPOLOGIA ANDROCENTRICA

Più in generale una diversa riflessione sulla soggettualità delle donne nella Chiesa comporta il superamento di quella antropologia di stampo androcentrico che si accosta all’anthropos (uomo), pensandolo come “neutro” per poi definire la specificità femminile in atto secondo, senza riconoscere che si tratta di una comprensione dell’umano che è in realtà un “maschile universalizzato e dichiarato neutro”. In secondo luogo, va oltrepassata quella lettura che, sulla base dell’archetipo mariano, riconduce il femminile (a-storico) al materno e allo sponsale, perdendo di vista ciò che è essere credente, sorella, battezzata e responsabile del cammino ecclesiale, tutti elementi qualificanti per la visione spirituale ed ecclesiale del Nuovo Testamento smarriti o sottovalutati nel corso dei secoli. La sovraesaltazione di un “eterno femminino”, della “naturale disposizione delle donne alla abnegazione e al sacrificio”, si coniuga spesso con l’oblio delle “donne”, soggetti storici reali, dei loro molteplici volti. La naturalizzazione delle differenze pretende di giustificare il rifiuto di cambiamenti possibili, necessari, della figura ecclesiale (cfr. C. Simonelli-M. Ferrari (edd.), Una Chiesa di donne e uomini, Ed. di Camaldoli 2015; C. Militello-S. Noceti (edd.), Le donne e la riforma della Chiesa, EDB 2017).

I PASSI POSSIBILI E NECESSARI PER “UN MONDO COMUNE”

Quali riforme sono possibili e necessarie per il “Noi”, per il “mondo comune” (Hannah Arendt) che è la Chiesa e che le donne desiderano e richiedono a voce alta e in pubblico, con competenza e autorevolezza? Quali passi fare? Quale soggettualità delle donne è necessaria, costitutiva, possibile per la Chiesa cattolica per custodire l’apostolicità della Chiesa insieme?

Sul fondamento della visione ecclesiologica del popolo di Dio e sulla teologia del ministero ordinato delineata dal Concilio Vaticano II (in particolare nel secondo e terzo capitolo della costituzione Lumen gentium) è possibile pensare processi trasformativi reali, che permettano di superare la logica “kyriocentrica”, patriarcale, androcentrica, gerarchica che segna e oggi sfigura il volto ecclesiale. 

Il Concilio si stacca da una visione cristologica-ontologica del ministero ordinato (rappresentare Cristo, agere in persona Christi) per guardare al fondamento e alla determinante ecclesiale; indica la ragione di esistenza del ministero ordinato, nei suoi tre gradi (LG 29), nella custodia dell’apostolicità della fede e nel servizio al “Noi” ecclesiale (LG 20. 24), senza appiattirsi sul sacerdozio o sulla sola funzione cultuale. Questo permette di pensare a una reistituzione del diaconato delle donne (AG 16), in risposta alle esigenze di evangelizzazione e di cura pastorale, sul fondamento di una tradizione secolare. 

Accanto a questo, nell’orizzonte di una rinnovata corresponsabilità di uomini e donne, ministri ordinati e laici, nella Chiesa, sarebbe essenziale promuovere esperienze significative di compartecipazione nella cura pastorale: donne che assumano un servizio ecclesiale a tempo pieno (nelle diocesi, nelle parrocchie, in zone pastorali), che partecipano di team pastorali misti, che siano formatrici del clero nei seminari. E ancora riconoscere e promuovere il ministero delle donne bibliste e teologhe: imprescindibile per il dire e pensare la fede cristiana nel mondo attuale. 

Infine, per il significato simbolico che questo passaggio comporta, è importante la modifica del can. 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, introdotta dal Motu proprio di papa Francesco Spiritus Domini, del 10 gennaio 2021, che finalmente sopprime la riserva al maschile dei ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato. Si tratta solo di un primo passo sul cammino del pieno inserimento della donna nella ministerialità della Chiesa, da intendersi come radicata sulla soggettualità battesimale. Non c’erano, infatti, ragioni teologiche per negare un tale conferimento alle donne, che per altro esercitano i correlati ministeri di fatto di lettori e ministre straordinarie della comunione. A quasi 50 anni dal documento Ministeria quaedam di Paolo VI questa esclusione delle donne risultava incomprensibile e in fondo discriminatoria. 

LA PROFEZIA DI MADELEINE DELBRÊL 

La recezione del Concilio da parte del popolo di Dio, nelle Chiese locali di tutto il mondo, su questi temi appare per tanti aspetti più avanzata dell’ermeneutica magisteriale e a volte del contributo teologico. Si può dire delle donne nella Chiesa ciò che Madeleine Delbrêl scriveva dei laici soggetti attivi nella missione ecclesiale nella Francia degli anni ’40: “Siamo noi che possiamo fare la presenza della Chiesa in questi paesi. Siamo noi che possiamo farvi avanzare le sue frontiere […]. Noi che la costituiamo, noi la conduciamo dove andiamo, non andiamo dove vuole andare”. La sfida è il ripensamento – difficile e coraggioso – della forma ecclesiale perché sia “parola di Vangelo” comprensibile grazie alle parole, alla presenza, all’azione delle donne, i soggetti più attivi e allo stesso tempo meno riconosciuti nel loro fare Chiesa. Rendere visibile l’apporto delle donne, risimbolizzare la differenza sessuale, discutere del rapporto tra maschilità, sacro, potere, ridisegnare strutture e istituzioni ecclesiali nella linea della inclusività, della corresponsabilità della sinodalità, valorizzare le modalità tipiche di esercizio del potere da parte delle donne, promuovere i processi di empowerment (crescita di consapevolezza) ecclesiale e teologico di laici e laiche, sono altrettanti passi possibili e attuabili in tempi brevi, per rigenerare la Chiesa. La parola delle donne sarà così, nella Chiesa intera, fonte di “quelle esperienze e verità possibili che hanno qualcosa di divino in sé; un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà, bensì la tratta come un compito o come una invenzione” (Robert Musil).



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