Matteo Ricci, La sfida dell’inculturazione 400 anni dopo
L’11 maggio del 1610 moriva a Pechino Matteo Ricci. Per i cattolici cinesi, è il vero fondatore del cristianesimo in Cina. Nonostante i grandi cambiamenti intervenuti in questi 400 anni in Cina e nella Chiesa, l’impresa del gesuita di Macerata può illuminarci sul processo di inculturazione del Vangelo, che oggi interessa non solo la Cina ma ogni luogo missionario. In un primo momento, Ricci cercò di aprire la Cina al cristianesimo attraverso l’invio di messi papali alla corte imperiale.
Poi scoprì un nuovo mezzo, più efficace, vivere alla maniera di un bonzo e, infine, di un letterato confuciano.
Il nuovo metodo missionario era il risultato della coscienza via via acquisita dell’impossibilità di promuovere in Cina conversioni di massa negando la cultura dell’altro.
Secondo questo metodo, i neofiti erano incoraggiati a pensare che il cristianesimo non li costringeva a mancare di lealtà al loro paese; i missionari che non dovevano combattere gli errori della religione cinese, ma semplicemente discutere sulle cose che maggiormente interessavano i cinesi, da amici, condividendo con loro i beni materiali e spirituali, inclusa la fede in Cristo.
Così Ricci riuscì ad aprire la porta della Cina ai suoi confratelli, eppure lasciando alcune questioni aperte, in primis quella dei riti, che contribuì a rendere più difficile la missione in Cina.







