DAL SEME CHE MUORE GERMOGLI DI SPERANZA
Anche quest’anno una Domenica delle Palme in tono minore, senza corteo con belle fronde d’ulivo da agitare, per mimare le folle osannati Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme. Ciascuno, rigorosamente al suo posto, con qualche rametto, magari confezionato in cellofan e igienizzato, ha ricevuto la tradizionale benedizione in un rito imbarazzato e timoroso, mentre si innalzava il canto da voci ovattate per le mascherine d’ordinanza. Il Covid non ci vuol lasciare e continua a dettare le sue rigide leggi, distendendo ancora ombre di sofferenza e morte fra noi. Una Settimana Santa in zona rossa, con una presenza contingentata di popolo, e molti che hanno assistito alle cerimonie da casa, in tv o streaming.
C’è da scoraggiarsi: anche con i vaccini non facciamo grandi progressi. Ma soprattutto sembra che si impari ben poco dall’apocalisse pandemica che smaschera le terribili storture di un sistema economico e di un assetto politico mondiale in cui sono date per normali oppressioni e disuguaglianze, sfruttamento e povertà. Sono sotto gli occhi di tutti gli iniqui interessi delle multinazionali farmaceutiche, lo scandalo del commercio delle armi e il proliferare di conflitti nei paesi del sottosviluppo, in tempi che dovrebbero vedere solo un’universale corsa solidale a soddisfare la fame di cibo, il diritto all’acqua e a un minimo di dignità di vita a ogni essere umano. Per non parlare dei disastri ecologici, probabilmente forieri anche di nuovi virus.
Dobbiamo darci per sconfitti? No! Si perdono battaglie, ma il regno di Dio cresce nonostante tutto, come il seme che muore nell’oscura terra e produce germogli di speranza: un papa che con voce chiara e ferma chiama alla fraternità fra le rovine di Mosul e congiunge le mani dei figli di Abramo a Ur dei Caldei; un nonno ultranovantenne che rinuncia al vaccino per una giovane mamma di un disabile che vuole accudire; il lungo elenco dei missionari martiri di quest’anno risuonato nella veglia del 24 marzo; i ragazzi che si prendono a cuore la salute della casa comune e dei poveri… e quanti altri segni di un’umanità che vuole rimanere o forse diventare umana!
Si fa strada la convinzione che tutto è connesso, in relazione di reciprocità: “Siamo relazione prima che individui. I legami sono la condizione del nostro esserci e del nostro diventare chi siamo...” (Chiara Giaccardi). Perciò Francesco indica la cura dell’altro come il vaccino più potente contro il virus dell’individualismo. Prendersi cura, sbilanciandosi fuori di sé, verso l’altro, come Colui che è venuto per servire e dare la vita in riscatto di chi era incatenato al proprio io. Per questo dobbiamo essere orgogliosi del nostro Re Messia, mite e umile di cuore, che entra nella città santa a dorso di un asinello, un nonviolento che rifiuta la spada e non chiede le dodici legioni di angeli che il Padre potrebbe concedergli; agli occhi del mondo uno sconfitto, uno dei sommersi, scelto da Dio per offrire la sua cura dalla croce. Essere in croce è ciò che Dio in Gesù, nel suo amore, ha offerto all’umanità crocifissa, perché sappia di non essere sola e abbandonata, anche quando le tenebre calano come una coltre funebre e il respiro è soffocato. “Dio ha voluto abitare in una nube oscura” (1Re 8,12) perché nessuna oscurità, nessun inferno avessero l’ultima parola. Pasqua è sapere che il Venerdì Santo è passaggio e così pure il Sabato, nel suo attonito silenzio. Viene il mattino della Domenica, e la pietra del sepolcro rotola via: la vita è più forte della morte! L’amore, la fratellanza, la condivisione vinceranno.







