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La concezione del conflitto come elemento intrinseco alla politica nasce con la democrazia ateniese nel V secolo a.C., attorno all’idea dell’incontro-scontro di opinioni. Nel tempo, seppure in presenza di posizioni articolate, andrà a consolidarsi una visione negativa della conflittualità umana, vista come destabilizzatrice dell’ordine e dell’armonia sociali. 

LA SVOLTA DI HOBBES

La svolta arriverà con Thomas Hobbes, per cui il conflitto va interpretato quale “stato di natura”, e la lotta di tutti contro tutti può essere superata per mezzo della ragione, capace di incanalare l’egoismo individuale in una sorta di egoismo di Stato. In sostanza, poiché ogni essere umano brama possedere ciò che altri esseri umani vorrebbero a loro volta possedere, la vita non sarebbe altro che aspettativa (reciproca) di competizione e diffidenza. Anche se a livello individuale si può desiderare la pace, la stessa, secondo Hobbes, non può che poggiare sulla consapevolezza che lo stato di guerra sia una minaccia costante. 

È così che è sorta una potente macchina sociale in grado di trasformare la moltitudine belligerante dello stato di natura in un popolo, un unico soggetto collettivo, grazie alla cessione di ogni forma di potere al sovrano (il Leviatano). Per Carl Schmitt lo Stato, nel pensiero di Hobbes, altro non sarebbe che una guerra civile continuamente impedita da un grande potere. Nascerebbe così lo “stato di civiltà”, per garantire sicurezza al popolo. Con costi sociali spaventosi, come hanno dimostrato i totalitarismi del Novecento. Fenomeni che hanno innescato una crisi irreversibile del modello proposto dalla modernità, questione affrontata dal neoliberismo. Il rimedio proposto? La competizione mercantile come perno di ogni relazione sociale. La contemporanea conflittualità umana non può che essere illuminata dalla luce della sua storia.

CONFLITTO COME CRISI DELLA RELAZIONE 

Al di là dell’antropologia negativa di Hobbes, gli esseri umani come un branco di lupi, il conflitto è il segnale della crisi della capacità di reggere un’alterità irriducibile al proprio sé. Se le divergenze di opinione sono costitutive della convivenza umana, il modo di affrontare tali divergenze è il sensore che misura il nostro grado di sostenibilità delle differenze. Differenze che oggi paiono orfane di orizzonti aggreganti poiché la nozione di “bene comune” pare sempre più afona, incapace di fare da segnavia. Il mio simile è un concorrente sul “mercato della civiltà” neoliberale e i legami sociali appaiono solo come catene limitanti lo sviluppo delle singole soggettività. Adottando uno schema relazionale attacco-difesa, l’individuo pare essere perennemente sopra un ring, pronto a lottare contro qualcun altro per affermare la propria esistenza e/o supremazia.

A riprova di ciò, basterebbe qui ricordare i conflitti della conoscenza originati dalla tecnologia che per la prima volta nella storia dell’umanità sancisce che chi ha tanta vita/esperienza, ossia gli anziani, sa molto meno di chi ha poca vita/esperienza (gli adolescenti nativi digitali). Il passaggio dalla “società verticale” alla “società orizzontale” ha messo in crisi la nozione tradizionale di autorità, liberando uno spazio di conflittualità sociale tra diverse figure: pazienti vs sanitari, genitori vs insegnanti, figli vs genitori, e così via. Non è certo un caso l’avvento dello strumento della mediazione per far fronte ai conflitti interpersonali in famiglia, nella scuola, nei luoghi di lavoro, tra condomini.

A livello politico, la vita in democrazia permette al singolo di affrancarsi dal ruolo di mero individuo per farsi cittadino, avendo l’opportunità di lottare con metodi nonviolenti per vedere riconosciuti i propri diritti. E questo vuol dire immettersi in un ulteriore campo conflittuale che non ha solo l’obiettivo del cambiamento sociale ma serve anche per esprimere una propria moralità e ottenere giustizia sociale. Una richiesta di giustizia che giunge ancor più determinata quando a violare tali diritti è lo Stato per mezzo di suoi funzionari. In definitiva, per promuovere e difendere diritti ritenuti fondamentali e irrinunciabili, spesso bisogna ricorrere al conflitto aperto con coloro che vorrebbero mortificarli e negarli, chiedendo riconoscimento e risarcimento. L’esito finale sarà un particolare equilibro sociale, in grado di rigenerare l’assetto della convivenza umana.

CHE COS’È UN CONFLITTO?

Il conflitto sociale può essere definito come un’interazione tra agenti, in cui almeno un attore percepisce una certa incompatibilità con uno o diversi attori a livello cognitivo, emozionale e comportamentale, tale che la realizzazione di ciò che pensa, desidera, aspira venga a essere ostacolata. 

Poiché l’essere umano è un essere-in-relazione, egli è chiamato a fare sistematicamente esperienza dell’incontro. 

Un incontro che può essere arricchimento oppure privazione. 

Nel primo caso, la fiducia governa i rapporti, l’incontro è pacificato e spogliato di emozioni negative. Viceversa, nel secondo, l’altro, che con una peculiare esistenza si erge dinanzi a me, può esibire desideri opposti ai miei, i suoi interessi possono scontrarsi con i miei, la sua rivendicazione di diritti può sottrarre terreno ai miei diritti. 

Guardando alla nostra quotidianità sempre più plasmata da una logica competitiva, vediamo spesso un’interazione sociale in cui i nostri obiettivi e i nostri interessi risultano disallineati rispetto a quelli altrui. Nell’ambiente di lavoro, a scuola, in famiglia, negli spazi pubblici, è facile imbattersi in episodi governati dal conflitto. Ogni conflitto è una prova di forza tra almeno due parti interdipendenti che percepiscono bisogni e obiettivi divergenti e incompatibili. 

È un fenomeno articolato e per comprenderlo è necessario mettere in evidenza un paio di elementi basilari. Il primo attiene alla tipologia della tensione relazionale: tra individui (conflitto interpersonale), tra gruppi (conflitto intergruppi), tra nazioni (conflitto armato o guerra). Il secondo elemento riguarda le modalità di risposta al conflitto; ovvero, è come rispondiamo al conflitto ciò che determina il suo esito. 

Il conflitto può così prendere due vie: una via costruttiva o funzionale, oppure incamminarsi lungo i sentieri della distruttività.

LA GUERRA, UN CONFLITTO LINGUISTICAMENTE CAMUFFATO

L’avversione e il contrasto dei paesi democratici nei confronti della violenza sono noti, purtroppo non è una storia a lieto fine. I sistemi democratici, allettati da vantaggi commerciali e calcoli geopolitici, intrattengono sistematici rapporti di mutuo sostegno nei confronti di dittature (basti ricordare la vicenda di Giulio Regeni e le relazioni internazionali Italia-Egitto) e sono pronti a prestare il proprio aiuto, economico e militare, a tiranni succhia-sangue di popolazioni inermi. E pensiamo ai conflitti militari consumati altrove, lontano dai confini nazionali, sottoposti a un minuzioso lavoro linguistico per non disturbare il quietismo democratico, tali da essere chiamati eufemisticamente “interventi umanitari”. Quindi, fuori dal proprio giardino e lontano dagli occhi dei propri cittadini, le democrazie non disdegnano, per vari interessi, il ricorso alla violenza, stando attente a non chiamare violenza la violenza perché sanno che le loro strategie per affrontare violentemente i conflitti sono discutibili e criticabili dalla pubblica opinione.

Il trattamento linguistico cui è sottoposto il conflitto armato va di pari passo con il trattamento linguistico che investe l’immagine del cosiddetto nemico. Si vuole instillare diffidenza, per cui qualsiasi situazione è sempre causata da intenzioni negative, e anche se qualcosa di positivo dovesse concretizzarsi, i motivi sottostanti restano malevoli. Si procede con una capillare attribuzione di colpa, sicché ogni tensione e contrasto è ascrivibile solo ed esclusivamente al nostro nemico. Si nutre un immaginario a tinte fosche, coltivando l’aspettativa che l’intenzione del nemico è farci del male. Poiché il nemico incarna l’opposto di ciò che siamo e ciò per cui lottiamo, si racconta che vuole distruggere ciò che per noi conta di più e perciò va annientato e/o reso innocuo. Si viene gettati in una relazione simile a un gioco a somma zero, nel senso che tutto ciò che avvantaggia il nemico, svantaggia noi e viceversa. Si opera una depersonalizzazione, ovvero coloro che appartengono a un certo gruppo sono automaticamente nostri nemici, non c’è spazio per differenze individuali. Infine, si lavora affinché vengano meno emozioni simpatetiche; non avendo nulla in comune con il nostro nemico, provare emozioni umane e applicare principi etici è pericoloso e da incoscienti.

In definitiva, se i conflitti accompagnano l’esistenza umana, non va dimenticato che molto può e va fatto per una loro trasformazione nonviolenta, iniziando a mettere in discussione alcuni assunti imperanti, come l’idea che vivere di vita sociale equivalga a stare sul mercato oppure che il nemico sia un bisogno della mente umana.



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