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DAL “RÎB” ALLA PRATICA DI GIUSTIZIA DI GESÙ E DELLA SUA COMUNITÀ

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Interroghiamo le Scritture ebraico-cristiane in ordine al fare giustizia, non tanto per trovare risposte alle nostre domande, ma un orizzonte o una prospettiva che siano di stimolo e provocazione al pensare circa il fare giustizia nelle situazioni di ingiustizia. Non ci fermeremo sul concetto di “giustizia”, centrale nelle Scritture, né sui modelli di giustizia del Primo Testamento, per quanto il rîbla “lite”, la “controversia” con il suo obiettivo di recuperare il malfattore sia per noi eloquente. Da discepoli e discepole di Gesù, il punto di partenza è la sua pratica di giustizia, che compie le Scritture e dunque le vie di giustizia presenti in esse.

FARE GIUSTIZIA PER DIO

Al cuore della pratica di Gesù troviamo il nucleo incandescente della sua fede: “Il Padre vostro che è nei cieli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). Emerge così l’immagine di un Dio che è al di là delle nostre dicotomie fra bene e male, vero e falso. Dio non è il principio del bene opposto a quello del male, né quello del vero opposto a quello della menzogna. Il contenuto della trascendenza di Dio, della sua santità, è l’infinita misericordia, “l’amore assoluto che noi non posiamo contenere, ma che invece contiene tutto” (Giuseppe Ruggieri). Se Dio è così, il suo fare giustizia è essere fedele a questa offerta di vita e comunione rivolta a ogni essere umano. L’umano nella Scrittura è un essere di relazione, plasmato dalla relazione con Dio, con il prossimo e il creato. La relazione non si aggiunge dall’esterno, ma si inscrive nella costituzione della persona. Senza l’altro, anche l’altro difficile, l’io non può essere. Perciò fare giustizia per Dio è ricostruire la relazione interrotta. 

FARE GIUSTIZIA PER GESÙ

Gesù ricerca i perduti. I gesti terapeutici del Messia sono un’azione di giustizia, perché ricostituiscono una relazionalità ferita. La sua ricerca di poveri e invisibili è azione di giustizia perché è dare a essi quel riconoscimento sinora negato. Infine, la sua frequentazione dei peccatori pubblici mentre sono ancora tali, si inscrive nel fare giustizia.

Se Dio è giusto in quanto fedele al suo disegno di comunione con gli esseri umani, dentro le loro infedeltà e cadute, la giustizia per Gesù è ristabilire la relazione interrotta. Più precisamente, ristabilire la fraternità, che si radica nella partecipazione a un’unica umanità comune e, in ultima istanza, nell’essere figli e figlie di Dio. L’essere interdipendenti e l’essere tutti figli e figlie di un unico Padre crea delle obbligazioni degli uni verso gli altri che il male non cancella. Questo consegue dal credere in un Dio che è amore incondizionato. Perciò Gesù cammina tra la gente e si colloca nei punti di faglia, nelle linee di rottura, per riconciliare l’essere umano con se stesso, con gli altri e con Dio: “Squilibri e rotture nei corpi, nei cuori, negli spiriti, nelle relazioni umane e sociali hanno trovato rimedio e riconciliazione in Gesù che, infatti, le prendeva su di sé. Egli pone i suoi discepoli sulle medesime linee di rottura con la stessa missione di guarigione e di riconciliazione” (Pierre Claverie).

IL PARADIGMA DI ZACCHEO

Gesù non è cieco: sa che la negazione della fraternità comporta vittime e carnefici. Non cede però alla logica della violenza. Espone il suo corpo alla relazione con il malfattore. Spera di toccarlo dove in lui rimane qualcosa di umano per risvegliarlo alla fraternità. Il paradigma di questo movimento è Zaccheo (Lc 19,1-10). Il capo dei collettori delle imposte a servizio della potenza coloniale pagana diventa nelle parole di Gesù figlio di Abramo. Questo perché accogliendolo alla sua tavola ha cominciato a vedere come fratelli e sorelle, figli di Abramo anch’essi, quelli che sinora ai suoi occhi erano invisibili, uomini e donne ai quali estorceva. Infatti, non si limita a dare metà dei beni ai poveri. Ammette il male compiuto e restituisce quattro volte tanto a coloro a cui ha rubato, ossia vuole in qualche modo riparare gli effetti del suo male. L’esito del fare giustizia di Gesù è la giustificazione del malfattore. Significa renderlo capace a sua volta di fare la giustizia, dunque ristabilire la fraternità. La conversione del malvagio si manifesta in un agire solidale e riconciliativo (Is 58,1-12).

OLTRE LA VISIONE RETRIBUTIVA

Il fare giustizia che Gesù consegna alla sua comunità trascende il concetto di giustizia retributiva, in cui al colpo 

si risponde con un altro colpo commisurato al torto subito (Mt 5,38). È un fare giustizia che evita la mimesi del male. 

Nel Vangelo il peccato non è la trasgressione a un precetto, né un elemento di disturbo dell’armonia universale, che andrebbe in qualche modo compensata con la pena. 

Il peccato è la ferita inferta a un umano. È la frattura della fraternità che lega uomini e donne fra loro. È la produzione 

di sfiducia che mina le relazioni umane. Ristabilire la giustizia è arginare gli effetti di questo male e ritessere la fraternità umana e cosmica, anzitutto in coloro che ne sono coinvolti come vittime e malfattori. A partire da essi.

È l’immagine potente che ci consegna il quarto Vangelo: la venuta del Crocifisso risorto in mezzo ai discepoli (Gv 20,19-23). Non torna come vendicatore, che fa pagare ai suoi il rinnegamento e l’abbandono, né agli avversari l’ingiusta condanna a morte. Ma porta in eterno i segni della passione. 

È un corpo che ha perso integrità. Eppure non è schiavo di questo male subito. È fuori dalla logica del risentimento e del rancore. I segni della passione diventano i segni di un amore rinnovato, che ha attraversato lo scandalo della violenza, per gli esseri umani. Non in astratto, ma per i discepoli che lo hanno abbandonato e per quelli che lo hanno condannato e ucciso. Per l’evangelista il modo con cui Gesù ha attraversato la violenza e il suo rispondere al male con il bene viene ora consegnato ai discepoli con il dono dello Spirito. 

DALLA GIUSTIZIA DI GESÙ A QUELLA DEI SUOI DISCEPOLI

I discepoli e le discepole di Gesù hanno sperimentato con lui una giustizia che guarisce, ripara, riconcilia, piuttosto che fare il male, punire, escludere, uccidere. Hanno conosciuto un fare giustizia fondato sul mistero di un Dio che dona la riconciliazione a chi è lontano, ai peccatori prima che si convertano. In 2Cor 5,18-21 la croce è descritta come lo spazio in cui il peccatore è accolto unicamente in forza della misericordia del Padre. Dio è dunque colui che in Gesù sa mantenere la comunione con i diversi, come colui porta il peso dell’altro nella sua massima alterità: sulla croce Gesù, il santo di Dio, si fa maledizione (Gal 3,13), ossia lontananza radicale da Dio, perché nessuno sia escluso dalla comunione con Dio. “Voi siate senza divisione come è senza divisione il Padre vostro celeste” (Mt 5,48): i discepoli devono imitare il comportamento del Padre così come è raccontato da Gesù, edificando uno spazio comunitario in cui vige – dovrebbe vigere – la logica del Messia.

Ai discepoli e alle discepole è chiesto di ristabilire la giustizia al modo di Gesù, cioè ritessendo la fraternità, al di fuori di una visione retributiva della giustizia e abitando lo spazio della contraddizione umana, ponendosi al cuore della ferita per unire i due lembi. Nell’edificare la comunità cristiana come spazio di vita buono e nel contribuire a una società in cui valga la pena di vivere, i credenti sono chiamati a includere l’altro difficile, a lottare per restituirlo alla fraternità e all’umanità senza dimenticare gli offesi, le vittime. Se il male fatto toglie umanità e ferisce la fraternità, il fare giustizia secondo il Vangelo vuole essere coerente in maniera radicale con l’agire di Dio in Gesù che è rinuncia alla risposta violenta, riconsegna di umanità e ricomposizione della fraternità. Per tutti. Vittime e carnefici.

UNA DUPLICE CONVERSIONE

In questo movimento è in gioco una duplice conversione o responsabilizzazione: quella del malfattore e quella della comunità. La comunità rinuncia alla vendetta, alla legge del taglione, e si converte a rispondere al male con il bene. In Mt18, che pone il problema della relazione della comunità con il membro che pecca e descrive una procedura di riconciliazione (vv. 15-18), si precisa il percorso interiore che rende possibile questo. Si incomincia mettendo al centro l’altro che altrimenti si marginalizzerebbe (vv. 1-5). Si lotta contro la tentazione di essere di scandalo all’altro (vv. 6-7), a causa del raffreddamento della carità in sé (cfr. Mt24,12). Si accetta di aver perso integrità e si riconosce che il peccatore rimane davanti al volto di Dio, non è un reietto (vv. 8-11). Si è disposti a cercare uno solo che si è perduto non cedendo alla logica “tanto è uno solo...”, pur sapendo che non vi è garanzia di riuscita (vv. 12-14). E se la procedura di ascolto fallisse, rimane la preghiera di intercessione della comunità per l’altro (vv. 19-20). Infine – ma per Matteo è in primo luogo – non scordarsi mai che chi è chiamato a perdonare ha già ricevuto perdono e misericordia da parte del Signore (vv. 21-35), facendo esperienza di un perdono illimitato accordato gratuitamente.



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