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ANTROPOLOGIA E PANDEMIA / RIMANERE UMANI AI TEMPI DEL CORONAVIRUS

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In questi due lunghi mesi di pandemia, passati nella solitudine delle nostre case, la quantità delle informazioni è stata sovrabbondante: quotidiani, siti on line, telegiornali e talk show ci hanno aggiornato sull’evolversi del contagio, sul numero dei decessi, su ciò che ci dovremo aspettare in futuro, tornati a una “normalità” inedita. Ma ha qualcosa da dire l’antropologia sul coronavirus?

Hanno parlato medici, epidemiologi, virologi. E poi politici, opinionisti, qualche sociologo, economisti. Poche le voci degli scienziati sociali, se escludiamo l’intervento di qualche pedagogista sulla necessità di allentare la reclusione dei bambini o le pubblicità (ebbene sì, ci sono anche quelle) degli psicologi sui social. Ma ha qualcosa da dire l’antropologia, come scienza del comportamento umano, su quanto sta succedendo? Sul coronavirus? 

SPAZI DI RIFLESSIONE INEDITI

Da tempo la scienza antropologica si è specializzata in settori e tra questi, quello dell’antropologia medica appare a mio parere il più interessante. Non solo perché sfida la classica divisione tra scienze della natura e scienze umane, cercando di leggere, ad esempio, in che modo le società affrontino la conoscenza e l’utilizzo di dati scientifici o che ricadute questi abbiano sulla percezione sociale (cito gli studi sul Dna che permettono di ricostruire il percorso storico delle popolazioni, le parentele tra gruppi, le migrazioni…); ma anche perché questo tipo di sapere colloca la malattia entro un quadro interpretativo che non è solo biologico (la malattia come disfunzione del fisico), ma diviene culturale e sociale. La distinzione operata tra disease (la malattia come appare nei manuali di patologia), illness (la malattia divenuta esperienza personale) e sickness (la percezione sociale della malattia) apre spazi di riflessione inediti nella misura in cui libera dalle strettoie interpretative del paradigma della medicina basata sull’evidenza, cioè sulla sperimentazione e la verifica scientifica. Non è un caso, inoltre, che una corrente importante dell’antropologia medica sia quella degli Stati Uniti i cui esponenti, medici e antropologi (Byron Good, Arthur Kleinman, Paul Farmer tra gli altri), riflettono su temi come l’accesso alle istituzioni sanitarie, la relazione tra operatore sanitario e paziente, questioni ambientali, urbanistiche e diffusione delle malattie, diseguaglianze sociali. 

L’ASPETTO SOCIALE DELLE MALATTIE 

Un campo fondamentale di analisi è quello dell’aspetto “sociale” delle malattie. Ciò va inteso in più sensi: nel senso che la malattia coinvolge sempre (oltre al malato) il gruppo sociale col quale vive (pensiamo a come l’Alzheimer riguardi anche la famiglia del malato); nel senso che le società si costruiscono modelli interpretativi in rapporto alle malattie; nel senso, infine, che la gestione della malattia e la cura obbligano a scelte politiche, economiche, morali. Mi soffermo su alcuni temi: il linguaggio utilizzato nelle comunicazioni quotidiane; la gestione dell’emergenza e le reazioni che ha prodotto (in particolare il lockdown).

LINGUAGGIO DI GUERRA 

Sul Corriere della Sera è apparso un articolo nel quale alcuni esponenti politici svedesi si lamentavano dell’immagine che della Svezia dava la stampa italiana. Difendendo la scelta di non imporre misure drastiche di confinamento (come quelle della Lombardia, per intenderci) si dichiarava: «Questa è una nazione che non ha guerre da due secoli, non si sente mai “in trincea” contro qualcosa o qualcuno e non ha la cultura dell’emergenza nel suo Dna» (Coronavirus, la rabbia degli svedesi. «Voi italiani non ci avete capito», 16 aprile 2020). È assolutamente evidente, invece, come nella comunicazione che ci ha raggiunto ogni giorno, il linguaggio e le metafore in Italia fossero quelle della “guerra” e dell’emergenza. Lo stesso uso delle immagini, soprattutto nei primi giorni della pandemia, trasmetteva l’idea implicita dell’essere in guerra, e non solo perché si è messo in campo, da subito, l’esercito e l’intera attrezzatura militare. Non si tratta di semplici dettagli: forse si potrebbe riflettere sul fatto che, come contrappunto, articoli meno pubblicizzati ma importanti, mettessero in rapporto la diffusione del coronavirus con l’inquinamento, il sovrappopolamento di alcune aree, il cambiamento climatico e la deforestazione che obbliga le specie animali ad entrare in contatto tra di loro e quindi, facilita il passaggio di malattie da una specie all’altra. Allora: con “chi” siamo in guerra? Perché se l’ipotesi di una relazione tra degrado ambientale e diffusione delle epidemie dovesse trovare qualche conferma (e intuitivamente capiamo che così può essere) allora ci dovremmo porre qualche domanda sul modello di sviluppo, sull’insensatezza di anteporre il profitto alla qualità della vita e via dicendo. 

NELL’EMERGENZA SANITARIA UN’AUTORITÀ AUTORITARIA 

Le riflessioni dell’antropologia medica si concentrano anche (non solo) sul rapporto tra scienza e sentire comune nonché sul ruolo delle istituzioni. In quest’emergenza l’autorità ha assunto un volto che non conoscevamo fino in fondo: quello dell’imposizione e del controllo su aspetti della vita quotidiana e personale che, fino ad oggi, erano inviolabili. E ciò è avvenuto in nome di una verità scientifica considerata superiore ad altre “verità”: uno “stato d’eccezione” (l’emergenza sanitaria) ha dato al sapere medico-scientifico l’autorità d’imporre l’agenda ai politici e, soprattutto, d’imporsi sulle vite dei cittadini. Ovviamente non si discute qui dell’opportunità o meno di queste scelte (che qualcuno, in effetti, contesta): quello che appare evidente, però, è che in questo caso la malattia, diffusa al punto d’essere una pandemia, diventa una questione sociale, politico-economica e addirittura militare. Ci siamo tutti scandalizzati nell’osservare la polizia indiana malmenare i malcapitati che cercavano di fuggire dalle città e ci siamo allarmati per il comportamento del leader ungherese che ha approfittato della pandemia per dare una svolta autoritaria al suo governo; abbiamo probabilmente reagito alle affermazioni “negazioniste” del presidente del Brasile, preoccupato della ricaduta economica. Il tema è politico e morale: quanto si può sacrificare della libertà dei cittadini, anche in situazioni di rischio? Fino a quando? 

LE REAZIONI E LE DISUGUAGLIANZE SOCIALI 

Ma, per limitarci ad aspetti più attinenti la gestione ospedaliera dell’epidemia: cosa accade se le strutture sanitarie non sono in grado di accogliere tutti? O decidono dei criteri d’accesso, in una sorta di darwinismo sociale che abbiamo purtroppo intuito analizzando con una certa attenzione i numeri dei decessi o la diffusione del contagio nelle classi sociali meno favorite (come negli Stati Uniti, dove la sanità si paga e non tutti dispongono di buone assicurazioni)? Il rapporto tra gestione della salute pubblica e diseguaglianza sociale è tra i temi centrali dell’antropologia della malattia e della salute: davanti al coronavirus (come, in generale, davanti alla malattia) non siamo tutti uguali proprio perché questo non è “soltanto” un virus. Quando la malattia, da pura entità astratta diventa esperienza “esistenziale” (o dramma esistenziale come in questa pandemia) la condizione socio-economica della persona fa la differenza, come fa la differenza la possibilità o meno di accedere alle cure, o il fatto che la decisione a riguardo derivi da scelte di profitto (come la razionalizzazione delle procedure ospedaliere), stabilisca categorie in relazione all’età o alle patologie pregresse e via dicendo. Quanto si può rimanere umani ai tempi del coronavirus? Temi che non possono essere risolti in poche righe e sui quali sarà necessario ritornare.



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