ALGERI: CRISTIANI A MANI NUDE
Nel momento in cui il confronto tra mondo occidentale cristiano e mondo musulmano si fa più acceso, l’ultimo libro dell’arcivescovo di Algeri, mons. Henri Teissier, ora tradotto in italiano, getta una luce completamente nuova e diversa sui rapporti tra cristiani e musulmani.
Teissier ci restituisce il senso dell’attuale presenza cristiana in Algeria. A partire dagli anni ‘90 il Paese è sconvolto da un’ondata di terrorismo fondamentalista, che proprio dieci anni fa ha iniziato a colpire anche religiosi e religiose. Inoltre la Chiesa algerina ha subito una trasformazione completa rispetto a quella installata all’inizio dell’Ottocento al seguito dell’avventura coloniale, e rappresenta oggi una piccolissima minoranza. Pur in questa situazione del tutto particolare, l’esperienza algerina è significativa.
UNA VOCAZIONE UNIVERSALE
In primo luogo, come Teissier sottolinea con forza, la presenza cristiana in Algeria testimonia della vocazione universale della Chiesa a parlare a tutti i popoli. Poco importa che questo popolo sia un popolo musulmano, e che l’obiettivo non sia quello della conversione: ciò che conta è la “condivisione di umanità” che cristiani e musulmani sperimentano nella quotidianità.
Si comprende perché il concetto di “dialogo” non sia impiegato, e sia visto anzi con una certa diffidenza.
L’esperienza dimostra che il dialogo tra esponenti ufficiali, preoccupati dalla riaffermazione dei propri irrinunciabili principi, impedisce l’approfondimento critico e rafforza piuttosto gli ostacoli ad una comprensione reciproca.
Del resto se la missione della Chiesa algerina è quella della relazione con i musulmani, allora è nella solidarietà concreta che questa vocazione deve esprimersi. Il momento particolarmente difficile, soprattutto con l’uccisione di religiosi, non ha impedito questa solidarietà, anzi l’ha esaltata. La fedeltà al Paese e al suo popolo che i religiosi hanno manifestato, decidendo di restare al proprio posto anche a costo del sacrificio supremo, ha dato nuova legittimazione alla Chiesa d’Algeria.
Il libro di Teissier riporta numerose testimonianze di musulmani rivoltati dalla violenza di altri musulmani, soprattutto quando diretta contro i cristiani. Queste testimonianze smentiscono lo stereotipo dell’Islam intrinsecamente fanatico, che continua ad esserci somministrato dai mass media e dai leader mondiali.
Questa esperienza, tuttavia, rimane per lo più ignorata al di fuori dell’Algeria. Non si comprende come la forza della comunità cristiana non stia nei numeri ma proprio nella fedeltà. Naturalmente la Chiesa ha dovuto scegliere i propri interlocutori, e per questo ha scartato i movimenti che predicano e praticano la violenza, per non dare loro una sorta di legittimazione.
Questo atteggiamento è valso a mons. Teissier l’essere messo tra gli “sradicatori”, vale a dire tra coloro che penserebbero di risolvere il problema del terrorismo solo con mezzi militari. La presa di posizione della Chiesa d’Algeria contro l’attacco all’Iraq dovrebbe fare piazza pulita di queste manipolazioni del pensiero di Teissier. Ma non c’è ragione, secondo Teissier, perché la ricerca dell’altro “possibile” si limiti alla sola Algeria. La condivisione di umanità può essere sperimentata anche nelle nostre società occidentali confrontate ormai ad una presenza consistente dell’Islam.







