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300 mila hutu rinchiusi nei campi attorno a Bujumbura

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Dopo aver visto un “campo di raggruppamento” non posso tacere, anche se sento l’inadeguatezza delle mie parole. La disperazione della chiesa burundese, impotente di fronte ad una realtà incredibilmente disumana, ci interpella.

I “campi” in Burundi non sono tutti uguali. Ci sono quelli dei déplacés tutsi, che si sono “spostati” spontaneamente dalle loro case dopo i massacri del 1993, per rifugiarsi in luoghi vicini a caserme militari ed essere così protetti dalla popolazione hutu e dai ribelli.

Ma ci sono altri campi, creati dal regime Buyoya: sono occupati dai regroupés hutu, “riuniti” forzatamente dai militari in zone protette dall’esercito. Risulta difficile capire da chi sono protetti: dai militari, praticamente tutti di etnia tutsi? Forse dalla popolazione tutsi? La versione ufficiale è che i militari li selezionano in campi per poterli differenziare dai ribelli hutu e difenderli da loro.

Prima c’erano anche i campi dei rifugiati hutu rwandesi ai confini con il Rwanda e lo Zaire, provocati dai massacri avvenuti in questi paesi durante i recenti conflitti. Ma da anni, ed ancora oggi, in Tanzania ci sono migliaia e migliaia di rifugiati hutu burundesi, di cui non si parla mai.

L’aumento crescente dei campi, avvenuto in questi anni, non ha mai suscitato l’interesse della comunità internazionale al punto di fare assumere azioni incisive. Nonostante sia ormai di dominio pubblico che questi campi siano luoghi di sterminio, ove i burundesi arrivano alla morte per fame, malattia, stenti e sofferenze fisiche psicologiche e morali.

Penso che al lettore sorgono spontanee delle domande: dato che in questi campi ci vanno, per lavoro, anche diverse Ong umanitarie, perché solamente Médecins sans frontières, e solo ultimamente, ha denunciato l’insostenibilità di quelle vite umane? Anche  Amnesty International ha recentemente parlato dei campi, ma i mezzi di comunicazione governativi del Burundi non hanno dato  diffusione ai suoi rapporti se non per contestarli: il ministro dei Diritti umani ha dichiarato più volte, pubblicamente, la sua diffidenza sull’attendibilità di quanto veniva denunciato. La prima denuncia ad ottenere una certa risonanza è stata quella di Médecins sans frontières, il 18 novembre scorso. L’organismo ha deciso di sospendere le sue attività, per protesta nei confronti del Governo burundese di fronte alla creazione di campi in cui l'esistenza umana è insostenibile.

La creazione, negli ultimi mesi del 1999, di 54 campi intorno alla capitale,  le procedure di internamento, le sempre più degradanti condizioni umane alle quali i burundesi selezionati in questi campi, esclusivamente di etnia hutu, hanno sollevato qualche riflessione nella comunità internazionale a proposito della situazione del paese e del suo sedicente regime “dedito alla risoluzione dei confitti”.

Nel mese scorso si è finalmente parlato, in alcuni incontri internazionali, della nuova emergenza burundese. L’accorata proposta di smantellare i campi è apparsa sui canali informativi che si occupano di questi paesi, fra l’altro senza alcun riferimento su dove e come collocare questi abitanti di luoghi di morte. Ma questo è successo il mese scorso ed ora c’è di nuovo il silenzio. I 300 mila burundesi racchiusi nei campi sono ancora là. Qualcuno è morto, ma è stato rimpiazzato velocemente. Certo, loro aspettano; non possono far altro e l’impressione è che tutti aspettino. Il tempo di attesa faciliterà la risoluzione spontanea del problema.

CHI DÀ VOCE AI BURUNDESI DEI “CAMPI”?

Vicino ai campi vivono altri burundesi, che faticosamente cercano di affrontare questi anni di una guerra che ha distrutto, come tutte le guerre, case, persone, affetti, amicizie. Lasciando solo sofferenza, rabbia, odio e sempre meno speranza. Vicino ai campi ci sono anche le chiese, i sacerdoti e i cristiani. E’ dovere pensare a questa chiesa burundese che assiste impotente ogni giorno a violenze, senza poterle nemmeno denunciare: non si spiegherebbe altrimenti il silenzio di tanti sacerdoti e vescovi. La parola “campi” è apparsa nei sermoni e nei discorsi ufficiali solo ultimamente, ma senza alcuna descrizione delle tragedie che vi avvengono.

Essere cristiani e non riuscire o non potere reagire davanti a tanta brutalità, deve essere fonte di grande sofferenza, direi di disperazione. Ma ancor di più lo sarà, penso,  per i sacerdoti e vescovi che  hanno la responsabilità davanti a Dio di tutti i propri fedeli, di qualsiasi etnia appartengano, ma senz’altro dei più sofferenti. Essere vicini ai campi – sto  parlando, ad esempio, dei cristiani della diocesi di Bujumbura – e non potervi accedere per offrire un poco di misericordia cristiana, dev’essere insopportabile per i sacerdoti ed il vescovo della capitale.

La disperazione della chiesa burundese ci interpella. Non dovrebbe sorprenderci se alcuni sacerdoti non riescono a contenere tanta sofferenza e umiliazione. Dare voce ai burundesi dei campi non è facile neanche per me, e di questo mi vergogno profondamente. Ma dopo aver visto un campo, spesso l’equilibrio nei miei racconti viene a mancare e questo urta le sensibilità di tutti: gli amici italiani ne restano sconvolti ed impotenti, e gli amici burundesi non ne sono mai degnamente rappresentati nelle loro grandi sofferenze.

Mi scuso con tutti per questa mia incapacità, ma ho voluto comunque provarci e mi affianco alla disperazione della chiesa burundese.



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